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Le frizioni interne ai due schieramenti – Corea del Nord, Cina e Russia da una parte e Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti dall’altro – sono tutt’altro che sporadiche in quanto, venuti meno i rapporti di solidarietà ideologica tipici della guerra fredda, ciascuno Stato persegue i propri obiettivi particolari che nella complessa concatenazione delle circostanze talvolta vengono oggettivamente a confliggere con quelli dei propri alleati, innescando una loro reazione volta a bilanciare il quadro geopolitico.

Ormai da oltre vent’anni la penisola coreana e le aree limitrofe sono il teatro di continue crisi diplomatiche internazionali e di interminabili trattative mirate alla loro soluzione pacifica.

Kim Jong Un

In un contesto ove qualunque perturbazione dell’equilibrio a vantaggio di un attore si ripercuote negativamente sulla posizione di un altro, l’abilità strategica consiste nel creare condizioni tali da far coincidere sul lungo periodo i propri interessi con quelli alleati, anche a costo di disaccordi a breve termine.

L’avvento di Kim Jong Un alla guida del Partito del Lavoro di Corea determinò un significativo mutamento nella politica del paese asiatico.

Inaugurata al Plenum del Comitato Centrale del marzo 2013, la nuova linea strategica di “sviluppo parallelo dell’edificazione economica e dell’edificazione delle forze armate nucleari” rappresenta la continuazione ed insieme il superamento della tradizionale politica del Songun, che notoriamente accorda la priorità agli affari militari.

«Finché si sarà provvisti della capacità sufficiente a lanciare un preciso attacco con armi nucleari contro l’aggressore e il focolaio d’aggressione, dovunque si trovino sul pianeta – afferma il giovane leader – l’aggressore non oserà agire; più la capacità d’attacco nucleare sarà grande e potente, più potrà dissuadere l’aggressore»1.

Il rinnovato dinamismo che una simile scelta comporta non poteva non urtare gli interessi della Cina, per almeno due ragioni.

Da un lato, Pechino teme che il potenziamento dell’arsenale missilistico e nucleare nordcoreano possa fornire agli Stati Uniti un pretesto per incrementare la loro presenza militare in Corea del Sud, minacciosamente vicina al territorio cinese; dall’altro, difendere le ragioni della Corea del Nord negli inevitabili negoziati internazionali implicherebbe un ridimensionamento dei floridi scambi economici con Seul, che nell’ultimo trimestre del 2015 ammontavano a 75,6 miliardi di dollari2.

D’altronde la posizione della Cina – che pure ha sempre difeso la Corea del Nord dalle mendaci campagne diffamatorie incentrate sui “diritti umani” – risultò chiara già in occasione della crisi nucleare del gennaio-agosto 2013, allorché entrambe le risoluzioni sanzionatorie del Consiglio di Sicurezza dell’ONU furono approvate all’unanimità e la Corea del Nord subì pesanti restrizioni commerciali3.

Degno di nota è altresì il fatto che, nel dicembre dello stesso anno, fra le accuse mosse a Jang Song Thaek figurasse quella di «aver svenduto il territorio della zona economica e commerciale di Rason ad un paese straniero per un periodo di cinque decadi col pretesto di pagare quei debiti» accumulati vendendo carbone ed altri minerali a prezzi irrisori4: l’affittuario in questione non era altri che la Repubblica Popolare Cinese.

Le divergenze in merito al programma nucleare nordcoreano tornarono prepotentemente all’ordine del giorno due anni più tardi, quando nel corso di una visita alla località di Phyongchon, sede della prima fabbrica d’armi e munizioni e luogo di collaudo del primo fucile mitragliatore della storia del paese, Kim Jong Un rivelò che la Corea del Nord era ormai «capace di far detonare autonomamente la bomba A e la bomba H per difendere efficacemente la sovranità del paese e la dignità della nazione»5.

Questo annuncio fu volutamente diramato in una fase quantomai delicata dei rapporti con la Cina, durante il viaggio che avrebbe dovuto portare la Moranbong Band – il gruppo musicale guidato dalla famosa Hyon Song Wol6 – e il coro ufficiale dell’esercito ad esibirsi a Pechino. Alla partenza in treno da Pyongyang aveva assistito anche l’ambasciatore cinese, a testimonianza del peso diplomatico e simbolico dell’intera faccenda. Con ogni probabilità, divulgando i progressi della tecnologia nucleare nordcoreana proprio mentre era in corso quella visita d’amicizia, Kim Jong Un intendeva sondare gli umori della leadership cinese, costringendola ad assumere una posizione netta in materia.

Difatti il giorno successivo l’agenzia di stampa nordcoreana impugnò le precedenti dichiarazioni cinesi per sollecitare una reazione: «Il popolo cinese mostra profondo interesse per il viaggio di quelle compagini artistiche nel suo paese…

Un portavoce del ministero degli esteri cinese ha detto ai giornalisti che il viaggio delle compagini artistiche della Corea del Nord favorisce gli interessi dei due paesi ed è vantaggioso per la pace e la stabilità regionale». I riflettori erano puntati soprattutto sulle presenze ufficiali all’imminente concerto, come si evince dallo spazio riservato ai commenti d’un giornale giapponese: «Kyodo News ha riportato che i diplomatici e gli esperti stanno attentamente osservando che genere d’importanti statisti saranno inclusi nel pubblico»7.

Il 12 dicembre, poco prima dell’ora programmata per l’esibizione, le graziose cantanti coreane fecero improvvisamente ritorno in patria. Se le autorità di Pechino imputarono l’incidente a non meglio precisati “problemi di comunicazione a livello lavorativo”, la stampa sudcoreana ne additò invece la causa nel mutato atteggiamento della leadership cinese che, per esprimere il suo dissenso in merito all’iniziativa della Corea del Nord, aveva deciso d’inviare al concerto di punta solo dei viceministri, anziché uno dei venticinque quadri dirigenti del partito come originariamente previsto8.

Di contro alle consuete abitudini, i media della Corea del Nord non si curarono di smentire una siffatta congettura.

Il 6 gennaio 2016 si svolse il test del nuovo ordigno, il quarto test nucleare nella storia del paese, e unanime fu la condanna degli attori regionali e mondiali, ivi compresa la Cina, che peraltro non ne fu preventivamente avvisata.

«Invitiamo caldamente la Corea del Nord ad onorare il suo impegno per la denuclearizzazione e ad interrompere ogni azione che potrebbe peggiorare la situazione» comunicò la portavoce del ministero degli esteri Hua Chunying, pronunciandosi a favore della ripresa dei colloquio a sei che nel decennio precedente tanto avevano contribuito ad accrescere il peso negoziale di Pechino.

Ma la Corea del Nord mordeva il freno: il 7 febbraio, significativamente un giorno prima della Festa di Primavera in Cina, venne lanciato il satellite d’osservazione Kwangmyŏngsŏng-4 suscitando la reazione di Washington e Seul, che avviarono i negoziati ufficiali per il dispiegamento del Terminal High Altitude Area Defense (THAAD) in Corea del Sud. In relazione a queste due tappe dell’escalation, Hua Chunying espresse rispettivamente «rammarico» e «profonda preoccupazione», invitando i contendenti alla prudenza e ribadendo le sue proposte di dialogo9.

Nell’estremo tentativo di contenere l’attivismo della Corea del Nord, la Cina approvò la Risoluzione 2270 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu – risoluzione imbastita, secondo il governo nordcoreano, da «gli USA e le altre grandi potenze e i loro seguaci»10 – cui presto si sommarono le sanzioni unilaterali dei singoli governi. «Il blocco di Leningrado affamata, sinonimo della sanzione più severa che ci sia nella storia mondiale della guerra, e la crisi dei Caraibi all’epoca della guerra fredda sono incomparabili con la situazione attuale nella penisola coreana», fu il caustico commento della Corea del Nord sulle restrizioni commerciali che le vietavano perfino l’acquisto dell’attrezzatura da sci e dei farmaci contro la tubercolosi11.

Naturalmente, dal canto suo, «la Cina si è sempre opposta ad ogni sanzione unilaterale da parte di qualunque paese» e si limitò pertanto ad applicare le disposizioni dell’Onu12, riducendo del 10,54% il volume degli scambi commerciali.

Ad ogni modo, i fautori delle sanzioni non avevano fatto i conti con una circostanza nuova rispetto al passato: l’economia nordcoreana non è più quella degli anni ’90, messa in ginocchio dalle catastrofi naturali e dal crollo dei mercati tradizionali, e neppure quella di due lustri fa, ancora bisognosa degli aiuti internazionali. Di fronte alla notizia – riportata anche dai media ufficiali, – della peggior siccità del secolo che investì il paese durante l’estate 2015, parecchi giornalisti ed osservatori stranieri paventarono una “nuova carestia” o comunque ingenti danni al comparto agricolo; ma entro qualche mese questi foschi presagi furono clamorosamente smentiti dal raccolto cerealicolo di 5,06 milioni di tonnellate, con un lieve scarto rispetto al 2014 e nettamente superiore alla media del decennio precedente13.

Sono i frutti della nuova linea strategica di Kim Jong Un che «ci permette di consacrare grossi sforzi all’edificazione economica e al miglioramento del benessere del popolo rafforzando ulteriormente il potenziale difensivo del paese a basso costo e senza accrescere le spese a tal fine»: i fondi risparmiati vengono stabilmente investiti nel perfezionamento del meccanismo economico, a differenza di quanto accadde con le riforme degli anni 2002-05, interrotte a causa della crescente tensione internazionale14.

Da sempre inefficaci contro lo sviluppo nucleare della Corea del Nord, le sanzioni stavolta non comportarono neppure un rincaro dei prezzi del riso e dei carburanti15; e d’altronde le esportazioni di minerali ferrosi verso la Cina, non colpite dalle sanzioni, continuarono ad aumentare. Forte di queste circostanze, la Corea del Nord non tornò sui suoi passi e rispose alle minacce con una grande esercitazione d’artiglieria a fine marzo ed altri quattro test missilistici tra aprile e luglio. In questo scenario sempre più rovente si rafforzò – fino a diventare irreversibile, – la decisione statunitense di dispiegare il THAAD in Corea del Sud, determinando notevoli mutamenti nella posizione cinese.

Il THAAD
Il THAAD

Dopo mesi di disaccordi, la svolta nei rapporti sino-nordcoreani giunse col VIII Congresso del Partito del Lavoro di Corea. Il 7 maggio il CC del Partito Comunista Cinese inviò un messaggio di congratulazioni alla sua controparte coreana cui seguì, a congresso terminato, quello personale di Xi Jinping per Kim Jong Un16.

Si ribadirono le posizioni dapprima criticate da Pechino: «Finché persisteranno la minaccia nucleare e il dispotismo degli imperialisti, svilupperemo sempre le forze armate nucleari d’autodifesa sul piano qualitativo e quantitativo attenendoci in guisa permanente alla linea strategica di sviluppo parallelo dell’economia e delle forze armate nucleari»17.

Questi stessi orientamenti furono enunciati dalla delegazione del PLC guidata da Ri Su Yong, membro dell’Ufficio politico e vicepresidente del CC, che al principio del mese successivo si recò a Pechino per colloqui con Song Tao, capo del dipartimento di relazioni internazionali del CC del PCC, e con lo stesso Xi Jinping. Quest’ultimo apprezzò il ripristino della «buona tradizione di condividere la comprensione strategica dei due partiti» ed espresse il suo sostegno alla linea congressuale18.

Nel frattempo, dopo le prime rimostranze diplomatiche dell’8 luglio, Pechino intensificò le pressioni sulla Corea del Sud cancellando le apparizioni delle sue popolari cantanti dai propri palinsesti televisivi ed annullandone le visite in Cina, nonché imponendo norme più restrittive sulla circolazione dei turisti. L’11 luglio si tenne un incontro tra il ministro degli esteri cinese Wang Yi e il suo omologo nordcoreano per il 55º anniversario del trattato bilaterale d’amicizia tra i due paesi, insolitamente aperto ai giornalisti sudcoreani, durante il quale si riaffermò la volontà di collaborazione; due settimane dopo il ministro comunicò invece che Seul «ha minato le basi della fiducia tra i due paesi»19, mentre i media della Corea del Nord citavano a piene mani dalle critiche cinesi.

Malgrado gli strascichi delle sanzioni, la ritrovata intesa strategica si concretizzò con forza quando il 2 agosto la Corea del Nord lanciò un missile balistico in prossimità delle acque territoriali giapponesi: Pechino parlò di «una nuova violazione delle risoluzioni dell’Onu, ma [che] merita altresì un pensiero più profondo in un momento in cui la sicurezza regionale è in pericolo», giacché essa «può essere facilmente interpretata come una protesta contro la pianificata installazione del sistema» THAAD. Con una mossa senza precedenti, la Cina giunse a bloccare la dichiarazione di condanna dell’Onu – pressoché identica a quelle rilasciate in occasione degli altri test missilistici nordcoreani, – esigendo un’aggiunta inaccettabile per gli americani e i giapponesi, secondo cui «tutte le parti coinvolte devono evitare di prendere iniziative che potrebbero provocare le altre ed accrescere le tensioni, e non devono dispiegare alcun nuovo bastione antimissile balistico nell’Asia nordorientale con la scusa di reagire alle minacce dei programmi missilistici e nucleari della Corea del Nord.»20

Il momentaneo accordo raggiunto da Cina e Stati Uniti nella condanna dei due missili lanciati il 23 agosto per rispondere alle esercitazioni militari congiunte in corso a Sud del 38º parallelo non ha turbato il nuovo equilibrio: il 5 settembre – con altri tre missili inabissati nel Mar del Giappone, – al G20 di Hangzhou, discutendo con la presidentessa sudcoreana Park Geun Hye, Xi Jinping ha rimarcato ancora una volta la sua ferma opposizione al dispiegamento del THAAD, sistema antimissile dotato di un radar in grado di monitorare un’area fino a 1.000 km di distanza, quindi anche una significativa porzione dello spazio aereo della Cina e del Mar Cinese Meridionale21.

Le manovre dei mesi precedenti, a prima vista irrazionali e financo nocive per la stessa Corea del Nord, hanno dunque conseguito l’obiettivo di ricompattare i tradizionali schieramenti geopolitici nella regione, spezzando i ponti trasversali gettati dai potenti vicini e facendone in ultima analisi convergere gli interessi in una direzione favorevole alla politica estera della Corea del Nord, subendo perdite economiche contenute e cogliendo una ghiotta occasione per testare e perfezionare la propria tecnologia balistica e nucleare.

L'incontro fra i Ministri degli Esteri di Cina e Corea del Nord
L’incontro fra i Ministri degli Esteri di Cina e Corea del Nord

Se la leadership di Kim Jong Il era disposta, almeno in teoria, a negoziare lo smantellamento del proprio arsenale nucleare in cambio di aiuti economici e vantaggi diplomatici, quella di Kim Jong Un ne reclama il riconoscimento da parte della comunità internazionale e l’adopera come un contrappeso per influenzare gli interessi degli altri attori locali sino a farli collimare coi propri, alterando l’equilibrio faticosamente costruito dagli sforzi altrui quando esso minaccia di risolversi in un pernicioso isolamento per il proprio paese.

Francesco Alarico della Scala

1La Corée d’aujourd’hui, n. 5, 2013, p. 4. Queste parole, lungi dal costituire un’uscita irrazionale o “folle”, sono frutto di un’oculata riflessione sugli avvenimenti internazionali delle ultime decadi: «Non dobbiamo mai dimenticare la lezione dei paesi dei Balcani e del Medioriente che, con lo sguardo rivolto ai grandi paesi, trascurarono di dotarsi d’un potenziale difensivo sufficiente e poi, cedendo alla pressione e alla seduzione degli imperialisti, rinunciarono perfino a conservare la loro forza deterrente, per esser infine vittime dell’aggressione» (Ibid., p. 3).

2Questo dato fa della Corea del Sud il primo partner commerciale della Cina, battendo anche il Giappone

3Cfr. A. Fiori, Il nido del falco, Le Monnier, 2016, pp. 244-245.

4KCNA, 13 dicembre 2013.

5KCNA e Rodong Sinmun, 10 dicembre 2015.

6Famosa suo malgrado, giacché il suo nome divenne noto in Occidente quando, nell’agosto 2013, si diffuse la voce di una sua fucilazione per pornografia. Invero la “ex fidanzata di Kim Jong Un”, come veniva descritta dai media stranieri, ricomparve nel maggio 2014, al termine del congedo di maternità:

7KCNA, 11 dicembre 2015.

8Yonhap, 15 dicembre 2015.

9Xinhua, 6 gennaio e 7 febbraio 2016.

10KCNA, 4 marzo 2016. Le “altre grandi potenze” sono palesemente Russia e Cina.

11KCNA, 3 aprile 2016.

12Xinha, 13 marzo 2016.

13 Cfr. QUI e QUI

14La Corée d’aujourd’hui, cit., p. 4. Sul nocciolo delle attuali riforme nell’agricoltura – l’accresciuta autonomia della sottosquadra quale unità lavorativa di base – vedi la lettera scritta dal leader in data 6 febbraio 2014, pubblicata dalla KCNA il giorno successivo.

15Cfr. Reuters, 7 agosto 2016.

16Cfr. KCNA, 6 e 10 maggio 2016.

17 Cfr. QUI

18KCNA, 1 e 2 giugno 2016.

19Cfr. QUI e QUI

20Xinhua, 3 agosto 2016, e Reuters, 10 agosto 2016.

21Cfr. QUI e QUI

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