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Gli immigrati che hanno scelto di vivere nel mondo occidentale hanno “l’obbligo” di conformarsi ai valori della società nella quale hanno deciso “di stabilirsi”, ben sapendo che “sono diversi” dai loro e “non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante”.

Non è una il testo di una proposta di legge della Lega Nord o una dichiarazione del governatore friulano Debora Serracchiani, ultima maniera, ma un passaggio di una sentenza, per molti versi rivoluzionaria, della Corte di Cassazione.

I giudici della Cassazione hanno condannato un indiano Sikh che voleva circolare con il kirpan (il coltello sacro), secondo i precetti della sua religione.

L’uomo aveva fatto ricorso dopo la sentenza del Tribunale di Mantova che lo aveva condannato nel 2015 a pagare duemila euro di ammenda in quanto il 6 marzo del 2013 era stato sorpreso a Goito, dove c’è una grande comunità sikh, mentre usciva di casa armato di un coltello lungo quasi venti centimetri.

L’indiano aveva sostenuto che il coltello, come il turbante, fosse “un simbolo della religione e il porto costituiva adempimento del dovere religioso” e aveva chiesto alla Cassazione di non essere multato.

La sua richiesta era stata condivisa dalla Procura della Suprema Corte che, ritenendo tale comportamento giustificato dalla diversità culturale, aveva chiesto l’annullamento senza rinvio della sentenza di condanna.

Di diverso avviso la Prima sezione penale della Suprema Corte, per la quale “è essenziale l’obbligo per l’immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all’ordinamento giuridico che la disciplina”.

Secondo la Cassazione, “in una società multietnica la convivenza tra soggetti di etnia diversa richiede necessariamente l’identificazione di un nucleo comune in cui immigrati e società di accoglienza si debbono riconoscere. Se l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di origine, in consonanza con la previsione dell’art. 2 della Costituzione che valorizza il pluralismo sociale, il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante”.

Per i giudici, “la decisione di stabilirsi in una società in cui è noto, e si ha la consapevolezza, che i valori di riferimento sono diversi da quella di provenienza, ne impone il rispetto”.

Il multiculturalismo senza limiti non è possibile e la civiltà giuridica della società ospitante non può essere ignorata. Lo dice anche la prima sezione penale della Suprema Corte.

UN COMMENTO

  1. Credo che la cassazione abbia utilizzato un termine sbagliato, in quanto sarebbe più giusto dire che gli immigrati dovrebbero , come ci si aspetta da tutti RISPETTARE LE LEGGI ITALIANE.
    La questione di VALORI non è corretta in quanto,per esempio un buddhista in una società cristiana dovrebbe “conformarsi” alla cultura cristiana rininciando a essere buddhista?
    Oppure un musulmano dovrebbe rinunciare a essere musulmano?
    In realtà la cassazione avrebbe dovuto insistere sul fatto che CHIUNQUE arrivi in Italia DEVE conformarsi alle LEGGI ITALIANE.
    Questo mi sembra il termine giusto, per sottolineare che in Italia valgono le leggi italiane, e non la sharia o altre forme abberranti di legislazione medioevale.
    Dico questo perché se un italiano dovesse “conformarsi” alla cultura dell’Arabia saudita soggiornando in quel paese dovrebbe rinunciare a essere cristiano e diventare islamista?
    Non mi sembra anto intelligente questa uscita della cassazione.
    Se qualcuno in qualche paese islamico chiedesse applicasse lo stesso criterio cosa diremmo?
    L’insistenza del RISPETTO DELLE EGGI del paese in cui si è ospitato è obbligatoria e non ci piove, anzi spesso abbiamo assistito a pratiche abberranti di gente che vivendo in italia pretendeva di utilizzare i metodi spesso barbari ei loro paesi di provenienza senza un intervento energico per fare riportare immediatamente (anche con provvedimenti immediati di espulsione) chi non la rispettava.
    Le responsabilità sono delle istituzioni che per paura di essere accusate di “razzismo” non facevano applicare la legge italiana soprattutto per quel che riguarda i diritti civili.
    R.W.

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