Sospeso tra realtà e sogno, il proprio e quello di una tifoseria, una città, un popolo. Un calciatore vive questa sensazione, a volte la soffre, quando passa in mezzo alla folla, quando alza gli occhi e vede uno stadio gremito che lo acclama.

La soggezione non esiste soltanto quando fai la parte dell’Uruguay del ’50 al Maracanà. Già, il Maracanazo del ’50, il Mineirazo del 2014, le più grandi tragedie del calcio brasiliano. Fino al 29 novembre scorso. Calciatori acclamati, idolatrati, divinizzati e poi più nulla, tornati alla realtà col proprio sogno infranto, con un popolo in ginocchio, con il mondo che ti giudica. Il Brasile intero ha vissuto e stava vivendo il ricordo di quelle due partite come una cosa inaccettabile, una vergogna, un dolore atroce. Ripeto, fino al 29 novembre scorso. E’ brutto fare classifiche in questi casi ma chissà se adesso i brasiliani parleranno ancora così di quelle due sconfitte, chissà come ne parleranno ora che il loro calcio ha subito realmente una tragedia.

E’ passato più di un mese dal disastro aereo che ha cancellato la Chapecoense, a La Unión, sul Monte Gordo (rinominato dalle Autorità colombiane Cerra Chapecoense) a sud di Medellin. Erano quasi arrivati, erano pronti a giocarsi la finale di andata di Copa Sudamericana contro i padroni di casa dell’Atletico Nacional.

Che società l’Atletico Nacional, che squadra, che tifoseria, che popolo! Forse chiunque avrebbe fatto quello che hanno fatto loro, cioé chiedere che il titolo venga assegnato d’ufficio allo sfortunato avversario, ma la repentinità della cosa, la velocità con la quale è stata ufficialmente fatta richiesta alla Conmebol dimostra il cuore e la mentalità di questo Club e dei suoi sostenitori. Il 2 dicembre tale richiesta è stata inoltrata, tre giorni dopo l’assegnazione del trofeo al “Chape” diventa ufficiale. Tra realtà e sogno, erano sospesi lì i ragazzi de “l’Huracán del Oeste” e con loro una città intera. Chapecò, poco più di duecentomila abitanti, a due passi dal confine con l’Argentina, quattro da quello con il Paraguay. Agricoltura, bestiame, legname sono le principali attività, quasi a testimoniare la genuinità e la semplicità della sua gente.

La favola del Chape nasce nel 1973 tra la fusione della Chapecò e dell’Independente. Lothar Immich sarà il primo presidente della neonata Chapecoense che conquista la massima serie nel 1978 dopo aver vinto il titolo statale Catarinense del 1977. Dopo due apparizioni anonime nel Brasileiro il Club torna nella palude del dilettantismo, qualche apparizione in C a metà anni novanta e poi la svolta. Dal 2009 al 2013 la scalata dalla D alla A, la prima partecipazione a un torneo internazionale nel 2015, quella Copa Sudamericana “vinta” lo scorso 5 dicembre. Adesso ci sarà la Libertadores. Ma il Chape è nelle mani di Danilo, a destra Caramelo, a sinistra Dener, centrali Thiego e Neto, vertice basso Josimar sostenuto da Cléber Santana e Gil, a sinistra Tiago, a destra Ananias e davanti Kempes.

Dell’undici titolare che ha sconfitto il San Lorenzo ai calci di rigore e si è guadagnato la finale è sopravvissuto soltanto Neto. In panchina Follmann, Filipe Machado, Arthur Maia, Matheus Biteco, Sergio Manoel, Lucas Gomes, Bruno Rangel, allenatore Caio Júnior. Soltanto Follmann è sopravvissuto. Se ne sono andati pure Marcelo, Gimenez, Tiaguinho, e Ailton Canela, oltre a gran parte dello staff tecnico. E’ sopravvissuto Alan Ruschel. Nenem, Moisés, Nivaldo, Martinuccio, Boeck, Demerson, Andrei e Hyoran non sono saliti su quell’aereo e, fatta eccezione per Hyoran e Boeck, gli altri potranno continuare a giocare per quei colori che adesso sono leggenda, come lo è il granata del Torino, come lo è il rosso del Manchester United, come il biancorosso della nazionale olimpica danese, come il biancoverde dei cileni del Green Cross, come il giallonero dei boliviani del The Strongest, come il gialloblu degli uzbeki del Paxtakor, il biancoblu dell’Alianza Lima, il bianco della rappresentativa del Suriname in Olanda, il Colourful 11, il verde della nazionale dello Zambia.

Ogni calciatore del Chape caduto, ma anche i sopravvissuti adesso fanno parte della leggenda di questo piccolo club che ha conquistato un posto nel cuore di tutti. Il Cagliari di Gigi Riva, il Perugia di Castagner, possono essere le Chapecoense italiane dal punto di vista dei risultati, di quello che hanno rappresentato e che rappresentano tutt’oggi per i loro tifosi, per le rispettive città. Il bimbo in lacrime che il giorno dopo si reca sugli spalti vuoti è l’immagine simbolo di ciò che rappresenta la Chapecoense per Chapecò, di cosa è il calcio e lo spirito di appartenenza, di cosa significa stare tra realtà e sogno.

Nell’epoca dei social network forse ci si abitua troppo velocemente al dolore e capita di pensare a quando da bambino guardavi la Tv e ti raccontavano cos’era il Grande Torino, immaginandoti di vedere Valentino Mazzola tirarsi su le maniche e suonare la carica. Ora è tutto a portata di mano e anche una tragedia può perdere quella romanticità che scatta di fronte ai racconti, alle foto, alle lacrime di grandi e piccini ai quali sono stati portati via gli idoli, quegl’idoli che a loro sembravano immortali e che forse adesso lo sono diventati davvero.

Sta rinascendo la Chapecoense che in questo mese è stata accostata a nomi suggestivi tipo Riquelme, Ronaldinho e Gudjohnsen ma con calma e nervi saldi sta cercando di riproporre una rosa quadrata e credibile. Sarà una stagione difficile sia emotivamente che sportivamente perché le finanze non sono da top club e le necessità sono troppe anche per chi ha l’appetibilità della Copa Libertadores. Si è ripartiti con la scelta del nuovo allenatore che sarà Vagner Mancini, una vita in provincia sia da giocatore che da tecnico conquistando tre titoli statali. A 50 anni ha la giusta esperienza e la fame necessaria per rilanciare un Club che ha bisogno di ritrovare il sorriso. In porta è stato acquistato Elias dalla Juventude che si giocherà il posto con Luiz Felipe e William, entrambi provenienti dalle giovanili. In difesa sono stati acquistati Fabricio Bruno e Douglas Grolli dal Cruzeiro, gli esterni Zeballos dagli uruguaiani del Defensor e Reinaldo del San Paolo. Dalle giovanili sono stati promossi Hiago, Gabriel, Guarapuava e Scalon. A centrocampo sono arrivati Dodò dall’Atletico Mineiro, Nàdson dal Paranà e dalle giovanili è salito Bryan. Come esterni sono stati promossi Lucas Mineiro e definitivamente Andrei, sopravvissuto al disastro aereo. Dal Gremio è arrivato Moisés Gaùcho. Diversi gli attaccanti giunti a Chapecò: Rossi dal Goiàs, Wellington Paulista dalla Fluminense, l’ex palermitano De Melo e Wesley Nata dal Bahia. Dal settore giovanile è salito Perotti.

Chi ha deciso di smettere è Nivaldo, il portiere 42enne non partito per Medellin. Dal 2006 al 29 novembre 2016 ha indossato la maglia della Chapecoense partecipando in maniera decisiva, da protagonista, alla scalata del Club verso l’olimpo del calcio sudamericano, verso la leggenda. Ha deciso di smettere a 42 anni e 299 partite disputate. Tanta curiosità, tanta voglia di rivedere l’Arena Condà gremito ed esultante, tanta voglia di vedere una partita ufficiale e magari un giorno un match ufficiale contro l’Atletico Nacional, a Medellin. Il ritorno è vicino e ci saranno tutti, proprio tutti.

Roberto Balio

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