Ormai siamo abituati, non passa un’estate che il mondo del calcio italiano non sia scosso da scandali che non fanno altro che minare la credibilità di un mondo calcistico sempre più distante dalla gente e dagli italiani, credo che mai come nell’ultimo quinquennio, tra una Serie A ai minimi storici in quanto a competitività, gli scandali ormai all’ordine del giorno e le figuracce mondiali della Nazionale, gli italiani si siano così disaffezionati dello sport nazional-popolare per eccellenza.

L’ultima vicenda, quella del Catania, è solo l’ultimo segnale della crisi irreversibile in cui si è cacciato il nostro calcio. Per analizzare questo triste fatto, però, occorre adottare un punto di vista il più possibile neutro e oggettivo. Chi scrive è assolutamente contrario ai due sistemi di fare giustizia, quello democristiano/berlusconiano/mastelliano del “tutti colpevoli, nessun colpevole”, “una mano lava l’altra e con tutte e ci si lava la faccia” e quello giustizialista a senso unico sinistrorso che con una mano usa la clava contro “chi non sta con noi” e con l’altra invece dà rassicuranti pacche sulle spalle, intrise di buonismo ipocrita, a “chi sta con noi”. Per analizzare casi come questi occorre distaccarsi da questi, assurdi punti di vista, ed è l’obiettivo che cercherò di perseguire in questo articolo.

Innanzitutto bisogna partire da un fatto, incontestabile, quello che chiamo il Punto A, cioè che il Catania di Pulvirenti fino a due stagioni fa, in buona compagnia del Parma di Ghirardi, veniva considerato da stampa, televisioni e addetti ai lavori non una semplice società come tutte le altre ma addirittura come un “modello da seguire” per tutto i calciofili.

Il Catania, sotto la gestione Pulvirenti, ha conosciuto probabilmente l’era più gloriosa della sua storia assieme a quella di Angelo Massimino tra il 1960 e il 1966: gli etnei due stagioni orsono hanno ottenuto il loro miglior piazzamento di tutti i tempi (ottavo posto con Rolando Maran tecnico) mentre in otto brillanti stagioni nella massima serie la società ha lanciato tecnici del calibro di Pasquale Marino, Walter Zenga, Siniša Mihajlović, Diego Pablo Simeone e Vincenzo Montella, un bravo e scafato direttore sportivo come Pietro Lo Monaco, storico braccio destro di Pulvirenti fin dai tempi dell’Acireale, ha sempre saputo costruire formazioni competitive, pescando soprattutto nel mercato argentino.

Nel maggio 2011, nel pieno del suo apice, Pulvirenti ha inaugurato il bellissimo centro sportivo di Tor del Grifo, autentico fiore all’occhiello di un vero e proprio modello di squadra calcistica. Ecco com’è possibile che una società virtuosa all’apparenza come quella catanese e un presidente come Pulvirenti sia finito dal Punto A, cioè all’essere una società rispettata ed ammirata, al Punto B, cioè l’arresto per frode sportiva e truffa?

Per capire ciò bisogna dobbiamo considerare C, l’anello di congiunzione tra i due punti, e cioè le attività imprenditoriali di Pulvirenti, le cui disgrazie hanno provocato quanto è emerso in queste settimane.
Antonino “Nino” Pulvirenti, un semplice ragioniere che ha mosso i primi passi nel mondo dell’imprenditoria nel ramo della distribuzione alimentare, dall’inizio degli anni Duemila ha iniziato una vera e propria scalata nell’imprenditoria siciliana diventando azionista di maggioranza della Wind Jet, una compagnia aerea low cost, oltre che della Meridi, un gruppo vasto e articolato composta da supermercati, alberghi e ristoranti.

Sono ignoti i motivi di quest’improvvisa escalation dell’uomo di Belpasso (paese natio di un altro Pulvirenti soprannominato u’Malpassotu), il quale, dopo aver acquistato il Catania nel 2004, diventa un imprenditore e un presidente di calcio stimato e riverito grazie alle fortune calcistiche della squadra etnea: nel 2006 la rivista Capital ha eletto Pulvirenti “imprenditore siciliano dell’anno” mentre nel maggio 2013 ha ricevuto in dono le chiavi della città del Catania.

Com’è possibile che un personaggio così benvoluto e stimato finisca per comprarsi mezzo campionato di Serie B? La risposta sta nel fatto che la Windjet entra in una crisi irreversibile, infatti dall’agosto del 2012 gli stipendi dei dipendenti incominciano a non essere più pagati e la compagnia aerea sospende i voli. Ovviamente Pulvirenti, pensa di poter rientrare dalle perdite attraverso il suo giocattolo preferito, cioè il Catania calcio, ma nella stagione 2013/14 tutto gli gira storto e i rossoblù conoscono, dopo uno stupefacente ottavo posto, l’onta della retrocessione.

Messo con le spalle al muro, Pulvirenti decide di tentare il tutto per tutto confermando buona parte della squadra retrocessa, convinto di rientrare subito nel Paradiso, un po’ come hanno fatto l’anno precedente i cugini del Palermo, gli va male perché il Catania è fuori dai giochi fin da subito e a gennaio naviga nei bassifondi della classifica.

Il calcio è come una droga: per poter reggere devi spendere, spendere e ancora spendere e una promozione sfumata e una retrocessione inopinata riescono a spostare da sole milioni di Euro. Indebitato fino al collo con le sue aziende, con oltre quaranta giocatori sul groppone del libro paga, per evitare di fare un crack che si sarebbe sentito fino a Bolzano, Pulvirenti gioca così la carta della disperazione, comprandosi letteralmente la salvezza: purtroppo per lui non tutte le ciambelle riescono con il buco e il diavolo fa le pentole e non i coperchi! Ora è giusto che il Pulvirenti e il Catania siano puniti severamente, anche con misure draconiane come la radiazione, misure del genere però non riusciranno ad evitare la solita gogna mediatica riservata dalle persone che cadono nel giro di poco tempo dagli onori degli altari ai disonori della polvere, atteggiamenti di questo tipo sono il massimo della vigliaccheria perché gli stessi che adesso invocano punizioni esemplari in nome della sempiterna questione morale, qualche anno fa lo esaltavano i modelli Catania e Parma e spendevano parole di elogio per grandi mecenati come Ghirardi e Pulvirenti, rivelatisi alla fine dei cocenti bluff.

La triste parabola di Pulvirenti e del suo Catania, comunque ci insegnano una morale: il calcio è come una droga, inizia come un semplice diversivo o divertimento, ma alla fine si trasforma sempre in una questione di vita o di morte. L’imprenditore calcistico, anche il più grande furbone esistente sulla faccia della terra, è sempre mosso da una sorta di lucida irrazionalità, perché il calcio è libidine pura, e per mantenere questo stato di benessere libidinoso, a un certo punto una persona è disposta a tutto. Speriamo che il nostro asfittico movimento calcistico sappia trarre lezione da quest’ennesima, triste vicenda.

Francesco Scabar