Ignazio Marino, il peggior sindaco della storia di Roma, si è dimesso.
Travolto dagli scandali (“Mafia Capitale”, parcheggi allegri, viaggi con inviti di fantasia ed abbuffate a sbafo con tanto di carta di credito a carico dei romani), mollato dal suo partito, il Pd, e messo spalle al muro dai suoi assessori, ha dovuto gettare per forza la spugna.
Come da prassi, ha anche diffuso una lunga nota alle 19.30, rivendicando i “risultati” raggiunti da quando è stato eletto ed ha ricordato che le dimissioni “possono per legge essere ritirate entro venti giorni”, ma la partita ormai è chiusa.
E’ stato Renzi stesso ad armare la mano del commissario democratico romano Orfini per porre fine ad un calvario politico-amministrativo che potrebbe costar carissimo al Pd.
Il sindaco degli “ismi” alla moda, sempre in prima linea nelle battaglie a salve che tanto piacciono alla sinistra al caviale, lascia una città sporca, pericolosa e degradata che si prepara ad affrontare il Giubileo sulle note dell’immancabile “Bella Ciao” intonata dai suoi sostenitori (ebbene sì: ne esistono ancora alcune decine di esemplari) e della più attuale e forse significativa “Società dei magnaccioni”, cantata dai suoi oppositori.
Una bella cartolina davvero per la Capitale.
Ignazio Marino, in punto di morte politica, ha anche gridato al complotto, denunciando “un lavorio rumoroso nel tentativo di sovvertire il voto democratico dei romani” e addirittura “un’aggressione che è arrivata al suo culmine”.
Guai a parlare di ammissione di colpa. Per lui, l’ultima vergogna alla vaccinara che lo ha visto protagonista, è solo una “squallida e manipolata polemica sulle spese di rappresentanza e i relativi scontrini”, nonostante le varie testimonianze che smentiscono i giustificativi delle spese rimborsategli dal Campidoglio e la mossa della disperazione di ieri sera, quando si è offerto di pagare di tasca sua quei 20mila euro di spese di rappresentanza su cui sta indagando la Procura.
Quella odierna è stata una giornata drammatica anche per il Pd. Ad ora di pranzo i tre assessori entrati con l’ultimo rimpasto in salsa dem (Stefano Esposito, Marco Causi e Luigina Di Liegro) si sono dimessi. Ma anche dopo questo segnale forte, il chirurgo prossimo allo sfratto ha provato a tener duro. 
A quel punto il partito ha manifestato l’intenzione di sfiduciare il sindaco. Poi è entrato in scena Orfini per assestare il colpo finale. Nel pomeriggio ha raccolto i suoi al Nazareno e verso le 18 il vicesindaco e assessore Causi, insieme a Stefano Esposito, è tornato in Campidoglio con un messaggio inequivocabile: “E’ finita, meglio dimettersi”.
Meglio tardi che mai.

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