Abbas-Netanyahu Gerusalemme

Mentre da più di una settimana dalle dichiarazioni di Trump, la Lega araba e il mondo arabo-musulmano si scaglia contro Israele e il mondo occidentale, dall’altro lato della barricata il leader israeliano Benjamin Netanyahu mette il dito nella piaga, invitando, non senza una punta di malcelata soddisfazione, la controparte araba a prendere atto della situazione.

“I palestinesi farebbero bene a riconoscere la realtà e a lavorare per la pace e non all’estremismo” sono state le parole del premier israeliano. Che ha poi tenuto a ricordare che Gerusalemme “non solo è la capitale di Israele, ma da noi si difende la libertà di culto di tutte le fedi, e siamo gli unici a farlo in Medio Oriente, nonostante non lo faccia nessuno e nonostante i fallimenti in questo senso”.

Una dichiarazione questa, che di certo non apre al dialogo e si aggiunge alla professione di vittimismo tipica del conflitto arabo-israeliano. Soprattutto in giorni concitati come questi ultimi, non si vedeva la necessità di quest’ultima provocazione, al di là di chi abbia torto o ragione. Un comportamento quello di Usa e Israele negli ultimi giorni che cela forse la volontà di riaccendere il focolare palestinese.

L’azione diplomatica di Trump mette infatti in seria discussione le trattative portate avanti sia dal presidente egiziano Al Sisi, che da Vladimir Putin, che lo scorso anno aveva proposto di ospitare a Mosca un incontro tra Mahmud Abbas, leader dell’Anp e di Al Fatah e Benjamin Netanyahu. Un’ipotesi che avrebbe costretto da  Israele a sedersi al tavolo, visti i buoni rapporti tra la Russia e la comunità ebraica e in particolar modo con la destra israeliana, mentre per gli Usa un eventuale accordo nell’arco della prossima presidenza Putin (al suo ultimo mandato nel 2018) avrebbe costituito l’ennesima vittoria dopo la Siria per l’ex primo ministro di E’lcin.

È chiaro che né Israele né i falchi Usa hanno intenzione di risolvere attraverso il dialogo l’annosa questione palestinese. Lo status quo conviene infatti sia a Washington che a Tel Aviv, la quale sembra non attendere altro che una reazione violenta del mondo arabo-musulmano.

Dopo le risposte, le minacce e qualche contestazione provenienti dal mondo arabo-musulmano, il Caso Gerusalemme ha messo del pepe alla politica di quest’ultimo scorcio di anno. Abu Mazen ha incontrato al Sisi e il Re di Giordania Abdallah nei giorni scorsi, mentre il 13 dicembre è approdato a Istanbul alla riunione dell’OIC, l’Organizzazione per la Cooperazione islamica, dove ha dichiarato che “Gerusalemme è l’eterna capitale della Palestina” e che “Gli Usa non saranno più accettati nel ruolo di mediatori”. Alle parole del leader di Al Fatah si è aggiunto anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan: “Israele è uno stato occupante e terrorista” avrebbe dichiarato il leader dell’AKP, mettendoci il carico da novanta. Ma è noto come le opinioni del presidente turco sul tema Israele siano ondivaghe.

In Europa invece si è recato Benjamin Netanyahu, che ha incassato però il No della Mogherini al progetto di spostare le sedi diplomatiche europee a Gerusalemme: “si sbaglia se crede che l’Europa seguirà Trump” ha dichiarato Lady Pesc. Vladimir Putin è invece approdato in Medio Oriente nei giorni scorsi, dove ha incontrato prima Assad, poi Erdogan e al Sisi. Il presidente russo, oltre ad aver raggiunto importanti accordi economici e militari con il presidente egiziano, ha ribadito che la Russia è per una risoluzione pacifica del conflitto e che ogni mossa volta a mettere in pericolo la pace è da condannare.

Fra accuse reciproche, provocazioni e guerre, l’anno venturo saranno esattamente 70 anni dal primo conflitto arabo-israeliano e dalla dichiarazione dello Stato si Israele, 98 dall’inizio del mandato britannico. C’è da domandarsi a chi interessa davvero trovare una soluzione definitiva, essendo la questione dei territori dell’ex provincia ottomana un collante politico sia da parte sionista che da parte islamista.

 

 

2 COMMENTI

  1. Se solo avessimo voluto esportare quella “giustizia-democratica”,ne avremmo avuto motivi migliori, investendo per esempio e riuscendoci con metà dei miliardi che invano abbiamo disperso, dilapidando un patrimonio in vite umane, Palestinesi sopratutto. Come invece sappiamo come usa in verità l’esercito “democraticamente”, Israele, bramante e assetato di sangue che oramai ha interamente inzuppato quella terra, “la Palestina negata”. A che giova andare mascherati “democraticamente”, con una mano piena di caramelle e con l’altra una granata. Gli uomini non si possono comprare in questo modo neanche se questo posto fosse, il buco più nero dell’inferno ed è evidente oramai, anche per i più ostinati, riuscire a capire che Israele “democraticamente”, non vuole fare quei passi che gli si “consiglia mestamente” di fare e che portino finalmente ad una vera pace su queste dannate terre e questo riguarda le stesse Lobby in Siria in cui Israele “democraticamente”, finanzia i reparti dei ribelli. Non ci sarà mai una generazione futura della Palestina, con la possibilità di rinascere dalle ferite profonde, disumane e incancrenite sulla pelle di questo Popolo martoriato. Israele”democraticamente”, non vuole la pace perché in fondo noi sappiamo chi ha ucciso Yitzhak Rabin che stava facendo passi da gigante verso quella pace, assieme ad Arafat, ucciso”democraticamente” anch’egli con il “polonio”del Mossad Israeliano. Quanto ancora dobbiamo vedere questi nefandi teatrini, che tentano o cercano vagamente di far credere a noi e ai Palestinesi o ai Siriani, una speranza di pace in quest’inferno dove non giungerà mai, sopratutto grazie alla più grande “democrazia”del medio oriente: Israele.

  2. Faranno bene gli arabi e soprattutto i palestinesi a non cadere nella trappola della violenza, cosa che sperano proprio i sionisti, ma procedere con una opposizione “pacifica” ma ferma e soprattutto tessendo la rete giusta ora che la decisione americana sfacciata e di parte mette fuori gioco completamente la credibilita’ degli Stati Unini come “arbitro” credibile per i colloqui di pace ma anzi li fa chiaramente schierare per una sola parte. E’ ovvio che a questo punto la credibilita’; americana finisce e i palestinesi hanno tutto il diritto e io dico il dovere di trovare altri interlocutori e arbitri pera la questione israelo-palestinese.
    La speranza e; che ora l’Europa non si lasci sfuggire questa occasione di entrare nella questione e diventare un interlocutore credibile visto che potrebbe fare pressioni pesanti sullo stato sionista soprattutto con embarghi e riduzioni di cooperazione in caso di non collaborazione per un accordo VERO sui territori e per realizzare due stati come previsto da TUTTE LE RISOLUZIONI ONU e che mai lo stato sionista ha approvato ma anzi sempre boicottato insediando in Cisgiordania insediamenti COMPLETAMENTE ABUSIVI in barba a tutte le risoluzioni di condanna.

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