Soldati armeni nella provincia di Hadrut nel Nagorno-Karabah, Azerbaigian.

Nella notte dello scorso 2 aprile le forze armate armene, utilizzando armi pesanti, hanno aperto il fuoco sulle postazioni dell’esercito azerbaigiano, oltre a condurre operazioni di sabotaggio lungo la linea di contatto. I bombardamenti armeni hanno coinvolto anche aree densamente popolate, provocando morti e feriti e gravi danni alle proprietà private.

Conseguentemente, per prevenire ulteriori attacchi e sabotaggi, l’esercito azerbaigiano ha reagito con un attacco in direzione di Aghdere-Terter-Aghdam e di Khojaly-Fuzuli. Il contrattacco è avvenuto in tempi brevi ed alcune aree della prima linea di difesa delle forze armene sono state subito sfondate, col risultato che alcune alture ed insediamenti d’importanza strategica sono ritornati sotto il controllo azerbaigiano. Le colline circostanti il villaggio di Talish, fondamentale per il controllo anche del distretto di Goranboy e della città di Naftalan, così come l’insediamento di Seysulan, sono state sottratte al controllo armeno. Per proteggere la città di Horadiz, minacciata dalle forze armene, l’esercito azerbaigiano ha quindi assunto il controllo anche della collina di “Lele tepe”, in zona Fizuli, occupata dall’Armenia nel 1993 e dalla quale si può dominare una vasta area.

Durante i combattimenti, dodici soldati azerbaigiani hanno perso la vita, mentre un velivolo MIG-24 dell’esercito azerbaigiano è stato abbattuto ed un carro armato è saltato su una mina.

Il Ministero della Difesa della Repubblica dell’Azerbaigian ha dichiarato che, considerando le insistenti richieste delle organizzazioni internazionali e la tradizionale politica di pace perseguita dal governo di Baku, l’esercito azerbaigiano ha preso la decisione di sospendere unilateralmente le operazioni di contrattacco e le misure di ritorsione contro le truppe armene nei territori occupati dall’Azerbaigian e d’avviare i lavori per rafforzare la protezione dei territori e delle terre liberate dal controllo armeno. Baku s’è anche appellata alla comunità internazionale affinché siano condannate le azioni sin qui intraprese dall’Armenia, che violano il diritto internazionale.

Anche il Cremlino, il cui ruolo politico e diplomatico nella regione del Caucaso è tanto importante quanto riconosciuto, ha fin da subito invitato alla calma e a spegnere i fuochi.

Le azioni delle forze armate armene che hanno portato al deterioramento della situazione regionale sono in coincidenza con l’occupazione della regione azerbaigiana di Kalbajar avvenuta il 2 aprile del 1993. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha adottato a tal proposito la Risoluzione N. 822 (1993), a cui si sono aggiunte in seguito la 853 (1993), 874 (1993) ed 884 (1993) che chiedono il ritiro completo ed incondizionato delle truppe armene da tutti i territori azerbaigiani occupati. Purtroppo tali risoluzioni fino ad oggi non hanno ricevuto ascolto.

L’Azerbaigian ha ripetutamente affermato che la presenza illegale di truppe armene nei suoi territori resta uno dei principali ostacoli alla risoluzione del conflitto, con oltretutto il rischio d’improvvise e pericolose perdite di controllo della situazione, provocate da scontri ed incidenti lungo la linea di contatto. Secondo Baku, perchè vi siano progressi nella risoluzione del conflitto e si possa ottenere una pace solida e duratura nella regione, la comunità internazionale deve quindi chiedere con forza all’Armenia di ritirare tutte le sue forze armate dai territori azerbaigiani occupati, in conformità con quanto previsto dalle varie risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Tuttora il 20% del territorio internazionalmente riconosciuto della Repubblica dell’Azerbaigian resta sotto l’occupazione delle forze militari armene. Il conflitto scoppiato oltre vent’anni fa ha provocato la morte di trentamila azerbaigiani, mentre altri cinquantamila sono rimasti feriti ed invalidi. Nella storia di questo conflitto vi sono state pagine molto nere, testimoniate anche dal milione di azerbaigiani sfollati dai territori occupati per sfuggire alla pulizia etnica. Anche il patrimonio storico e culturale dell’Azerbaigian nei territori occupati è stato distrutto, ed anche questa rappresenta indubbiamente una perdita incalcolabile per tutta l’umanità.

Nel frattempo fiocca, sia tra i media tradizionali che tra quelli in rete, una vera e propria campagna di diffamazione e demonizzazione politica e a mezzo stampa dell’Azerbaigian. Non soltanto semplici cittadini e giornalisti ma anche importanti personalità come ad esempio alcuni ambasciatori armeni sostengono che Baku e Ankara vogliano “finire il lavoro iniziato col genocidio armeno” oltre cent’anni fa. Ignorando che qualsiasi accostamento fra la Turchia e l’Azerbaigian abbia ben poco senso, visto che la prima è sunnita ed il secondo è invece a fortissima maggioranza sciita; la prima si sta sempre più trasformando in uno Stato confessionale, il secondo è invece un caposaldo della laicità nella regione; e non parliamo poi delle immense differenze politiche, storiche e culturali (e non ultimo economiche) che hanno spesso visto i due diversi mondi a cui questi due paesi appartengono scontrarsi fra loro, anziché andare a braccetto a danno di terzi. Certe insinuazioni ed affermazioni sono estremamente gravi e non soltanto non tengono conto della storia e della geopolitica, ma neppure del buon senso.

Lo stesso si potrebbe dire anche dell’accusa rivolta agli azerbaigiani di essere uguali all’ISIS o che addirittura vi fossero suoi miliziani a combattere con le truppe di Baku, insieme anche ai lupi grigi turchi, come insinuato da RaiNews. Anche in questo caso bisognerebbe ricordare come l’ISIS sia un Califfato autoproclamato e basato sul fondamentalismo sunnita, mentre l’Azerbaigian è uno Stato laico con una società a maggioranza sciita: due cose diversissime, praticamente opposte fra loro. Oltretutto, neanche a farlo apposta, coloro che s’avventurano in un simile paragone sono proprio coloro che guardano con simpatia a quegli Stati e governi che all’ISIS, almeno nelle sue origini, hanno dato ben più che simbolicamente una mano. L’ISIS non soltanto non combatterebbe mai con l’Azerbaigian (e così i lupi grigi), ma se potesse lo attaccherebbe: per al-Baghdadi e i suoi, Baku è terra d’infedeli, di sciiti.

Per far capire quale sia la cultura dell’Azerbaigian, basterebbe soltanto dire che il suo poeta nazionale è Nizami Ganjavi, vissuto fra il 1141 ed il 1209, tra i maggiori poeti epico-romanzeschi della letteratura persiana, alla quale portò un immenso rinnovamento. Nacque infatti a Ganca, nell’odierno Azerbaigian, dove visse fino alla morte. Suo è il celebre “Quintetto” di mathnavi (lunghi poemi in distici a rima baciata) a cui molti altri poeti nei secoli successivi si sarebbero ispirati, e che sarebbero stati fonte inesauribile anche per la fantasia dei miniaturisti. Tra le sue opere, Nizami trattò abbondantemente ed in modo celebrativo la storia e la vita del personaggio occidentale forse più grande ed importante che l’Oriente abbia mai conosciuto: Alessandro Magno. Anche questa cosa, probabilmente, dovrebbe far riflettere molti di noi.

UN COMMENTO

  1. perdonami ma per dire che fra la Turchia e l’Azerbaigian non è possibile fare un accostamento hai usato delle motivazioni abbastanza poco consistenti…
    di alleanze fra stati sciiti e sunniti ce ne è diverse. L’Iran intrattiene rapporti economici e non anche con paesi sunniti., anche con paesi con cui poi si scontra in conflitti per procura…
    nello specifico poi rapporti fra turchi e azeri , sono più che confermati a partire da quelli economici..

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