Terrorizzati o attoniti davanti al televisore, in lacrime o sotto shock. Chi c’era sa – o ha saputo col tempo – che quella di Capaci (così come quella di Via D’Amelio del luglio successivo) fu una “strage annunciata”.

Pianificato già da mesi nei minimi dettagli dal boss Totò Riina, l’attentato diede il via ad un biennio, ancora tutto da chiarire, di violenza e destabilizzazione nell’Italia degli anni Novanta.

«È una situazione di grossa instabilità e parecchio pericolosa […] Temo che purtroppo si verificheranno fatti gravi», disse Giovanni Falcone in un’intervista rilasciata a Corrado Augias nel 1991.

«Siamo dei cadaveri che camminano», disse nel 1992, poco dopo la strage, Paolo Borsellino in un’intervista rilasciata a Lamberto Sposini, citando il Commissario Ninni Cassarà.

Trent’anni dopo, il 23 maggio 1992 resta una ferita profonda e mai sanata per l’Italia intera, ma non per tutti gli italiani: la gran parte sì, tutti no. Chi si è “sporcato le mani” con la criminalità organizzata non può stare dalla stessa parte di chi ha pianto.

Connivenze, entrature e infiltrazioni in ogni regione d’Italia, persino all’estero, hanno consentito in questi trent’anni alla malavita di creare, dietro appalti e attività di facciata, veri e propri imperi economici.

Se le mafie agissero isolate, impartendo ordini ai loro scagnozzi da qualche sperduta collina della Sicilia, della Calabria o della Campania, lo Stato le avrebbe già annientate da decenni.

La narrazione dei “lupi” contro gli “agnelli” non funziona. È in certi salotti buoni, tra i cosiddetti “colletti bianchi d’onore”, che le organizzazioni trovano linfa vitale: i “lupi” diventano “iene” e gli “agnelli” diventano “corvi”.

È stato vano il sacrificio dei due magistrati, degli uomini e delle donne delle rispettive scorte, e delle rispettive famiglie? No. L’attività che loro, i loro colleghi e gli agenti svolsero in vita è ancora oggi l’esempio vivo di un Sud diverso dagli stereotipi culturali o politici che lo hanno marchiato per decenni.

Chi è nato o cresciuto nel Mezzogiorno dopo Capaci ha un modo di vedere le cose certamente diverso da quello dei propri padri e dei propri nonni.

Vogliamo ancora poter credere che, un giorno, l’omertà – non condivisibile ma comprensibile per chi vive nel clima di paura e condizionamento di un sistema consolidato – lascerà definitivamente il posto al coraggio di opporsi al ricatto, di fare impresa e di costruire un territorio migliore.

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Esperto di politica internazionale e geopolitica. Direttore della rivista Scenari Internazionali ed Editorialista.

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