Cina e Italia

Tra pochissimi giorni, il presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, arriverà in Italia, per quella che già si preannuncia come una visita memorabile. L’Italia, infatti, è impegnata in trattative frenetiche con Pechino per l’adesione alla Nuova Via e Cintura della Seta (Belt and Road Initiative) e per l’adozione della tecnologia 5G fornita da colossi cinesi come Huawei. Sappiamo però che, al contempo, numerose sono anche le polemiche che scaturiscono da parte del mondo politico italiano ed occidentale in generale, e che il percorso che sta seguendo il Governo Conte sia non poco impervio. Per meglio comprendere tutta questa situazione e i suoi non semplici equilibri abbiamo così pensato d’intervistare il Direttore della Rivista di Affari Globali “Scenari Internazionali” Andrea Fais, perché proprio in questi giorni esce un suo nuovo numero, “Cina, 70 anni di progressi”, dedicato proprio alla grande crescita e alle enormi trasformazioni conosciute negli anni dal gigante asiatico.

Nell’articolo di presentazione del nuovo numero di “Scenari Internazionali”, pubblicato sul sito internet della rivista, si fa cenno alla lunga storia di tribolazioni conosciute dalla Cina dall’epoca della prima Guerra dell’Oppio che inaugurò il cosiddetto “secolo delle umiliazioni” fino al 1949, quando Mao Zedong proclamò la nascita della Repubblica Popolare. L’epoca di Mao è stata sicuramente importante per gettare le basi dello Stato cinese, ma le riforme del suo successore Deng Xiaoping a partire dal 1978 sono state quelle che hanno iniziato il grande processo di crescita di cui oggi siamo testimoni. Che giudizio generale potrebbe darci di tutto questo lungo periodo storico?

Il secolo delle umiliazioni è un periodo che riassume una vera e propria tragedia per il popolo cinese. A parte gli storici, non sono molti in Occidente a conoscerne le vicende specifiche ma in quei centodieci anni compresi fra il 1839 e il 1949, la Cina perse rovinosamente il ruolo di grande potenza che aveva avuto per molti secoli. L’ordine politico imperiale che si era conservato per quasi duemila anni, a partire dalla Dinastia Qin, entrò in crisi. Fra la metà del XIX e gli anni Trenta del XX secolo, le potenze colonialiste europee, prima, e il Giappone imperiale, poco più tardi, ne approfittarono per scagliare ripetute offensive contro la Cina, usurpandone territori e regioni attraverso l’imposizione di numerosi trattati ineguali, da quelli di Nanchino e di Humen sino all’Armistizio di Tanggu, passando per la Convenzione di Pechino ed altri ancora.

La leadership cinese, chiamata a custodire una tradizione di 5000 anni di civiltà, richiama costantemente quel periodo per sottolineare il sacrificio degli antenati nel tentativo di scalare quelle che Xi Jinping ha definito “le tre montagne dell’imperialismo, del feudalesimo e del capitalismo burocratico”. Dopo la rivoluzione nazionalista di Sun Yat-sen nel 1911-’12, che aveva portato alla nascita della Repubblica, la vittoria dell’Esercito Popolare di Liberazione nel 1949 contribuì in maniera determinante alla costruzione di quella Nuova Cina che oggi vediamo competere con gli Stati Uniti per aggiudicarsi molti primati scientifici, tecnologici ed economici.

Ovviamente, il periodo maoista – in particolare gli anni Sessanta, come abbiamo avuto modo di scrivere – è stato caratterizzato anche da momenti drammatici e da gravi errori di valutazione, che hanno portato nuovamente il Paese sull’orlo del baratro. La collettivizzazione agricola e la rivoluzione culturale hanno generato tragedie capaci di spaccare il Paese, destabilizzarlo e bloccarne lo sviluppo. Per fortuna, nel corso degli anni Settanta, la leadership ha saputo pian piano raddrizzare la barra ed infine voltare pagina.

A partire dalle riforme di Deng Xiaoping, la Cina ha puntato soprattutto su quattro settori chiave come l’agricoltura, l’industria, la scienza e la tecnologia e, non ultima, la difesa. Questi quattro elementi, combinati insieme, stanno però oggi destando non poche preoccupazioni in Occidente, nel momento in cui la Cina è divenuta seconda economia mondiale. In che modo la Cina è riuscita a raggiungere gli odierni traguardi e perché, dagli Stati Uniti all’Europa, nei suoi confronti vi è una certa “ostilità sotterranea”?

La linea delle quattro modernizzazioni indicata da Deng Xiaoping nel 1978, in realtà già intuita da Liu Shaoqi diversi anni prima, ha affrontato di petto la contraddizione principale della Cina del tempo, cioè quella fra l’arretratezza delle forze produttive e i bisogni fondamentali delle persone. Si è dato così il via ad un processo, ponderato e controllato ma non meno determinato, di liberalizzazione economica, che ha permesso al Paese di sviluppare il più grande settore industriale al mondo e di aprirsi agli investimenti esteri, inaugurando il modello delle zone economiche speciali, poi seguito ed imitato da molti altri Paesi in via di sviluppo.

La preoccupazione dei Paesi occidentali è scontata. Dopo quarant’anni di sviluppo industriale accelerato, l’attenzione particolare che la dirigenza cinese ha riservato negli ultimi anni alla terziarizzazione avanzata e alla digitalizzazione, ha portato la Cina a diventare il primo vero competitor tecnologico e finanziario dei Paesi avanzati fra tutte le economie emergenti. Finché il Paese era semplicemente la “fabbrica del mondo”, un gigantesco mercato di manodopera a basso costo per produrre beni a medio o basso valore aggiunto, non c’erano problemi. Oggi, invece, la Cina, sebbene in un contesto diverso, si trova in condizioni analoghe a quelle del Giappone negli anni Ottanta: un mercato avanzato, trainato dai consumi, sospinto da aziende importanti, specie nei settori innovativi, ben posizionate lungo le catene del valore globali, e caratterizzato dall’ascesa di una nuova manifattura di fascia alta, come indicato dal piano Made in China 2025. Insomma, per alcuni, è un concorrente da colpire.

A questo va aggiunto il disallineamento politico di Pechino rispetto agli Stati Uniti e all’Unione Europea. In merito a questioni-chiave della politica internazionale – dalla Siria all’Iran, dal Venezuela alla Corea del Nord – la Cina non ha mai esitato a schierarsi su posizioni quasi sempre opposte a quelle dei Paesi NATO o comunque verso soluzioni distensive, tese al dialogo fra le parti e giustamente riluttanti a qualsiasi interferenza negli affari interni altrui e alla retorica dello scontro di civiltà.

Con il nuovo corso, estremamente orientato alla sostenibilità, poi, è evidente che Xi Jinping, oltre a risultare un “osso duro” per certi ambienti politici “conservatori” (nel senso di voler conservare le prassi del vecchio ordine internazionale), potrebbe anche conquistare le simpatie di almeno una parte dell’opinione pubblica europea o nordamericana, abituata per molto tempo a pensare alla Cina come ad uno dei Paesi più inquinati ed inquinanti al mondo. Non che non lo fosse, ma non era certo il solo. Pensare, poi, di far uscire dalla povertà 800 milioni di persone con diete vegane, biciclette e case di legno sarebbe stato piuttosto utopico, se non delirante. Mano a mano che la Cina si è avvicinata al traguardo della “moderata prosperità” fissato per il primo centenario, cioè il 2021, ha potuto quindi mettere in discussione la “frenesia da PIL” e concentrarsi sulla qualità della crescita piuttosto che sulla quantità, puntando su politiche green e smart che stanno già facendo la differenza, col Paese ormai da diversi anni in testa alla classifica mondiale per mole di investimenti in energie rinnovabili.

La Cina, nel 1949, aveva sacche di povertà estrema ed un peso politico internazionale giudicato di scarso rilievo, mentre oggi è l’esatto opposto: è la prima potenza commerciale, il primo investitore globale in infrastrutture e in energie pulite, il secondo in intelligenza artificiale e l’unico a racchiudere tre delle prime dieci borse al mondo per capitalizzazione azionaria, come Shangai, Hong Kong e Shenzhen. L’arrivo di Xi Jinping ha introdotto ulteriori novità elevando ancor più la competitività e l’importanza del Paese nel mondo: può fornirci qualche dato ed esempio in più?

Con Xi Jinping è avanzata in generale la capacità delle aziende cinesi di competere nel mondo, andando a completare il percorso cominciato nel 1999, quando l’allora presidente Jiang Zemin lanciò la politica del Go Global, prima vera strategia di internazionalizzazione del sistema Cina. Dopo un lungo ed intenso confronto con le economie più avanzate, il colosso asiatico ha potuto sviluppare propri modelli d’impresa in molti settori innovativi, dalle telecomunicazioni all’automazione, dalla robotica alle infrastrutture e così via. Ciò ha permesso non solo a molte promettenti imprese di affermarsi come veri e propri giganti di mercato ma anche a moltissimi ricercatori di depositare brevetti e a tantissimi giovani di avviare decine di migliaia di start-up in tutto il Paese.

Quello che risalta all’occhio nella Cina di oggi, infatti, è proprio il nuovo ruolo pensato per la micro, piccola e media impresa, una dimensione aziendale su cui il governo ha deciso di scommettere, promuovendo la riforma strutturale dell’offerta: meno tasse, meno regole e meno burocrazia per famiglie ed imprese, ma soprattutto per chi innova o crea valore aggiunto, secondo un’idea-cardine di imprenditorialità di massa. Qualche commentatore occidentale l’ha chiamato “comunismo reaganiano”. Scherzava? Sì, ovviamente. Tuttavia c’è anche del vero. Il socialismo con caratteristiche cinesi – questa la definizione ufficiale – è forse il paradigma politico più pragmatico ed eclettico al mondo, capace di adattarsi alla realtà e al contesto interno e globale. L’ultimo contributo teorico a questo modello in ordine di tempo lo ha fornito proprio Xi Jinping, con il suo Pensiero per la Nuova Era, ben più di una semplice roadmap al 2035 e al 2050.

Sul piano politico, basti pensare che è ormai impossibile ignorare la Cina in qualsiasi consesso internazionale. Il G7, pur importante, è comunque diventato un non-sense vista l’assenza di Pechino, oltre all’esclusione di Mosca. Al di là del potere di veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e del dispositivo militare a disposizione delle truppe cinesi, è piuttosto la capacità di dialogo che colpisce per maturità e saggezza. Chi avrebbe mai scommesso, fino ad un anno fa esatto, che il presidente degli Stati Uniti ed il leader della Corea del Nord potessero incontrarsi, parlarsi e stringersi la mano? Forse qualche incallito ottimista, ma nessun altro. Senza la mediazione di Pechino, saremmo probabilmente ancora alle minacce reciproche fra Washington e Pyongyang. Il summit di Hanoi sarà pure finito in un sostanziale nulla di fatto, ma oggi Donald Trump e Kim Jong-un almeno si parlano e c’è sul tavolo la possibilità concreta di rimuovere le sanzioni.

Guardando ai rapporti sino-italiani, quale interpretazione darebbe dell’atteggiamento di tutti coloro che s’oppongono ai nuovi legami fra i due Paesi? C’è un fronte politico bipartisan, dalla destra alla sinistra, che non gradisce infatti l’apertura italiana alla Cina, dalla Belt and Road Initiative al 5G, e l’impressione è che esso faccia perno sugli alleati e i partner storici del nostro paese, dai principali paesi dell’UE fino agli Stati Uniti e alla NATO. L’Italia si trova davvero in mezzo ad un guado? E se è così, quali possono essere i futuri sviluppi? In sostanza: qual è la posta in gioco, guardando non soltanto al nostro paese, ma anche all’Europa nel suo complesso e alle ricadute che vi potrebbero essere in entrambi i casi nei rapporti con Washington?

Non si tratta tanto di un fronte, quanto piuttosto del frutto avvelenato di un’opinione comune diffusa a macchia di leopardo in Italia, così come in tutto l’Occidente, fortemente condizionata dalla vecchia retorica del “pericolo giallo”. Una forma di razzismo sottile, che ovviamente non fa notizia per il politicamente corretto di oggi, ma che continua ad essere presente non solo nei confronti della Cina, ma anche del Giappone, delle due Coree e dei Paesi del Sud-est asiatico. Spesso descritte come “formicai senza diritti”, queste aree del mondo vengono spesso immaginate da un certo tipo di cittadino medio di casa nostra attraverso le figure di enormi città brulicanti di persone che si spostano in motorino, in gran parte disposte o costrette (a seconda dei casi) a lavorare diciotto ore al giorno per copiare i prodotti occidentali in un vecchio capannone e staccare per dieci minuti a pranzo, gustandosi un piatto di riso con insetti o una zampa di cane alla brace. È un’immagine chiaramente assurda ed artefatta ma mette insieme grossomodo tutti i più stupidi luoghi comuni occidentali sull’Estremo Oriente ed è ben presente nel subconscio di molte persone, siano esse di destra, di sinistra o di centro.

Parlando di cose reali, invece, il Memorandum d’Intesa Italia-Cina è estremamente importante, e ancor di più, in prospettiva, lo è l’adesione del nostro Paese all’iniziativa Belt and Road, lanciata dal presidente cinese alla fine del 2013, non a caso durante un tour in Asia Centrale, cuore dell’antica Via della Seta. Noi ne parlammo subito, dedicando il primo numero della nostra rivista alla Cina ed intitolandolo proprio Sulla nuova Via della Seta. Presentammo quel numero nel contesto del 10° vertice ASEM (Asia-Europe Meeting), che si svolse nel 2014 a Milano. Allora, i tempi in Italia evidentemente non erano ancora maturi ma il summit fra Europa ed Asia aveva già fornito indicazioni importanti. Oggi è fondamentale, a mio avviso, che l’Italia non perda questa occasione. Già in passato, i consigli di certi alleati si sono rivelati disastrosi. Si pensi soltanto alla Libia e a ciò che ha significato stracciare il Trattato di Bengasi del 2008, non solo per i due attori coinvolti ma per tutto lo scacchiere del Mediterraneo. Oggi, gli establishment di quegli stessi Paesi si ripresentano come se niente fosse, intimando al nostro governo di non firmare l’adesione ad un megaprogetto che ci permetterebbe di tornare protagonisti in Europa e nel mondo come unico snodo logistico-commerciale previsto fra la direttrice terrestre e quella marittima della nuova Via della Seta, certo pensata dalla Cina anche per i suoi interessi nazionali ma già partecipata da decine e decine di altri Paesi nel mondo, pronti a prendere parte al secondo Forum Belt and Road per la Cooperazione Internazionale, previsto a Pechino fra circa un mese.
Da troppo tempo, in politica estera, il nostro Paese prende, più o meno esplicitamente, ordini da altri governi. Non c’è alcun rischio di farci “colonizzare dalla Cina”, come dice qualche esponente politico evidentemente male informato. Con migliaia di multinazionali straniere, tutt’altro che cinesi, impiantate sul nostro territorio, anche volendo, la vedrei molto dura. Stando ai dati ISTAT del novembre scorso, infatti, su circa 15.000 grandi aziende straniere attive in Italia, ben 2.429 sono statunitensi, 2.028 tedesche, 1.925 francesi, 1.410 britanniche, 1.374 svizzere, 700 spagnole, 538 olandesi, 516 lussemburghesi, 500 giapponesi e 366 austriache. A seguire tutti gli altri Paesi di provenienza. Senza contare poi la presenza di basi ed installazioni militari USA e NATO sul nostro territorio, nel quadro di un’alleanza atlantica che lo stesso presidente del Consiglio Conte non ha mai messo in discussione.
Allora, forse, il punto è un altro. Questa classe dirigente, compresi certi novelli leader, è troppo condizionata dal passato, poiché è quasi interamente cresciuta in un mondo che non c’è più. E pensare che il contesto della Guerra Fredda, sebbene ogni viaggio ed ogni accordo commerciale verso Est fosse visto logicamente con sospetto, permetteva comunque all’Italia di godere di una libertà di scelta molto più ampia di quanto non accada oggi. In Europa viviamo evidentemente tempi di autoesaltazione e di emulazione del passato, tempi in cui molti politici giocano ad essere più realisti del re. C’è chi si sente la Thatcher, chi Adenauer, chi De Gaulle e chi De Gasperi. Se ci credono loro…

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