ernesto guevara, detto il Che

Se guardiamo ai sacrifici che i militari siriani, libanesi, iraqeni, iraniani e russi affrontano nella durissima lotta contro il jihadismo in Siria, sacrifici che non di rado sono tali nel senso più alto, nel senso della vita che si offre sul campo di battaglia, sappiamo che non sarebbe scorretto definire martiri questi soldati. Martiri, ovvero testimoni, da etimo greco. Testimoni del duro prezzo che in guerra si paga per non cedere a un oppressore potente e barbarico.

Il conflitto secolare tra i difensori dell’autodeterminazione dei popoli e gli agenti dell’imperialismo ha avuto le sue fasi, di cui noi possiamo osservare quella corrispondente all’epoca dell’egemonia statunitense, mentre alla prima fase delle lotte nazionali/locali contro il colonialismo europeo (1650-1945) seguì la decolonizzazione e il quarantennio di bipolarismo caratterizzato dalla contrapposizione fra Occidente liberale e Socialismo reale (1945-1989). Questo ultimo lasso di tempo ha visto l’inizio tanto dell’americanizzazione del mondo quanto del globalizzarsi della resistenza ad essa, una resistenza fatta dalla cooperazione dei resistenti e organizzata nel nome dell’internazionalismo socialista, che continua oggi sotto altre coordinate, ancora contro lo stesso nemico, e di nuovo nel segno della collaborazione internazionale.

La principale figura di quell’epoca di terrore, trionfo e tragedia è senza dubbio alcuno Ernesto Guevara, il ”Che”. Sul ruolo storico del Che non dovrebbe esserci più bisogno di spendere parole, non fosse che per la necessità più intima di un contemporaneo, che non è quella della ricostruzione agiografica, ma della memoria. Memoria sterile anch’essa, se non viene dalle parole e dal sangue versati dai protagonisti e dal dolore di figli e compagni. È quindi per non essere, una volta almeno, debitori della cruda storiografia che esistono libri come “Che Guevara e i suoi compagni”, curato da Enrica Matricoti ed edito da Zambon Editore. che guevara e i suoi compagniIn questa pubblicazione, la Matricoti ci racconta la tragica guerriglia in Bolivia, dove trovarono la morte il Che e la maggior parte dei guerriglieri ai suoi ordini, attraverso quindici interviste a familiari e compagni di lotta dei guerriglieri, che sono altrettanti ritratti del Che uomo, politico e soldato. Diversamente dalla biografia, un libro di memorie non indulge nella retorica superomistica del rivoluzionario, non si parla di santi e aureolati militanti, ma di Uomini che hanno portato all’estremo la coerenza di una scelta – il che non li rende certo somiglianti a noi contemporanei, estenuati dalle nevrosi quotidiane.

La qualità esistenziale di una vita integrale, a 360°, di questi combattenti li fa diversi da noi. Il racconto umano dell’addio dei propri cari, la consapevolezza del momento storico, la dignità del guerriero di fronte alla ‘derrota’ e alla morte, si salda alla formazione ideologica di questi ‘soldati politici’, che furono socialisti e continentalisti, patrioti della ‘Patria Grande’, il sogno bolivariano di un Latinoamerica unito contro l’imperialismo angloamericano. Ma qui non parliamo di intellettuali marxisti dogmatici. Nella sua lunga intervista, Ulises Estrada Lescaille spiega come l’educazione politica che recepì da rivoluzionario fu patriottica e di vita, nel solco della storia comunitaria in quanto cubana e comunista in quanto internazionalista: “Abbiamo imparato molto da Marx e da Lenin, ma prima che da loro abbiamo imparato da Martì (leader dell’indipendenza cubana, n.d.a.), prima che da loro abbiamo imparato da Fidel”. Il procedere delle generazioni unisce la lotta per l’indipendenza alla lotta sociale, da Martì a Marx al ‘socialismo del XXI secolo’, e rende vitale quell’afflato rivoluzionario che, pure, passò attraverso la disfatta completa e la morte del suo uomo più rappresentativo.

Pur senza indulgere in psichismi, non è esagerato dire che questo volume riesca nell’impresa più difficile: rendere evidente come nell’intimità del ricordo familiare realmente si passi il testimone oltre i figli, oltre i nipoti, lungo decenni di militanza, in patria e all’estero. Ieri nella guerriglia in Bolivia, oggi nel lavoro dei medici cubani nella Haiti devastata dal terremoto del 2010. Né può essere diversamente, se Camilo Guevara, figlio del Che, nel suo viaggio a Teheran del 2007 poté dire che ”il Che avrebbe approvato non solo questo viaggio, ma avrebbe anche sostenuto l’attuale lotta dell’Iran contro gli Stati Uniti”. Se l’attuale presidente della Bolivia Evo Morales ha più volte ricordato che non sarebbe stato possiibile rovesciare il potere del latifondo tedesco senza il sacrifico della guerriglia nel ’67. Se Chavez prima e oggi Maduro elogiano il Che e i suoi compagni e li vedono ancora testimoni viventi di una lotta lungi dal concludersi. Nelle parole di Ernesto Villamonte, figlio di Moisés Rodriguez che combattè con il grande rivoluzionario argentino: ”Nella cultura andina, l’uomo che lotta per la giustizia e la libertà, anche se viene ucciso, non muore: cade al suolo per poi rinascere e ritornare, trasformato in milioni di uomini”.

Come le lettere dai diarii boliviani, gli oggetti passano di mano in mano, e rendono più chiaro il percorso che rese grandi uomini comuni, così questo libro è esempio riuscitissimo di preservazione della memoria e, compito non facile, di ispirazione per chi sa leggerla.

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