Una data (25 maggio 1983), un posto (Atene) e un nome (Felix Magath) che resteranno per sempre nei peggiori incubi dei tifosi juventini e che evocano una delle finali più incredibili e imprevedibili della storia della prestigiosa Coppa dei Campioni. Da una parte la corazzata Juventus, probabilmente l’undici più forte mai schierato dalla gloriosa formazione torinese, con sei campioni del mondo (Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea,Tardelli, Rossi) più Bettega (che non partecipò ai mondiali di Spagna perché infortunato), Platini, Boniek, Bonini (che non giocava in nazionale solo perché sammarinese) e Brio. Dall’altra parte l’Amburgo, squadra che poteva vantare un grande terzino come Kaltz (forse il miglior crossatore di tutti i tempi), un sontuoso regista come Magath e un panzer d’attacco come Hrubesch. Il vero valore aggiunto di quella squadra era però rappresentato dall’allenatore: Ernst Happel, uno dei più grandi strateghi che abbiano mai appoggiato il proprio sedere su una panchina. L’austriaco, vincitore di una Coppa dei Campioni con il Feyenoord nel 1970, vicecampione del mondo nel 1978 con l’Olanda e autore del miracolo Bruges, vice-campione d’Europa sempre nel 1978 è infatti la vera stella della squadra. Gli adoratori di Mourinho e Guardiola confrontino pure i giocatori allenati da Happel e i fuoriclasse allenati da codesti e capiranno cosa significa veramente essere un Allenatore con la A maiuscola: mai nella storia del calcio un tecnico è riuscito a incidere in maniera così profonda in una sfida da dentro e fuori, come ha fatto Herr Ernst Happel in quella calda serata di maggio.

Facciamo un salto indietro nel tempo per rivivere quell’’incredibile serata di calcio. E’ un mercoledì caldo quello del 25 maggio del 1983 ad Atene, la capitale è invasa da oltre quarantamila tifosi juventini, convinti di assistere in terra ellenica al primo trionfo in Coppa Campioni della propria squadra. I pronostici sono tutti a favore della squadra allenata da Giovanni Trapattoni, balbettante in patria a causa dei problemi di ambientamento dei big Platini e Boniek, ma che da gennaio ha innestato il turbo e ha disputato una campagna europea da dieci e lode. I bianconeri hanno infatti schiantato tutti gli avversari incontrati giocando un calcio spettacolare e spumeggiante, cosa che va contro le solite dicerie dette sul Trap, grazie a un attacco atomico che da destra a sinistra vedeva schierati Bettega, Rossi e Boniek, sostenuti alle spalle da Platini e Tardelli (alla faccia del catenaccio!). Ripercorriamo quindi la marcia trionfale che ha portato la Juventus ad Atene: i bianconeri hanno liquidato ai sedicesimi i modesti danesi del Hvidovre, agli ottavi hanno avuto alla meglio dell’ostico Standard Liegi (3-1 il computo). Ai quarti Platini e soci hanno prima maramaldeggiato il campo dei campioni in carica dell’Aston Villa (2-1 con il pubblico inglese che a fine partita si è alzato addirittura ad applaudire the italians) e poi hanno chiuso i conti al Comunale con un secco 3-1. In semifinale, la squadra del Trap ha affrontato l’impronunciabile Widzew Łódź, l’ex squadra di Zibì Boniek, piena zeppa di giocatori della forte nazionale polacca: dopo un secco 2-0 al Comunale, al ritorno i bianconeri si sono concessi il lusso di pareggiare con uno spettacolare 2-2. Insomma, gol a grappoli e divertimento allo stato puro, nessuno sembra poter fermare la cavalcata della Juve, soprattutto una squadra come l’Amburgo, giunta ad Atene quasi per caso, dopo aver sudato sette camicie nelle sfide contro Dinamo Kiev ai quarti (3-0 a Kiev, sconfitta 2-1 ad Amburgo) e Real Sociedad in semifinale (1-1 in terra basca, 2-1 in riva all’Elba). Le insidie però sono sempre dietro all’angolo: la Juventus, prima della finale ha giocato un match ufficiale (l’ultimo turno di campionato) appena una decina di giorni prima, quindi i bianconeri si presentano ad Atene con le gambe molle e privi del ritmo partita, a questo si aggiunge la troppa sicumera: i giocatori juventini sono veramente convinti di aver già vinto in partenza e pensano all’Amburgo come alla classica vittima sacrificale. Niente di più sbagliato: l’astuto Happel, che ha osservato la Juventus durante una trasferta a Cagliari, ha già studiato le contromosse: alla vigilia del match, convoca i suoi giocatori e chiede loro se fosse opportuno marcare a uomo Platini, alla secca risposta negativa dei suoi giocatori, Happel, tipo scontroso e di poche parole, ordina che si farà come dice lui: il fuoriclasse transalpino andrà seguito da un suo giocatore fino in bagno, perché, la prima cosa che deve fare un allenatore, quando si trova davanti una squadra superiore, è imbrigliare le fonti di gioco avversarie: sarà così il rude medianaccio Rolff a dover fare il secondino di Le Roi Michel.

Wolfgang Rolff oggi, nello staff del Werder Brema
Wolfgang Rolff oggi, nello staff del Werder Brema

Veniamo adesso alla partita, l’Amburgo si schiera in campo con un classico 4-3-1-2: Uli Stein in porta, difesa a quattro rigorosamente in linea formata da Manni Kaltz (famoso per le sue bananenflanken, cioè i cross a giro “a banana”) e Wehmeyer sulle fasce e dai centrali Jakobs e Hyeronimus. A centrocampo, il vertice basso è il cerbero capellone Rolff, che come detto ha in custodia Platini, mentre ai suoi lati agiscono a destra il motorino Groh e a sinistra Milewski (in realtà un attaccante camuffato da centrocampista), in attacco il duo Hrubesch-Bastrup (unico straniero in rosa per l’Amburgo) è sostenuto alle spalle dalla regia di Magath. Dall’altra parte Trapattoni, tentato fino l’ultimo a disporsi a zona con schieramento speculare a quello tedesco, non cambia la formazione tipo: il monumento Zoff in porta, davanti a lui Scirea libero staccato, Gentile e Brio in marcatura su Bastrup e Hrubesch con Cabrini libero di fluidificare sulla sinistra, a centrocampo staziona il duo Tardelli-Bonini a coprire le spalle alla regia di Platini, mentre in attacco Bettega e Boniek svariano dietro a Pablito Rossi; arbitra il rumeno Rainea.

Al fischio d’inizio, la Juventus si getta subito all’attacco, ignara che Happel ha preparato il trappolone: la seconda punta Bastrup, francobollata da Gentile, incomincia a spostarsi verso destra, verso la fascia presidiata da Cabrini, cercando così di portare “Gheddafi” fuori dalla sua zona e di favorire gli inserimenti di Milewski e Magath, due che hanno il gol nel sangue, e che giocano in una zona del campo non coperta a dovere dal vecchio leone Bettega. Al sesto minuto la Juve potrebbe già passare avanti ma il colpo di testa in tuffo di Bobby gol Bettega viene prodigiosamente parato da Stein. E’ il presagio di una serata storta e infatti due minuti più tardi lo scherzetto di Happel riesce alla perfezione: Magath riceve palla sulla trequarti, avanza indisturbato verso rete e, tallonato alle spalle da un attardato Bettega, calcia un tiro beffardo a incrociare che scavalca l’incolpevole Zoff. Gentile, che doveva coprire la zona da dove è scoccato il tiro, resta appiccicato come un koala a Bastrup davanti al proprio portiere! Sull’Olimpico cala il gelo, la Juventus dopo il vantaggio tedesco per un paio di minuti sembra in trance: al 12’ Scirea, in preda a un raptus alla Chiellini, incespica sulla palla e causa un fallo dal limite dell’area, anche se in posizione molto defilata; sugli sviluppi, Kaltz calcia a botta sicura ma Boniek salva sulla linea. I fischi del Trap si sentono anche nei salotti dei milioni di spettatori sintonizzati sul match, la carica del tecnico lombardo dà i suoi frutti al 18’, quando il colpo di testa di Platini viene bloccato dall’attento Stein. Due minuti più tardi, capita sui piedi di Cabrini l’occasione più nitida del match, ma il portiere tedesco è ancora strepitoso e vola sulla sua sinistra a respingere la conclusione calciata al volo dal Bell’Antonio. L’Amburgo pressa poco, lascia il pallino alla Juventus schiacciandosi davanti all’area di rigore con tutti i suoi effettivi (ripeto, davanti all’area di rigore e non dentro l’area di rigore, sono i metri che determinano una grande fase difensiva da una fase difensiva scolastica) e cercando al via del contropiede. E’ proprio su una ripartenza che Rolff, al trentunesimo, segna il raddoppio, anche se il gol viene giustamente annullato da Rainea per evidente off-side. Sul finire della prima frazione da registrare un piccolo siparietto: Cabrini fa un fallaccio su Groh, poi entrambi i giocatori si mettono le mani addosso, venendo così giustamente ammoniti da Rainea, dalla panchina dell’HSV si alza poi Happel che si mette a ringhiare improperi in tedesco al direttore di gara!

MagathNel secondo tempo, al quarto minuto è ancora Cabrini (il migliore degli strisciati) a impegnare Stein che si tuffa alla sua destra, poi Trapattoni le prova tutte: al 56’sostituisce il fantasma di Rossi con Marocchino, spostando Bettega al centro dell’attacco, qualche minuto più tardi avanza Scirea a centrocampo: niente da fare, l’Amburgo continua ad essere impenetrabile negli ultimi sedici metri. Sono proprio i tedeschi a sfiorare il raddoppio al 58’, ancora con Magath, ma il suo tiro finisce alto di mezzo metro sopra la traversa di Zoff. La Juve si butta avanti all’arma bianca e costruisce due occasioni d’oro, al minuto sessantadue Boniek calcia al volo da fuori un pallone che esce alto di poco, al 71’ Platini supera Stein con un pallonetto ma poi viene atterrato dall’intervento del portiere tedesco, con il regolamento di oggi sarebbe stato rigore. I bianconeri però non ne hanno più, l’Amburgo tiene duro e punge in attacco: prima il generoso Groh saggia i riflessi di Zoff, poi è ancora Magath (sempre lui, man of the match) in contropiede a mangiarsi un gol che sembrava fatto sparando alle stelle da posizione comoda. E’ l’ultima occasione del match: al fischio di Rainea lo sparuto gruppo di tifosi tedeschi non crede ai propri occhi, i giocatori dell’Amburgo esultano come pazzi, mentre i giocatori della Magna Juventus sono affranti, distrutti, annichiliti. L’unico che non esulta è Ernst Happel: lo scorbutico austriaco, soprannominato affettuosamente dai suoi calciatori “tiranno”, “brontolone”, è troppo abituato a vincere! Il suo volto incazzoso, sommerso dalle mani dei suoi prodi, chiude una serata indimenticabile per quella metà d’Italia che tifa Juventus, ma anche per quell’altra che tifa spudoratamente contro la Vecchia Signora: le scritte “Grazie Magath!” fioccheranno su tutti i muri, soprattutto a Firenze e Roma, città che da sempre hanno un rapporto decisamente difficile con la squadra degli Agnelli.

Francesco Scabar

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