La Repubblica Popolare Cinese, quando le Filippine si appellarono al Tribunale dell’Aia, dichiarò che non avrebbe riconosciuto la sua sentenza, qualunque fosse stata: tale sentenza violava il principio dei colloqui bilaterali tra gli Stati, si rifaceva all’appello unilaterale di uno solo degli Stati coinvolti e negava le motivazioni storiche dietro la disputa. Ma Pechino ha dato nuovo vigore alla polemica, attaccando di nuovo l’operato della Corte, accusata di essere stata manipolata.

Il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha affrontato duramente il Tribunale in una nota a margine del summit dei Ministri degli Esteri a Vientiane, in Laos: «Più il tempo passa, più viene a galla la natura illegale di questo cosiddetto arbitrato sul Mare Cinese Meridionale e la manipolazione politica dietro questo tribunale arbitrale». L’accusa velata è del sostegno statunitense ad una sentenza favorevole a Manila, storico alleato di Washington nella regione; una sentenza grazie alla quale il governo di Washington ha potuto trarre una giustificazione per un rinnovato impegno militare nel sudest asiatico.

Oltre al rifiuto della sentenza, il governo di Pechino ha anche respinto totalmente la richiesta congiunta USA-Giappone-Australia per lo stop alla costruzione di avamposti militari cinesi nel Mar Cinese Meridionale. Wang Yi ha risposto seccamente che questi tre Stati devono scegliere se «essere portatori di pace o piantagrane», in quanto la nota dei tre Stati «soffia sul fuoco» della disputa, «incolpa direttamente e indirettamente la Cina» di essere la responsabile delle tensioni.

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