Pochi giorni fa è venuto a mancare Carlo Vanzina. Figlio del celebre regista e sceneggiatore Stefano Vanzina, in arte Steno, insieme al fratello Enrico ha raccolto l’eredità paterna, fatta di una narrazione talvolta caricata eccessivamente nelle sue tinte di ciò che era l’Italia più profonda, e l’ha portata avanti, estremizzandone ancor di più il concetto di base.

I fratelli Vanzina, come del resto il padre, avevano un grande successo al botteghino ma allo stesso tempo erano ostentatamente snobbati dalla critica proprio per questa loro specializzazione artistica e cinematografica, consistente per l’appunto nel mettere a nudo i tratti più caserecci, perfino pecorecci, dell’italiano medio, nel dimostrare cosa sarebbe stato in grado di fare se avesse avuto a disposizione dei soldi o anche soltanto per guadagnarli, oppure se al posto dei soldi la materia del contendere e dell’impegnarsi fosse stata rappresentata da qualche bella donna. Probabilmente piacevano, e contemporaneamente non piacevano, proprio per questo motivo. Senza essere eccessivi nel dir ciò, bisogna insomma ammettere che erano perlomeno a loro modo sinceri, quasi cinici.

Piacevano all’italiano comune, che in quei tanti difetti e in quelle poche virtù dei personaggi un po’ si riconoscevano, e soprattutto in qualche modo vi riuscivano persino a ridere, ma non piacevano all’italiano più snob, quello che a torto o a ragione si considerava più acculturato e che quel tipo di cinematografia rischiava di dar fuoco alla sua coda di paglia. Lo snobismo della critica cinematografica, molto probabilmente, si spiega proprio con queste motivazioni. Difficilmente potremmo credere alle ragioni ufficiali, quelle secondo cui i Vanzina non fossero capaci di fornire un cinema di qualità, per il semplice che quella critica di fronte a produzioni americane ben più volgari e vuote raramente usava gli stessi termini, non di rado profondendosi invece in sperticati elogi.

In ogni caso, la storia professionale di Carlo Vanzina è di tutto rispetto, se non per la qualità quantomeno per la quantità. Dopo il primo esordio, avvenuto nel 1976 con “Luna di miele in tre”, i film non hanno fatto altro che moltiplicarsi. Difficilmente potrebbero essere dimenticati i film con Diego Abantantuono (“Eccezzziunale… veramente” e “Viuuulentemente mia”), entrambi del 1982, oppure “Sapore di mare”, o ancora “Yuppies” oppure la lunga saga nata a partire da “Vacanze di Natale” del 1983. Come dicevamo, tutti film sicuramente realizzati senza l’intenzione di fare la storia del cinema, di eseguire dei capolavori o chissà cos’altro ancora, ma in ogni caso utili a fare cassa per realizzare magari altre produzioni dalle ambizioni più elevate, a firma anche e soprattutto di altri registi, e soprattutto a ridere un po’ degli italiani e di certi loro costumi in questo o in quel determinato periodo storico. In fondo, e per esempio, è piuttosto difficile immaginarsi il fenomeno degli Yuppies della Milano da Bere Anni ’80 senza la raffigurazione caricaturale data loro dallo scanzonato Jerry Calà.

Insomma, dobbiamo essere onesti: senza la pretesa di dare al cinema dei capolavori, Carlo Vanzina e suo fratello hanno però saputo ridere e farci ridere dei nostri lati peggiori, più caricaturali e grotteschi. E’ qualcosa per cui tanto noi quanto la critica dovremmo esser loro grati.

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