Quest’anno, alla fine, nonostante il Covid, l’Italia ha riaperto le sue scuole, certo non fra poche e note polemiche, e la campanella è suonata per tutti i suoi scolari, o quasi. Perché diciamo quasi? Perché qualche scuola italiana, invece, è rimasta chiusa: ma era, per parafrasare un famoso scrittore, “la cronaca di una morte annunciata”.

Ci riferiamo per l’esattezza alle Scuole Italiane di Asmara, che non hanno riaperto interrompendo così un rapporto pressoché centenario fra l’Italia e l’Eritrea, a quel tempo sua “Colonia Primogenita”. Quelle scuole, malgrado tutto, erano sopravvissute ad ogni esperienza storica possibile ed immaginabile: il passaggio dall’Italia liberale a quella fascista, la Seconda Guerra Mondiale con la fine del dominio italiano sull’Eritrea e l’arrivo degli inglesi, il passaggio dell’Eritrea all’amministrazione ovvero dominio dell’Etiopia del Negus Hailé Selassié, il successivo avvento del regime comunista del DERG e del suo massimo esponente Hailé Mariam Menghistu, la guerra d’indipendenza che nel frattempo coinvolgeva l’intero paese dal 1961 al 1991, il crollo di Menghistu e l’arrivo della sospirata indipendenza, e quindi l’ormai trentennale indipendenza dell’Eritrea, per molto tempo il più giovane Stato africano… Mica poco!

Eppure, non sono sopravvissute a circa dieci anni di “filosofia rinunciataria” della nostra politica, che sempre ha nicchiato sulla nomina della sua parte di membri proprio per la conduzione congiunta, insieme ai colleghi eritrei, di quelle scuole, all’interno di una commissione mista italo-eritrea la cui nascita era stata precedentemente concordata da entrambe le parti. Col naturale risultato, va da sé, che Asmara s’è sempre ritrovata, in tutti questi anni, a dover gestire da sola una situazione che invece riguardava anche e soprattutto il nostro paese, e a sostenere spese economiche e programmi scolastici, e via dicendo; e tutto questo malgrado i suoi ripetuti e sempre inascoltati solleciti. La goccia che ha fatto traboccare il vaso s’è vista nella scorsa primavera, quando senza nemmeno un preavviso il governo italiano, in virtù dell’emergenza data dal Covid, ha fatto chiudere le Scuole senza neppure dare un minimo di preavviso alle autorità eritree, che hanno praticamente appreso la notizia “così per caso”, come se si trattasse della cosa più banale del mondo: una grave mancanza di rispetto a livello diplomatico anche questa, che andava ad aggiungersi a tutte le altre.

Del resto, l’insipienza, la negligenza e l’irresponsabilità dei vari governi italiani sin qui succedutisi in tutti questi anni è ben nota: tante promesse sono state fatte, e non soltanto all’Eritrea; ma mai sono state mantenute, col risultato che la credibilità della politica e della diplomazia italiane oggi, all’estero, è pari al valore d’una banconota fuori corso. Pertanto, non ci dobbiamo sorprendere e men che meno offendere se poi passiamo sempre per i soliti damerini “tutti chiacchiere e distintivo”, per i soliti “parolai”, da non tenere più in considerazione, anche probabilmente è davvero questa la verità; anzi, non probabilmente, ma certamente.

Peraltro, la chiusura di questa scuola è avvenuta proprio nei giorni in cui a Venezia, con un’apposita conferenza governativa, si ciarlava di “soft power” (sic!) italiano nel mondo. Come se una nostra scuola all’estero, peraltro la seconda scuola italiana al mondo dopo quella di Santiago del Cile, non rappresentasse proprio una dimostrazione per eccellenza del tanto millantato “soft power”! Ma, nella realtà dei fatti, l’Italia odierna ha ormai una capacità di guardare all’estero, a cominciare dal Mediterraneo e dalle aree che gli sono più o meno limitrofe, pari o minore a paesi come Malta, Cipro, e via discorrendo, e si noti bene, con tutto rispetto per quest’ultimi: quindi, c’è poco da discutere. Le illusioni lasciamole a chi ha voglia d’illudersi, ché tanto la realtà è ben altra cosa.

In ogni caso, molti sono i membri della Comunità Eritrea, una comunità numerosa e che in Italia ha storiche radici ormai plurigenerazionali, che in quella scuola vi sono passati o che vi hanno figli o nipoti, e si può facilmente comprendere quanto doloroso sia per tutti costoro assistere ad una simile scena; e questa è già una ragione più che sufficiente per scusarci con loro, oltre che coi loro connazionali che, in Eritrea, da anni guardano all’Italia come ad un lontano paese amico e fratello, purtroppo ormai sempre più lontano, non solo in senso storico e geografico, ma pure sotto ogni altro aspetto, politico in primis. Perché questo paese lontano, che sarebbe proprio la nostra Italia, con la sua bella bandiera tricolore, ormai non è nemmeno più capace d’assumersi le proprie responsabilità e di portare avanti i propri doveri. E allora certe scuse sono decisamente dovute, a dir poco doverose.

UN COMMENTO

  1. “Soft power” italiano nel mondo detto con una espressione inglese che fa il paio col gettonatissimo “made in italy”. Gli italiani oramai contagiati senza speranza dal morbo anglicus procedono spediti verso la rottamazione della propria lingua, considerandola inadeguata rispetto all’inglese nel definire titoli e concetti anche a costo di cadere in contraddizioni plateali. E se non gli frega niente di quella figuriamoci cosa gli può interessare di tenere aperta una scuola italiana in Eritrea.

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