doping Spagna

Correva l’anno 2005, in Spagna la crisi finanziaria prima ancora che in Italia era già sentita, la causa era da imputare alla cosiddetta “bolla immobiliare”. Il paese iberico 10 anni fa si risvegliò di soprassalto, come nel peggiore degli incubi si guardò attorno e vide attorno a se soltanto macerie e debiti. Perché tutto questo? Secondo le parole di un noto economista immobiliare (nonché docente universitario) Ricardo Vergés, la causa scatenante è da ricercare nella “fase di introduzione dell’euro” e all’unificazione dei tassi di interesse avvenuta con il trattato di Maastricht (1992). Vergés disse in una vecchia intervista:

<< Alcuni stati come Germania, Francia e Austria videro nell’euro un’opportunità per “fare affari”. Semplificando il racconto, a partire dal 1992 i tedeschi riuscirono a creare una grande quantità di denaro e la Spagna fu uno dei paesi che accettò un “piccolo prestito”. Secondo Vergés, “la Spagna incassò oltre 800.000 milioni di euro”.

Soldi che poi, continua Vergés, non furono utilizzati a fini di crescita vera e propria, ovvero come investimento a lungo termine (per esempio l’industria), ma solamente per costruzioni residenziali e opere pubbliche. In questo modo non si intaccavano (momentaneamente) le casse del paese, e si proliferava con ditte edilizie che grazie a licenze che scalcavano le normative sul medesimo settore edificavano senza limiti in tutto il paese. Ecco allora che il popolo spagnolo si ritrovò ben presto con una vasta gamma di infrastrutture che fondamentalmente non servivano a prezzi convenienti, e la stragrande maggioranza puntava così ad avere una seconda o persino una terza casa. Perché questa mossa da parte del governo? La risposta arriva sempre da Vergés:

“Perché in tal modo era possibile recuperare l’IVA e l’imposta sulle aziende, ed era possibile incrementare le opere pubbliche senza necessità di mettere mano al debito pubblico”.

Nel 2005 le statistiche dicevano che oltre 2 milioni e mezzo di persone svolgevano una professione legata al settore edilizio. Nel giro di tre anni però l’ambito suddetto crolla velocemente, la richiesta di manodopera diminuisce drasticamente ed ecco che inizia la pioggia di disoccupati, i numeri sono disarmanti: 600.00 persone rimangono a piedi, e con essi circa il 22% delle imprese di costruzioni cessano la loro attività. Oltre a tutto ciò dilaga la corruzione in ambito politico con accordi stipulati tra personaggi del governo e costruttori, e oltremodo si fa strada una pericolosa evasione che colpisce lo stato come un machete.

Una delle principali cause della “burbuja immobiliaria”  deriva dalla crescita del tasso d’inflazione, che causa la variazione del potere d’acquisto di una moneta, superiore rispetto alla media europea. Una fase del mercato questa, in cui i prezzi aumentano esponenzialmente in un lasso di tempo breve a causa della forte domanda. Istituti di credito, famiglie e molte piccole e medie imprese avevano pensato di investire in questi immobili con guadagni rilevanti a costi accessibili. Le banche davano mutui alle famiglie a tassi d’interesse convenienti, ma poi tutto si è ritorto contro a causa della crisi globale del 2008. Moltissime zone residenziali atte a portare turismo sono rimaste invendute perché le famiglie spagnole non potevano permettersi di pagare mutui divenuti troppo alti, per cui rimasero zone disabitate e inutilmente costruite. Con l’avvento della crisi planetaria e della bolla immobiliare che già prima soffocava il paese, il momento sociale vissuto dagli spagnoli era davvero tragico. L’immagine della nazione ne faceva le spese, il debito pubblico stringeva sempre più e nel settore turistico si avevano altre perdite importanti.

Serviva quindi una mossa vincente, un azione capace di risollevare il paese almeno dal punto di vista morale, e che rivitalizzasse la Spagna non solo agli occhi degli abitanti ma anche dell’Europa stessa. Lo sport divenne quindi una forma di rivalsa, come la storia insegna, questo settore è capace talvolta di far ripartire un paese con forti disagi e compiere autentici miracoli.

La federazione spagnola allora si dedica anima e corpo e in pochi anni la cenerentola dello sport si trasforma in una macchina da guerra. Dal 2007/2008 al 2012 vince tutto in numerose discipline: dall’atletica al tennis, dal basket al ciclismo per arrivare infine al calcio, dove nelle tre competizioni per nazionali domina senza limiti. La Spagna di Aragones prima e di Del Bosque poi, trionfa due volte all’Europeo e al Mondiale in Sudafrica.  Contador vince il Giro d’Italia (nel 2008) due Tour de France (nel 2007 e 2009) e due Vuelta a España (nel 2008, 2012). Rafael Nadal vince e convince una sfilza impressionante di trofei oltre alle 4 coppe Davies e la medaglia d’oro olimpica nel singolare del 2008, si aggiudica molti altri titoli, solamente Djoković e Federer sono a suo pari. La lista prosegue con la pallacanestro tra Europei e Mondiali di basket (più due Euro League con il Barcellona e due titoli NBA con Pau Gasol), e ancora, europei di pallavolo e mondiali di nuoto sincronizzato, gli spagnoli trionfano anche nel calcetto e nel motociclismo con Daniel Pedrosa e Jorge Lorenzo con (4) Mondiali 250 e (2) 125. I nomi e i titoli individuali sono ancora tanti, tantissimi, quelli menzionati qui sopra ne sono solo una parte.

Ma da cosa deriva questo boom quasi improvviso di vittorie e trionfi? C’è una premessa da cui partire: la Spagna aveva iniziato a vincere i primi titoli dopo gli anni 2000, anche in ambiti che fino a quel momento erano tabù. Ma l’impennata avvenne per inciso proprio nel periodo buio, dal 2008 in avanti.

Le ragioni del loro successo sono da ricercare nel boom economico negli anni ‘90 con la creazioni di molte infrastrutture all’avanguardia, decisiva è stata anche la fondazione nel 1988 del «Piano ADO» per lo sport di alto livello, da menzionare poi l’Olimpiade gloriosa di Barcellona che portò con sé un medagliere di incredibile valore, 22 medaglie di cui 13 d’oro. Infine va oltremodo sottolineato l’apporto statale allo sport che ammonta ogni anno a circa 75 milioni di euro. Manovre rilevanti per potersi assicurare uno spazio importante nelle discipline sportive. Ma poteva bastare?

Dove si trova il lato oscuro di questo successo? Dalle parole del dottor Eufemiano Fuentes rilasciate durante il processo per “Operacion Puerto” si evince come molti successi ottenuti non siano stati “legali” perché conquistati attraverso l’uso sistematico di doping. Le sostanze e le pratiche menzionate sono state: autoemotrasfusione, uso di ormoni della crescita, EPO e anabolizzanti. Il coinvolgimento maggiore prevedeva l’ambito ciclistico (58 ciclisti citati in giudizio, in seguito lo stesso Contador), ma da alcune indiscrezioni dello stesso Fuentes sembrerebbe esserci stato un interesse anche di altri settori dello sport. Un traffico di sostanze dopanti applicato non solo al mondo del ciclismo quindi ma allo sport in generale: calcio, tennis, atletica e perfino Formula 1.

Parole di fuoco espresse anche dall’ex presidente del Real Sociedad che nel 2008 aveva rilasciato un’intervista da cardiopalma in cui confessava di aver scovato una contabilità segreta del club (non dichiarata) che aveva fatturato spese e commissioni mediche per un valore superiore ai trecentomila euro tra il 2001 e il 2008, antecedente quindi alla sua nomina. Il “sistema di doping” diceva Baldiola “era già in atto da diverso tempo”.  Il responsabile di tale circolazione era proprio il dottor Fuentes.

Altri sospetti e gravi allusioni sono da imputare sempre a Fuentes che poco tempo dopo in cella, nel 2010, avrebbe detto che una sua piena confessione sul caso doping in spagna avrebbe fatto revocare i due titoli vinti sino ad allora dalla squadra iberica in ambito calcistico, in riferimento ai trionfi 2008 (europeo) e al Mondiale (2010). Dichiarazioni poi che avevano provocato indignazione all’interno della rosa spagnola.

Durante il processo anche la moglie Cristina Perez aveva parlato del doping dilagante e di come persino le stesse olimpiadi ’92 sarebbero crollate se ci fosse stata la confessione del marito.

All’epoca la bufera investì logicamente il presidente della Federatletica iberica Josè Maria Odriozola per i casi di: Nuria Fernandez, Reyes Estevez, Eugenio Barrios, Digna Luz Murillo e Alemayehu Bezabeh (quest’ultimo reo confesso).

I nomi mai confessati dei clienti di Fuentes sono tutt’oggi un mistero, ma è probabile che tali soggetti attivi (o non più in attività) di tali discipline incriminate non parleranno mai. Il dubbio permane.

SENTENZA OPERAXIONE PUERTO, WADA E IL MISTERO DELLE 200 SACCHE DI SANGUE:

Il problema di fondo è la legislazione spagnola in materia di doping, essa infatti è molto più “nebulosa” e talvolta contraddittoria rispetto ad altri paesi come l’Italia o la Francia. Infatti la sentenza emessa dal tribunale in merito all’Operazione Puerto non è lineare, non costituendo il doping un reato penale, i giudici hanno declassato il reato a “deplorevole” nei confronti della Salute Pubblica. Una sentenza che non va in merito al caso specifico ma sui generis, come in qualsiasi illecito sanitario.

La Wada, l’agenzia mondiale antidoping, si era risentita sulla lentezza del processo suddetto e aveva richiesto la condivisione di tutti i documenti riguardanti il caso e soprattutto delle famose 200 sacche di sangue che riportavano i nominativi dei clienti misteriosi poco sopra menzionati. Il tribunale di Madrid con la sentenza del giudice Julia Patricia Santamaria non aveva permesso tale coinvolgimento, e anzi, tale emendamento prevedeva la distruzione di tali prove. Nonostante il ricorso fatto da Wada nulla è riemerso, e il caso qui proposto rimane avvolto nel mistero.

Come appurato tra vuoti legislativi, sentenze politiche e gruppi di pressione, il tutto è stato in buona parte insabbiato, la verità celata e i trionfi spagnoli ancora intoccati.

Non si possono fare insinuazioni o dare per scontato nulla, i dubbi sono molti e tutt’oggi continuano ad aumentare, tante e troppe domande resistono al tempo.  Lo sport e il doping sono da sempre due dimensioni che spesso si intersecano racchiudendo conflitti d’interessi, flussi enormi di denaro, divergenze politiche e come detto inizialmente costituiscono forse la via più facile per avere un successo duraturo. La Spagna ha perseguito una sua ideologia per raggiungere i risultati sperati, trionfi che un popolo allo sbando richiedeva a gran voce dopo le mille vicissitudini patite. Tutto questo è però arrivato attraverso vie oscure, illecite o talvolta dubbie.

 “Non siamo dopati”, affermarono in coro il ct Vicente Del Bosque e il centrocampista Xavi nel 2010.

Parole a cui è difficile credere in virtù delle testimonianze riportate e dei processi avvenuti. C’è uno scetticismo generale ormai radicato in chi guarda ora i successi spagnoli perché ad essi vengono collegati altri eventi spiacevoli dello sport in generale, dalla Juve di Lippi al caso Schwarzer, passando per la confessione di un campione come Armstrong che nel 2013 rilasciò l’intervista che deluse il mondo intero. Tanti casi che si accomunano per formare la piaga lacerante di questo sport, che sembra ormai impossibile da ripulire.

Concludo il contributo riportando una citazione che ho volutamente modificato e che al tempo fece scalpore:

“Il calcio (e lo sport in generale) deve uscire dalle farmacie, in questo ambiente girano troppi farmaci”.

Zdeněk Zeman

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