Pochi giorni or sono un giovane americano di nome Dylann Roof é entrato in una chiesa metodista di Charleston, frequentata da fedeli neri, e ha aperto il fuoco con la pistola regalatagli dai genitori per il suo ventunesimo compleanno uccidendo nove persone (in maggioranza donne) e ferendone una.
Scopo dell’attentatore, come dichiarato dopo il suo arresto, sarebbe stato quello di fomentare una ‘guerra razziale’, coerentemente con le sue idee ispirate al ‘suprematismo bianco’.
Dylann Roof possedeva e frequentemente indossava un giubbotto sul cui petto aveva fatto cucire toppe rappresentanti le bandiere nazionali del Sudafrica dell’Apartheid e della Rhodesia di Ian Smith (ora Zimbabwe), stati che praticavano la segregazione razziale contro le rispettive maggioranze di colore.
A cinque giorni dalla strage e a quattro dall’arresto del suo perpetratore, il discorso mediatico americano scaturito dal tragico evento é completamente polarizzato dalla richiesta, reiterata da tutti i media ‘liberal’, ‘centristi’ e ‘repubblicano progressisti’, di rimuovere le bandiere della Confederazione (CSA) che ancora campeggiano su certi edifici pubblici degli stati ex-sudisti (come la Carolina del Sud, dove é avvenuta la strage).
Questa richiesta, che sui media d’oltreoceano sta rapidamente assumendo i contorni di una maldestra crociata condotta con tutti gli accessori e gli addentellati delle ‘cause morali’ come le si lancia e le si conduce in questo primo quindicennio di Ventunesimo Secolo (quindi con mobilitazione effettuata via “social network”, con tanto di “flash mob” con episodi ‘spontanei’ di rogo pubblico dell’offensivo vessillo) dimostra l’enorme capacità della macchina propagandistica statunitense di indurre colossali epidemie di cecità (o quantomeno di forte miopia) selettiva, scatenando, con tutta la forza suadente dei suoi persuasori più o meno occulti, la rabbia e l’indignazione popolare verso convenienti fantocci di paglia piuttosto che nei confronti di obiettivi più delicati e sensibili che potrebbero farne traballare la struttura di ricchezza e potere così com’é organizzata da circa centocinquant’anni a questa parte.
Il termine del secolo e mezzo non é citato arbitrariamente, visto che proprio quest’anno, esattamente lo scorso nove maggio, é scoccato il centocinquantesimo anniversario della fine della Guerra Civile Americana, con la quale la Confederazione di Stati che innalzava la ‘Southern Cross’ come proprio stendardo (in realtà mai approvato ufficialmente, ma preferito sul campo in quanto più iconico e riconoscibile di tre mediocri bandiere ufficiali) venne sconfitta e distrutta, il suo popolo umiliato e la sua memoria storica quasi ininterrottamente vilipesa e sottoposta a una ‘damnatio memoriae’ che ha pochissimi paralleli o uguali nella Storia Umana contemporanea.
Basta avere compiuto un normale corso di studio della storia a livello liceale (beninteso, in un liceo europeo) per sapere senza ombra di dubbio che la favola della ‘Guerra di Secessione dichiarata per abbattere la schiavitù nelle piantagioni del Sud’ é, appunto, una bella favola agiografica che gli Americani (del Nord e di tendenze ‘liberal’) si raccontano da un secolo e mezzo per giustificare l’aggressione scatenata dal Presidente Lincoln (su pressione dell’establishment industriale-finanziario nordista) per riportare manu militari all’ordine gli Stati sudisti che, coerentemente con l’architettura costituzionale degli Usa del tempo, non vedendo più rappresentati e garantiti i loro interessi a Washington, decisero di secedere dall’Unione e darsi una nuova organizzazione politica, più rispondente alle proprie necessità.
E’ inutile, in uno scritto giornalistico come questo, andare a citare per filo e per segno gli argomenti costituzionali che supportavano e rendevano perfettamente legale e razionale la scelta degli undici stati sudisti, ma, per sgombrare il campo da ogni dubbio in merito, basterà ricordare che quanto deciso da  Sud Carolina, Mississippi, Florida, Alabama, Georgia, Louisiana, Texas, Virginia, Arkansas, Nord Carolina e Tennessee non fu, in alcun senso, diverso da ciò che decisero le Tredici Colonie britanniche nordamericane nel momento in cui, da territori soggetti alle leggi e all’autorità di Londra, si costituirono in Stati Uniti d’America.
Riguardo all’assurdità della nozione di una ‘Guerra Civile motivata dalla Schiavitù’ basti poi considerare che ben cinque stati che rimasero nell’Unione (Delaware, Maryland, Kentucky, Missouri, West Virginia) prevedevano la schiavitù degli Africani, in Kentucky il 25 per cento della popolazione era costituito da schiavi e l’istituto della Schiavitù non venne legalmente abolito se non addirittura dopo la fine delle ostilità con il Sud. Nel Missouri chiunque educasse “un negro o un mulatto” doveva pagare una multa di 500 dollari (dollari del 1850) e poteva passare fino a sei mesi in prigione (anche in Missouri la Schiavitù come istituto legale venne abolita dopo la fine della guerra).
Naturalmente, un ‘liberal’ bene intenzionato e sincero (il problema dei ‘liberal’ é che sono sempre, SEMPRE sia beneintenzionati che sinceri, ed é per questo che riescono a percorrere di buon passo tutta la strada che li separa dai Cancelli dell’Inferno), potrà replicare a queste mie osservazioni storiche: “Ma ormai la bandiera confederata serve solo come simbolo di gruppi d’odio, di nostalgici del KKK, di skinhead e suprematisti bianchi! Anche la svastica era un simbolo solare, ma la sua associazione col Nazismo l’ha indelebilmente macchiata, per cui nessuno esporrebbe, oggi, in pubblico, bandiere con la svastica!”.
A questa osservazione io rispondo che il processo di associazione tra il vessillo della Confederazione e il razzismo nei confronti della popolazione di colore é stato tanto più forte e tanto più intenso quanto più la popolazione degli ex-stati confederati é stata piegata, umiliata, ha visto la propria Storia e i propri leader vilificati e ritratti con le tinte fosche e ‘lurid’ (nel senso inglese del termine) adatte ai ‘cattivi’ di un brutto fumetto; processo che non si é ancora arrestato a un secolo e cinquant’anni dopo i fatti in questione, e che permette all’establishment politico-economico di Washington e dell’Upper Crust degli Stati del Nord di continuare a proiettarsi come Paragoni di Virtù in sella a un altissimo cavallo di Superiorità Morale, dal quale osservano e comandano dozzine di processi di invasione, aggressione e terrorismo internazionale dall’Ucraina alla Siria, dal buco nero che una volta era la Libia al Mar della Cina, dagli stati-vassalli della NATO a quelli Africani già messi nei mirini di AFRICOM.
Demonizzare in ogni modo tutti coloro che nel corso dei decenni hanno ‘osato’ sfidare la supremazia washingtoniana é il più vecchio gioco di prestigio nel cilindro dello Zio Sam, che spesso riesce con la complicità più o meno volontaria delle sue stesse vittime, come ad esempio i poveri bianchi redneck, la ‘white trash’ che vegeta a Sud della Mason-Dixon (“Mi hanno insegnato che la Confederazione era razzista e schiavista, quindi lo diventerò anche io per fargli vedere!”).
Ovviamente lo scopo della mobilitazione ‘morale’ contro la Southern Cross flag é distrarre l’attenzione del Ceto Medio Demikulturnij americano e americanizzato (cioé occidentale) dalla vera causa originaria della strage di Charleston: il fatto che nei liberi e democratici Stati Uniti d’America sia possibile entrare in un Target (o meglio ancora, in un Walmart) qualsiasi e uscirne con un’arma da fuoco semiautomatica, in omaggio al Secondo Emendamento ma, soprattutto, alla strapotenza finanziaria (che diventa subito dopo strapotenza politica e mediatica) della lobby delle armi da fuoco e dei loro entusiasti che negli ultimi 30 anni hanno imposto le loro agende a destra e a manca in tutti gli Usa, tanto che ormai nella maggior parte degli Stati dell’Unione é facilissimo ottenere permessi per il porto nascosto di armi da fuoco, mentre addirittura in sei stati (Alaska, Arizona, Arkansas, Kansas, Vermont e Wyoming) esso é totalmente libero senza bisogno di alcun certificato o qualifica.
Tutte le armi del mondo non potranno mai rovesciare un’egemonia mediatica e culturale tanto pervasiva, annichilente e schiacciante come quella che da Washington e Wall Street si irraggia sul resto degli Usa e su gran parte del mondo, ma un serio, sincero, profondo discorso storico e politico rivolto alle classi subalterne degli stessi Usa (che siano bianche, nere o che altro) potrebbe fare impallidire e terrorizzare i burattinai del potere e del denaro a stelle e strisce come nessuno schieramento di ‘colt’, di ‘smith and wesson’ e di ‘armalite’ riuscirebbe mai a fare.
Paolo Marcenaro

Gentile Lettore, ogni commento agli articoli de l'Opinione Pubblica sarà sottoposto a moderazione prima di essere approvato. La preghiamo di non utilizzare alcun tipo di turpiloquio, non alimentare discussioni polemiche e personali, mantenere un comportamento decoroso. Non saranno approvati commenti che abbiano lo scopo di denigrare l'autore dell'articolo o l'intero lavoro della Redazione. Per segnalazioni e refusi la preghiamo di rivolgersi al nostro indirizzo di posta elettronica: [email protected]

Inserisca il suo commento
Inserisca il Suo nome