Il viaggio di Di Maio in Cina, lapsus linguistici a parte, ha portato e porterà diversi benefici al nostro Paese (è questo il vero motivo della velenosa ironia dei radical chic).

Sono stati firmati numerosi accordi commerciali tra i due Paesi. Tra questi, uno in particolare riguarda la Sicilia, i cui agrumi da tempo rimangono a marcire, perché poco concorrenziali (dal punto di vista meramente economico) con quelli tunisini, di qualità, e prezzo, inferiore.

Adesso gli agrumi siciliani finiranno in Cina. Si è infatti concluso l’iter per l’inizio della commercializzazione.

Una commissione cinese è giunta in Italia per constatare la qualità fitosanitaria degli agrumi, condizione indispensabile per esportare in un Paese non UE.

All’incontro hanno preso parte quattro ispettori siciliani e due cinesi,  i quali hanno effettuato una visita nelle aziende di commercializzazione e di produzione per verificare il rispetto dei parametri richiesti dalle leggi cinesi.

A differenza del passato, le merci potranno essere trasportate anche per via aerea oltre che per via navale. Fattore questo che abbatterà i tempi di consegna, che passeranno da un mese ad alcune ore e, inoltre, garantirà la conservazione delle caratteristiche commerciali del prodotto, in particolare delle arance che col trasporto via nave perdevano dal punto di vista delle caratteristiche organolettiche.

“Ci apriamo ad un mercato immenso e pieno di opportunità” afferma Edy Bandiera, assessore regionale all’Agricoltura.  “L’idea è quella di partire con un prodotto come gli agrumi, fortemente richiesto, che faccia da traino e da cassa di risonanza per tutti gli altri prodotti della filiera agroalimentare siciliana. Sono inoltre in corso altre due trattative, con il Messico per l’esportazione di produzioni vivaistiche presenti nell’area del siracusano e l’altra con il Canada per l’esportazione del pomodoro.”

Rafforzare i rapporti economici tra i due Paesi sembra essere una delle priorità  del governo giallo-verde, a dispetto della sinofobia di una parte della base leghista.

Del resto, le idiosincrasie recedono di fronte ai fatturati delle aziende italiane che esportano in Cina.

Per un Paese manifatturiero ed esportatore come l’Italia può essere un’occasione importante e infatti il governo giallo-verde ha creato una task force, guidata dal sottosegretario Michele Geraci, dedicata ai rapporti sino-italiani.

In questi giorni infatti si tiene l’expo cinese e la visita di Di Maio non è certo casuale.

Per l’evento, infatti, il nostro Paese schiera alcuni dei nomi più rappresentativi del made in Italy come Ansaldo, Fca, Fincantieri, Leonardo, Cnh Industrial, De Longhi, Bracco e Ferretti assieme a molti altri.
Tra le iniziative di rilievo alle quali prenderà parte Di Maio ci sarà anche il Business Forum Italia-Cina in programma martedì 6 novembre, co-presieduto dal vice presidente e Ad di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, e dal presidente di Bank of China, Chen Siqing.

E se si dà uno sguardo ai numeri e alle regioni italiane in cima alla classifica per l’export in Cina, si capisce meglio come mai la Lega abbia del tutto seppellito la sinofobia del passato (legata alla vecchia Lega, quella di Bossi).

A guidare la classifica, infatti, sono Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto, per un valore rispettivamente di 4 miliardi, 2,3 miliardi, 1,9 miliardi e 1,7 miliardi nel 2017.

Tuttavia, anche il centro-sud registra dati positivi: i maggiori incrementi, infatti, si sono verificati in Sicilia, Lazio e Sardegna, rispettivamente del 212,5%, del 170% e del 115,8%.
L’Italia esporta in Cina prevalentemente in settori come quello dei macchinari, del trasporto, del tessile, della chimica e del manifatturiero.

In soldoni, i radical chic facciano pure battute sui congiuntivi e sui trascorsi lavorativi di questo o quel ministro, ma l’attuale governo sta comunque portando a casa discreti successi.

Massimiliano Greco

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