Tante volte lo sforzo, che si compie per essere pubblicisti professionali è quello di evitare di scrivere urlando. Ovvero esprimere concetti e raccontare notizie ingigantendole o addirittura esagerandone la portata. Quanto è accaduto a Rozzano per ciò che concerne il rifiuto del preside di celebrare il Santo Natale rappresenta un ennesimo caso di giornalismo urlato e da avanspettacolo.

La mia opinione è dovuta a questo fatto, quante persone hanno mai sentito parlare di Rozzano prima di questo evento? Molto poche, ben poche persone si sono spese nel cercare di conoscere e di parlare di tutte le problematiche che ha vissuto questa periferia. Rozzano è una cittadina che è intersecata da due fiumi quali l’Olona e il Lambro. E’ una città che ha origini storiche nel periodo napoleonico. Non è una città del tutto senza storia, come tante cittadine dell’Hinterland. Ha decuplicato la propria popolazione dagli anni 60, tante erano le richieste dei lavoratori provenienti dalle altre regioni d’Italia per costruire il grande boom industriale. Nessuno ne parla, ma già da allora si sono creati tutti quei problemi legati alle realtà dove abitano quelle persone sradicate dalla propria cultura originale. Anche allora le istituzioni latitarono, ma era la Prima Repubblica. Quella mancanza, quel deficit, fu colmato dai partiti e dalle associazioni nascenti e dall’oratorio.

Scrivo in modo generico senza citare nomi perché la storia di tutte queste periferie è comune. Il punto è che se fino all’inizio degli anni 90 eravamo ancora Italia dagli anni ’90 in poi come molte periferie milanesi siamo diventati altro. Quella massa indefinibile, che il politologo Galli usa per identificare erroneamente i movimenti ‘antisistema’ di destra è, in realtà, a mio avviso utilizzabile etimologicamente per queste realtà periferiche.

Il motivo di questo mio pensiero ha molte radici. La demografia è cambiata e allo stato attuale Rozzano ha forti presenze di popolazioni di fede mussulmana. Allo stesso modo, se Rozzano si è evoluta come cittadina legata al ceto operaio, che identità potrebbe avere in un ambiente come l’Italia, dove il lavoro sta sparendo? Domande alle quali nessuno per il momento sembra saper rispondere. Si preferisce alimentare i miti che una certa cultura musicale e sociologica alimenta. Il mito delle periferie cattive, il mito della guerra di strada, il mito alimentato in altri contesti d’oltreoceano del Gangster Rap che arriva anche da noi. Il mito dell’accumulare denaro per comprare ogni bene di consumo che sia uno status symbol, il mito della truffa semplice.

Tutto ciò che abbiamo osservato da lontano come nel caso francese delle banlieue è presente ormai anche in Italia. Abbiamo ulteriori problemi, non siamo un vero e proprio stato. Come tali, non siamo in grado di assicurare una rete di protezione sociale tale da garantire quel minimo di sussistenza agli abitanti delle periferie, creando, così, il mito tanto caro alla sinistra postlaburista europea dell’emarginato buono e felice. Insomma una delle tante situazioni esplosive nelle quali crescono i futuri scontenti di domani. Se un tempo, con il boom industriale italiano, gli scontenti erano rivoluzionari e ribelli, adesso i futuri scontenti saranno emuli dei rapper americani o futuri jihadisti. Magari entrambi in un vortice che renderà queste vittime futuri carnefici.

In questo contesto si inserisce il fatto accaduto all’istituto Garofani, di un preside che si rifiuta di celebrare il Santo Natale. L’Italia è un paese laico, fino a quando siamo stati etnicamente omogenei, abbiamo potuto tutelare le nostre festività cristiane. Adesso sembra quasi che ci si debba vergognare delle proprie tradizioni e che bisogna favorire le usanze di ogni altro popolo, che provenga da ogni angolo del pianeta. E’ una sorta di macabro romanticismo, esaltare la bellezza altrui esaltandone l’esoticità, e nel frattempo odiare tutto quanto c’è della propria cultura.

Sia chiaro, come giornale non ci porremo mai a favore di uno Stato a regime confessionale, non crediamo che in Italia debba comandare una Chiesa. In quanto riteniamo che la Chiesa sia un’assemblea di Santi. Ovvero un corpo di uomini che sono distaccato dal copro umano in quanto tale. Quindi è un’istituzione separata dallo Stato e non deve divenire mai teocratica.

In altri paesi europei, quali la Francia, dopo la rivoluzione, che ne cambiò l’assetto storico e l’eredità culturale, si creò de facto uno spirito nuovo. Uno spirito chiamato “civismo”, uno spirito che può anche essere definito una religione nazionale. Una nazione e una patria alla quale si aderisce, se si condividono gli ideali che la animano. Ad esempio gli ideali della patria francese sono: Libertà, Uguaglianza, Fraternità. Francese è colui che aderisce a questi ideali non esclusivamente colui che nasce sul suolo patrio.

Ebbene, in Italia siamo ancora più a rischio di infiltrazioni terroristiche e di dominio da parte di altri popoli. Il processo di costruzione nazionale, che gli storici chiamano Risorgimento e taluni altri chiamano rivoluzione nazionale, di fatto non si è concluso. Non abbiamo e non sono stati costruiti valori civici ai quali aderire e nei quali credere. Cosa ci rende italiani? Pochi lo sanno e le risposte sono molteplici. Rimangono tanti spiriti e tanti ethos regionalistici che portano ad identificare l’Italia in un insieme di tante piccole patrie. Non è neanche una confederazione, come aveva sognato e scritto il caro Gioberti. Siamo tante regioni e tanti campanili grazie a costoro. E non avendo valori comuni siamo di fronte alla necessità a mio avviso di tutelare le nostre radici culturali e storiche.

Quali sono queste radici? Le radici nostre sono radici cristiane, non c’è nulla nella festa del ricordo della nascita di Gesù Cristo che possa offendere nessuno. Analizziamo la ricorrenza in sé, è evidente che Gesù Cristo non sia nato in quel periodo dell’anno, si è sostituita la festa pagana del solstizio d’inverno con la festa della nascita di Gesù Cristo. Bene, si festeggia una nascita. Quando nasce un bambino i sentimenti ricorrenti sono di speranza, si spera e si augura un avvenire migliore al bambino stesso e a tutti i membri della sua famiglia; la famiglia si stringe intorno al nascituro e si crea quell’aurea positiva di speranza che è tipica del calore affettivo umano. Bene, c’è forse qualche aspetto negativo o che possa offendere qualcuno in tutto questo?

Ah beh dimenticavo, i cari amici neoprotestanti nella loro smania biblistica fondamentalista, che li rende tanti automi semianalfabeti, leggono alla lettera alcune letture veterotestamentarie e vietano il Santo Natale in quanto festività pagana. Tutto non si deve per costoro, si deve solo pagare la decima e deprogrammare individui da rendere privi di ogni sentimento, che li renda lontani dal sentire della propria setta. A parte costoro chi potrebbe sentirsi offeso dal Santo Natale? Se anche qualcuno potrebbe sentirsi offeso, allora viene da chiedersi perché non compie un’operazione di comprensione.

Ebbene sì, la volontà culturale di coloro che ci governano è quella di creare un futuro nuovo, da consumatori senza radici, che non sappiano ribellarsi, questo lo abbiamo capito. Ma coloro, che sono estranei alle nostre radici e non capiscono di trovarsi in un altro paese e non lo rispettano perché devono avere pari diritti rispetto a coloro che lavorano per questo paese? Sono domande retoriche alle quali noi rispondiamo ribadendo la nostra contrarietà all’immigrazione incontrollata.

Per ciò che concerne il nostro pensiero riguardo alla nostra Patria, noi pensiamo che si debbano tutelare le nostre radici cristiane. Inoltre, auspichiamo che si insegnino nelle nostre scuole quei valori che animarono i nostri padri fondatori. Parliamo dell’insegnamento sia dell’educazione civica, sia della nostra storia patria. Come auspichiamo che si torni ad insegnare, alle nuove generazioni, il contributo dei padri fondatori quali Mazzini, Garibaldi, Gioberti, come dei nostri poeti quali Leopardi e Dante. Insomma l’Italia si insegna e si vive conoscendo la storia dei nostri padri, della nostra ricca produzione culturale e creando un nuovo civismo patriottico.

Un altro popolo europeo, come quello serbo ha coniato questo motto: “Solo l’unità salverà i serbi”. Vale anche per noi Italiani! È solo restando un’unica patria consapevole della propria eredità culturale, storica e delle proprie radici che sapremo resistere ai nostri nemici interni ed esterni. Dove per nemici interni intendo tutto quel ceto culturale, che ama ogni tipo di cultura straniera e lontana. Quel ceto, che pratica una discriminazione positiva nei confronti delle minoranze, traducendosi di fatto in una discriminazione nei confronti degli italiani. Parlo della sinistra europea, ampiamente rappresentata in Italia, alla quale auguriamo di poter andare a vivere altrove, magari nei paesi che tanto incensano. In politica estera riteniamo che l’Italia debba assolutamente smarcarsi dal patto atlantico e porre fine ad anni di umiliazioni e soprusi. Rozzano rappresenta, quindi, un caso da manuale dei tanti nemici della nostra comunità nazionale. Torniamo a conoscere le nostre radici e tuteliamole, prima che un domani non troppo lontano saremo costrette a ricordarle come testimoni di un passato lontano.

Un’altra riflessione merita la città di Rozzano. Se si analizza la demografia si noterà come una buona percentuale di abitanti sono provenienti dai paesi ex comunisti quali Romania e Ucraina. Ebbene costoro forse Dante Alighieri li avrebbe mandati nel girone dantesco infernale degli ignavi. Di tutta la vicenda e le vicende che riguardano la tutela delle nostre radici hanno un atteggiamento che è al limite dell’ipocrisia. Se da un lato compiono pellegrinaggi e atti di devozione nei loro paesi, qui in Italia sembra che considerino gli italiani e le radici cristiane del nostro territorio come estranee. Tutto compiono per il loro paese nella loro terra cianciando di tutela dell’identità cristiana e nulla compiono per la tutela delle medesime radici qui in Italia. L’Italia viene vista come un luogo dove arricchirsi per poi tornare nel loro caro e amato paese cristiano non prima però di aver costruito una bella abitazione abusiva ai margini di qualche cittadina postindustriale.

Ebbene non resta che da porvi i miei più sentiti complimenti! Ancora una volta viene da pensare come certi popoli europei, non siano di fatto europei, ma fautori di un nazionalismo funzionale agli interessi atlantisti. Questo sentimento tanto utile agli atlantisti lo si vive anche nelle nostre periferie: il mito Gangster di tipo americano è rappresentato dalla musica manele di derivazione zingara, parte integrante della cultura rumena postsocialista.

Questa ipocrisia del nazionalismo a casa propria e della dissoluzione in casa d’altri è tipica di coloro che hanno abdicato a vivere certi valori e a vivere esclusivamente alla ricerca dell’arricchimento facile. Forse, questo, offenderà le associazioni culturali di tali paesi, anche se in fondo non lo credo. Sono troppo occupate a condannare il proprio passato socialista e a beatificare qualsivoglia oppositore, creando così un passatismo utile alle rispettive diaspore.

In conclusione sbrighiamoci prima che sia troppo tardi, civismo subito e radici condivise, prima che qualche altra cultura ci imponga le proprie.

Dario Daniele Raffo

UN COMMENTO

  1. Romania- La musica manele e stata cantata prima nelle carceri rumene.
    alcune parole del gergo dei malavitosi le troviamo oggi in riviste, manuali, quaderni, di editure scelte dal ministero per l’educazione rumeno. Gli insegnanti presentano queste publicazioni a bambini di 6-7 anni in classe, constringendo i genitori a comprare.
    D’avanti alla scula di mia figlia, proprio all’ingresso principale, ci sono due chioschi che vendono cigarette ai minori, e tre distributori di caffe. D’alle 7,30 alle 8 di mattino d’avanti alla scuola adolescenti fumano, bevono caffe, parlano volgarita’, bloccano il marciapiede, nel’indiferenza totale dei genitori di bambini piccoli, insegnati, polizia (ferma d’avanti alla scuola). Questa e’ la migliore scuola in citta’, dove vanno anche figli di funzionari di varie instituzioni.
    La religione e materia obligatoria, non si ofrono alternative. L’inglese e’ obligatorio, di fatto, dal asilo. Poi, nelle scuole, si insegna non solo all’ora di inglese, ma anche a matematica, lingua rumena, sviluppo della persona. Perche l’insegnamento e’ “integrato” dicono loro. Per me la gente non ragiona piu’, stato, famiglia, crescono figli per mandarli all’estero, per passare poi la vecchiaia da soli, per smantellare il paese.

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