Carlo Azeglio Ciampi

Stamane è venuto a mancare all’età di 95 anni l’ex governatore della Banca d’Italia e X Presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi. L’ex presidente era ricoverato in una clinica romana, a causa della malattia per la quale soffriva da anni: il Parkinson.

I primi passi di Ciampi

Nato a Livorno nel 1920, Ciampi studia dai gesuiti, dopo il diploma ottiene le lauree in Filologia Classica e in Giurisprudenza. Di formazione crociana, pratica per un breve periodo l’insegnamento nel Liceo Classico, ma in seguito trova impiego, in tramite un concorso, all’interno della Banca d’Italia fino a diventarne governatore nel 1978. Sino agli anni ’90 l’unica sua militanza politica fu quella nel Partito d’Azione, dovuta alla conoscenza in periodo di guerra (prestò servizio in Albania e in Abruzzo come sottotenente) del filosofo liberalsocialista Guido Calogero.

La politica attiva e l’euro

Dagli anni ’90 è stato uno dei protagonisti della cosiddetta Seconda Repubblica: Ciampi entra in scena come personaggio politico in una fase che vede l’Italia fuori dallo SME a causa della speculazione finanziaria. Una situazione che ebbe conseguenze tali da provocare la forte svalutazione della Lira italiana e la recessione del ’93, che rischiava di portare l’Italia fuori dai paesi che sarebbero entrati nella moneta unica europea. In quell’anno, il 1993, in seguito alla caduta del governo targato Giuliano Amato per le note vicende di Tangentopoli, Ciampi viene chiamato dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro a guidare il primo governo tecnico della storia della Repubblica. Il suo governo dura un anno prima di passare il testimone al primo governo di Silvio Berlusconi nella Legislatura successiva.

Torna in sella come Ministro del Tesoro durante i governi del centrosinistra, nei quali si dedica a quelle manovre, ancora oggi ricordate dagli italiani, necessarie per entrare nei parametri di Maastricht e nella moneta unica: su tutte i tagli alla spesa pubblica e la privatizzazione delle Poste Italiane. Ciampi e l’allora Premier Romano Prodi si lasciarono convincere nell’accettare condizioni poco agevoli per l’Italia nelle trattative per l’euro con l’allora cancelliere Helmut Kohl, fu un passo indietro anche rispetto a quanto ottenuto in precedenza dal Ministro del Tesoro dell’ultimo governo di Giulio AndreottiGuido Carli.

Se è vero che le misure adottate dal governo di Romano Prodi in campo economico abbassarono il dato del rapporto Debito/PIL e ridussero l’inflazione, il prezzo da pagare per ottenere quei dati macroeconomici è stato nefasto. Dopo il prelievo forzoso sui conti correnti di Amato, è proprio nel ’96 con il primo governo Prodi che in Italia si è progressivamente provveduto a riformare in peggio il mercato del lavoro. Dando così i natali all’attuale generazione di precari, disoccupati e “maloccupati” che si sono visti, nel corso dell’ultimo ventennio, ridurre i diritti che con tanta fatica le generazioni precedenti avevano ottenuto.

A partire dal Pacchetto Treu sino al Jobs Act, passando per la Riforma Biagi, l’Italia da allora ha sacrificato i propri figli sull’altare dell’Unione Europea, adeguandosi a quelle riforme ordoliberiste pretese dall’Europa e già applicate in particolar modo dai tedeschi. E alle quali il sistema assistenziale e neokeynesiano tanto vituperato della Prima Repubblica “democristiana” aveva per decenni resistito alla tentazione di introdurre nel nostro paese.

Sia per motivi clientelari: soltanto un’allucinazione collettiva come quella europeista poteva consentire di far accettare (soprattutto con la minaccia del default come nel 1992 o nel 2011) certe misure da macelleria sociale, compreso l’attacco ai risparmi dei contribuenti italiani firmato Giuliano Amato; sia per motivi di formazione politica: la Prima Repubblica ha attraversato un’epoca di forte identificazione ideologica tale da non consentire (almeno in Italia dove si è avuto sia il ventennio fascista sia il partito comunista più importante d’ Europa) misure economiche e politiche tali da danneggiare in maniera tanto netta le fasce sociali meno privilegiate.

Il settennato al Colle

Nel 1999 da Ministro del Tesoro Ciampi viene eletto Presidente della Repubblica al primo scrutinio. Massimo D’Alema deve la sua elezione a Presidente del Consiglio dei Ministri all’ex presidente Cossiga e ai popolari che privarono il Prodi I della fiducia nel ’98 a causa della crisi con Rifondazione, così l’accordo con Berlusconi per una figura moderata viene presto trovato.

In qualità di Presidente della Repubblica a Ciampi vanno sicuramente riconosciuti dei meriti. Durante il suo settennato Ciampi si impegna nel compito di ridare fasto all’identità patriottica del paese, sua infatti l’iniziativa di riprendere in maniera definitiva i festeggiamenti e la parata del 2 giugno, che da tempo erano stati messi in disparte dalle istituzioni. Così come fu sempre lo stesso Ciampi a insistere sull’importanza dell’Inno di Mameli, tanto da far scoppiare una polemica in ambito calcistico con i rappresentanti della nazionale italiana.

In generale il settennato di Ciampi può essere ad ogni modo definito come di “pacificazione”. Se si escludono le polemiche della Lega Nord di Umberto Bossi, all’epoca in forte contrasto con il patriottismo risorgimentale propugnato dall’allora Presidente della Repubblica, e qualche scaramuccia con il centro-destra di Berlusconi, Ciampi ha favorito un clima politico unitario che era mancato nel settennato precedente e che mancherà nel settennato/”novennato” successivo.

Mentre, a differenza del livornese, Oscar Luigi Scalfaro e Giorgio Napolitano hanno entrambi contribuito a quella guerra civile italiana “fredda” durata quasi vent’anni (1992-2011), da Tangentopoli a Mario Monti. Entrambi con il preciso scopo di avversare quelle fazioni politiche che osassero mettere i bastoni tra le ruote all’ascesa della sinistra liberal post-comunista e post-democristiana, sempre pronta a seguire ogni ingerenza europea e straniera con il solo obiettivo di fare “Asso piglia tutto” dell’eredità politica cristiano-democratica che aveva retto per 50 anni la Repubblica nata dalle ceneri del fascismo e della guerra.

A tal proposito il curriculum di Scalfaro parla chiaro: la quotidiana lotta dell’ex democristiano contro Berlusconi passò allo storia, oltre ad aver avuto un ruolo sia nella destituzione di Craxi, favorendo Giuliano Amato alla guida del paese nel ’92, sia nel Ribaltone del ’94 che fece salire Lamberto Dini al governo con la complicità della Lega di Bossi in rottura con Berlusconi. Mentre le responsabilità di Napolitano nella crisi di governo del 2011 che portò a un governo tecnico, con un metodo che ricorda tanto quello di Scalfaro con Ciampi quasi un decennio prima, dell’ex Commissario dell’UE Mario Monti, sono invece evidenti e stampate nella memoria di tutti gli italiani.

Il bilancio su Ciampi

In definitiva, sebbene Ciampi appartenga innegabilmente a quella schiera di tecnici dei quali la sinistra italiana si è servita in varie fasi della Seconda Repubblica per svolgere quelle riforme impopolari, che gli avrebbero garantito l’appoggio dei poteri forti di gran parte del sistema politico-finanziario occidentale, l’ex governatore di Bankitalia ha svolto con una certa integrità il ruolo di Presidente. Lontano sia dal protagonismo di Napolitano che dal moralismo ipocrita di Scalfaro (e per il momento dall’immobilismo e dall’appiattimento renziano di Mattarella).

Al tempo presente possiamo dire che con il fallimento delle politiche europee delle quali sicuramente Ciampi è stato assoluto protagonista, il futuro dell’Unione Europea sarà sicuramente quello o di riformarsi radicalmente o quella di finire presto nei libri di storia come un brutto ricordo. Un peso grave su tutti coloro che si sono resi protagonisti volontariamente o meno dello scempio compiuto da UE e moneta unica in questi primi anni di secolo.

L’ultima (inutile) polemica con la Lega Nord

Tuttavia atteggiamenti come quelli di Matteo Salvini, che ha definito Ciampi “uno dei tanti traditori dell’Italia” e che hanno già alimentato nelle ultime ore diverse polemiche, restano stucchevoli per quanto di scarso spessore. Che il leader della Lega Nord parli di tradimento dell’Italia dimenticando la storia delle Leghe stesse fa un po’ sorridere. La Lega fu uno di quei partiti che in modo simile ai Cinque Stelle usavano le armi della contestazione anti-politica che hanno dato il là al disastro chiamato Seconda Repubblica per farsi strada. Una strada che condusse all’annuncio della secessione da parte di Bossi nel settembre del 1996.

La lega voltagabbana

Non va dimenticato, per giunta, che il vento nordista almeno sino al ’98 è stato un vento europeista. Il tessuto economico del Nord, rappresentato soprattutto dalla galassia delle piccole medie imprese non voleva perdere la chance di rivolgersi ad un grande mercato internazionale come quello europeo e che l’unione monetaria avrebbe dovuto contribuire ad espandere e a fornire ulteriori opportunità di business. L’Europa era anche l’arma della polemica leghista contro Roma, le cui dinamiche, considerate barocche e pregne di malaffare, avrebbero tarpato, secondo i leghisti, le ali di una “Padania” all’avanguardia.

Per fare qualche esempio qualche anno fa Franco Rocchetta la metteva così: “Noi siamo italiani nel senso che possediamo la cittadinanza italiana. Possediamo, certo, alcune cose in comune: la nazionale di calcio, il festival della canzone, eccetera. Ma noi siamo, allo stesso modo, degli europei e i nostri legami con i popoli transalpini sono altrettanto importanti”, mentre lo stesso Salvini fino a poco tempo fa (2012) faceva simili dichiarazioni: “L’euro al Sud non se lo meritano, la Lombardia e il Nord l’euro se lo possono permettere. Io a Milano lo voglio, perché qui siamo in Europa. Il Sud invece è come la Grecia e ha bisogno di un’altra moneta”, potremmo definirlo un partigiano dell’euro, Borghi Aquilini lo sa?

A tal proposito va sottolineato che mentre un vero politico e statista come Bettino Craxi ammoniva sui pericoli dell’euro già dai primi anni ’90, la Lega Nord ha realmente “scoperto” i danni dell’euro soltanto in tempi recenti. Prova ne è il fatto che in via Bellerio soltanto quando la crisi si è fatta sentire sul serio al Nord e il tracollo del consenso elettorale rischiava di far sparire i “verdi” dalla scena politica vi è stato un cambio di rotta radicale sull’euro, mentre fino a poco prima ci si limitava alle sparate provocatorie dell’Europarlamentare Borghezio.

L’ennesima prova di piccolezza del Carroccio

Dimostrazione che la Lega resta sostanzialmente un partito di pancia incapace di andare al di là di un’impostazione a lume di naso, che negli anni l’hanno indotta a contraddirsi più volte. Bravi, bravissimi nel dotarsi di un personaggio esperto come Borghi Aquilini nella critica all’euro, ma nettamente insufficienti per il momento, se aspirano a rappresentare un movimento elettorale e politico alternativo alla sinistra liberal.

Per questo forse, per quanto il giudizio su Ciampi non può certo essere positivo se guardiamo alla sua carriera politica da premier e da ministro, Salvini, da leader di un partito che ne ha combinate più di una, stavolta avrebbe fatto bene a scegliere un atteggiamento più istituzionale. Piuttosto di cercare un briciolo di consenso in più sarebbe stato meglio se avesse fatta sua la lezione andreottiana: “Se non puoi parlare bene di qualcuno non parlarne affatto”.

Il Commiato

Che Ciampi riposi in pace e che lo si ringrazi per lo spirito patriottico che ha saputo donare agli italiani in quegli anni. Ma di quel periodo della Repubblica Italiana che lo ha visto protagonista c’è, a nostro avviso, ben poco da rimpiangere.

Mirco Coppola

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