Nigel Farage

Alla fine il “miracolo” c’è stato, nonostante tutto e tutti: il Regno Unito riscrive la storia e vota per uscire dall’Unione Europea. Il Leave ha prevalso con il 51.89% e quasi 17 milioni e mezzo di voti mentre il Remain si è dovuto accontentare del 48.11%. L’affluenza alle urne è stata del 72.2%. Gli opinion poll circolati subito dopo la chiusura delle urne avevano illuso il fronte pro-UE assegnando al Remain il 52% ma i dati reali hanno capovolto questa previsione durante la notte.

L’Inghilterra vota omogeneamente per la Brexit, a parte Londra: a fare da traino è soprattutto il Centro-nord impoverito dalla crisi. Anche il Galles è in maggioranza anti-europeista, mentre in Scozia e Irlanda del Nord c’è una larga maggioranza a favore dell’UE. In particolare gli indipendentisti scozzesi hanno già fatto sapere di voler indire un nuovo referendum per l’indipendenza dalla Regno Unito per poter ricongiungersi all’UE.

La suddivisione del voto.

Il premier David Cameron, che entra (in)volontariamente nella storia come il premier della Brexit (essendo stata sua l’idea di indire il referendum, ma per rimanere nell’UE alle sue condizioni), ha annunciato le dimissioni a ottobre.

Il Consiglio Europeo previsto per la settimana prossima già potrebbe essere il primo dell’Europa a 27 Stati. I leader europei provano a reagire allo choc invocando la strada dell’unità, secondo le parole del presidente del consiglio Donald Tusk. Dalla Germania il presidente del parlamento europeo Schulz si consola ricordando l’ambiguità che ha da sempre contraddistinto il rapporto tra l’UE e il Regno Unito. Adesso si apre una fase di negoziazioni che durerà almeno due anni.

Le borse hanno aperto la giornata in modo catastrofico, crollando anche del 10% come non accadeva dal 2008. Crolla anche il valore della sterlina. L’esito del referendum e l’incertezza del futuro terrorizzano i mercati mentre gli euroscettici di tutta Europa esultano sperando nell’effetto domino che potrebbe coinvolgere gli altri paesi.

Il leader dell’UKIP Nigel Farage e l’ex sindaco di Londra Boris Johnson sono gli assoluti trionfatori di questa svolta storica. Oltre ad aver guidato il popolo britannico verso un traguardo storico, Farage riesce a coronare la sua carriera ventennale incentrata quasi totalmente sulla lotta al Moloch europeo, mentre Johnson vince la sua scommessa personale contro Cameron e non è escluso che possa diventare proprio lui il prossimo leader e premier per i Conservatori. A sinistra, gli occhi sono puntati sul Labour di Jeremy Corbyn, ex euroscettico poi convertito al Remain, ma che indubbiamente potrebbe avvantaggiarsi di questa situazione approfittando della probabile crisi dei conservatori e riproponendo con più forza il suo programma socialdemocratico libero dai lacci e lacciuoli europei che in venti anni hanno impedito l’applicazione di qualsivoglia politica nazionale di stampo keynesiano.

Esultanza ed entusiasmo per gli euroscettici dunque, e choc e disillusione per gli europeisti, che per la prima vera volta sbattono con il muro che negli anni si è venuto alzando tra le elites di governo e il popolo. A nulla sono valsi gli allarmismi e il catastrofismo martellante propagandato dalle istituzioni e dai media al seguito. A nulla è valsa la vergognosa strumentalizzazione dell’omicidio di Jo Cox, che aveva fatto esultare i mercati e aveva ribaltato i sondaggi a una settimana dal voto, facendo credere che il Remain fosse ormai passato saldamente in testa. Basti pensare che fino a ieri le borse restavano euforiche dando per scontato l’esito della consultazione. Neanche gli interventi a gamba tesa dei leader esteri, da Obama a Renzi e Schauble, hanno potuto impedire che vincesse il Leave.

Il Regno Unito, che già godeva di uno “status speciale” all’interno dell’UE, decide di riprendersi definitivamente la propria sovranità, mettendo a nudo tutte le debolezze del progetto europeo: il messaggio che passa è che se il popolo fosse lasciato libero di esprimersi su questo progetto potrebbero veramente non esserci più speranze per il castello di carte europeo tenuto insieme solo da una cultura ultra-finanziaria e anti-democratica che ha finito con l’esasperare soprattutto gli strati della popolazione più colpiti dalla crisi. Il referendum in Grecia, poi tradito, era stato il campanello d’allarme, così come l’impetuosa avanzata dei movimenti euroscettici in tutta Europa, la Brexit certifica la bontà di questa analisi. Diffidate quindi di chi vi verrà a parlare di un voto meramente “di protesta”, “di paura”, da parte dei “meno acculturati” se non addirittura dei “nostalgici” e dei “nazionalisti”: sono le parole un po’ sprezzanti di chi è stato preso in contropiede da una consultazione democratica che gli europeisti hanno tentato di macchiare in ogni modo, facendo terrorismo psicologico e esacerbando le difficoltà (che pure ci saranno) dettate dall’uscita da un’organizzazione diventata così pervasiva nello sviluppo delle leggi e delle misure economiche nei singoli Stati nazionali.

Ora l’Unione adesso dovrà guardarsi dal possibile “contagio”, sia nei paesi dove è tecnicamente possibile un referendum sia in quelli dove non lo è, come l’Italia, dove i primi a celebrare la vittoria della Brexit sono Matteo Salvini e Giorgia Meloni, mentre dal blog di Beppe Grillo non arriva nessun commento ufficiale (mentre Alessandro Di Battista dedica uno scritto alla necessità della sovranità e della democrazia diretta nei riguardi di un’Europa di banchieri). È molto difficile credere che l’UE possa cambiare davvero e sia riformabile dall’interno. Così come è impensabile credere di poter sotterrare gli orgogli nazionali (che non significano nazionalismo aggressivo e sciovinismo) in nome di un’identità europea artificiale o comunque non sufficiente per costruire la tanto sognata “federazione”. Dal popolo britannico l’Europa dei potenti ha ricevuto una sonora lezione mentre i popoli europei un esempio e la certezza che vi siano anche altre strade percorribili.

Giulio Zotta

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