Persa nel 1842 alla fine della prima guerra dell’Oppio, in questi giorni la Cina celebra il ventesimo anniversario del ritorno di Hong Kong alla Repubblica Popolare. Seconda regione amministrativa speciale, dopo Macao, Hong Kong è stata restituita a seguito di anni di trattative tra la Cina e il Regno Unito, mantenendo l’autonomia di parte del sistema politico e quella economica e monetaria. Politica estera, rapporti diplomatici e politiche di difesa sono invece in capo al governo centrale di Beijing.

Secondo la politica di “un paese, due sistemi”, proposta inizialmente da Deng Xiaoping, Hong Kong sta godendo di una sempre maggiore integrazione de facto alla madrepatria. Si tratta di vantaggi e benefici derivanti da accordi consolidatisi soprattutto nel 2003 con il Closer Economic Partnership Arrangement (CEPA).  Alla fine del 2015, Hong Kong è diventata il primo partner commerciale della Repubblica popolare, che a sua volta può contare sul suo ruolo di centro finanziario globale, sia per l’implementazione degli investimenti della Belt and Road Initiative, sia per l’internazionalizzazione dello yuan RMB, che va avanti a ritmi altalenanti da alcuni anni, sia infine per le emissioni sempre più cospicue di bond cinesi.

Per il ventennale del ritorno di Hong Kong, il presidente Xi Jinping è in visita da giovedì fino a sabato. È il primo viaggio ad Hong Kong come presidente della Repubblica Popolare Cinese, durante il quale sono stati programmati, oltre alle celebrazioni ufficiali, incontri con le massime autorità del paese ed ispezioni presso i presidi militari. Xi ha esteso i suoi migliori saluti, dichiarando la fermezza della Cina a sostenere la regione e progettarne insieme il futuro.

Tuttavia, come accade in ogni visita di alto livello, c’è sempre chi coglie l’occasione per manifestare il proprio dissenso. Giovedì più di 100 persone (400 per gli organizzatori) si sono riuniti per una veglia nel centro della città per chiedere che il premio Nobel Liu Xiaobo riceva le migliori cure per il suo tumore terminale. E ciò anche se Liu sia costantemente monitorato e seguito da équipes specializzate in un ospedale di Shenyang. Ma chi è Liu? Lo ricordiamo: è un fan dell’Occidente ed ha più volte sostenuto la “bontà” della colonizzazione della Cina, augurando al proprio paese un più lungo periodo di umiliazione.

Nel corso di un’intervista di un paio di anni fa, il professor Domenico Losurdo si esprimeva al riguardo con queste parole: “È ora di demitizzare una volta per sempre le ONG e i «dissidenti» vari. Voglio qui limitarmi a un esempio. Autorevoli e insospettabili storici occidentali definiscono il periodo ‘degli anni 1850-1950’ (in pratica dalle guerre dell’oppio alla fondazione della Repubblica popolare) come il periodo della ‘Cina crocifissa’. Per dirla con Jacques Gernet, ‘senza dubbio il numero delle vittime nella storia del mondo non è stato mai tanto elevato’. Ebbene, ecco il ‘dissidente’ Liu Xiaobo propagandare la tesi secondo cui la tragedia della Cina è di non aver conosciuto un periodo di dominio coloniale sufficientemente lungo (ed eccolo invocare indirettamente una più forte pressione occidentale sul governo di Pechino). In Occidente nessuno grida allo scandalo per la galera inflitta a quanti mettono in dubbio questo o quel particolare dell’olocausto ebraico ma ci si strappa le vesti per la galera inflitta a chi vorrebbe prolungare il periodo della «Cina crocifissa». Pur essendo un campione del colonialismo (e dunque delle guerre coloniali), Liu Xiaobo ha conseguito il Premio Nobel per la Pace!”.

A completare questo quadretto grottesco delle proteste anticinesi ad Hong Kong si è aggiunta la voce di un ben noto “attivista”, Joshua Wong, già noto da anni per essere stato uno dei leader (a 17 anni) del movimento Occupy Central HK, che ha denunciato in questi giorni l’ingiustificata detenzione di 14 studenti, arrestati mercoledì sera durante un sit-in a cui hanno partecipato in totale 26 studenti. La polizia ha riferito che si tratta di sostenitori di posizioni separatiste contro la Cina, in violazione dunque delle leggi fondamentali di Hong Kong. Gli studenti sono stati poi rilasciati venerdì mattina.

Due cose sono grottesche in tutto ciò. Oltre all’irrilevanza del numero di partecipanti, il sostegno a Liu Xiaobo è immotivato per le ragioni che abbiamo accennato, mentre il fresco oppositore studentesco è noto anche per aver condiviso le passate proteste a fianco di uomini d’affari, accademici e altre personalità che hanno studiato e vissuto a lungo negli USA e sono direttamente legate a specifiche Ong, a loro volta legate al National Endowment for Democracy. Quest’ultima organizzazione è una delle principali finanziatrici di ultima istanza in molte esperienze di “rivoluzioni colorate”, orchestrate almeno sin dal 2000 per destabilizzare aree sensibili e strategiche contro i competitor geopolitici degli Usa. 

Il supporto statunitense e i fondi a Occupy Central Hong Kong sono candidamente dichiarati dalle organizzazioni che sono dietro i vari “attivisti” di Hong Kong [il sostegno incondizionato da parte degli Usa e in generale i media occidentali avveniva mentre Occupy Wall Street veniva represso con migliaia di incarcerazioni]. Su questo tema rimandiamo tra gli altri alla postfazione del libro Target China di William Engdahl (2014) e ad un resoconto di qualche mese fa.

In questo breve commento alle celebrazioni del ventennale del ritorno di Hong Kong alla Cina, ci siamo attenuti alla sostanza di certe dinamiche (ed ai loro riscontri fattuali), evitando di usare le espressioni “diritti umani” e “democrazia”, dietro cui si celano di frequente ben altri fini, di segno opposto a ciò che si dichiara.

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È professore associato di Geografia (ASN). E' docente presso l'Istituto Internazionale "Lorenzo de' Medici" di Firenze; e Ph.D. in Geopolitica e Geoeconomia, "Università di Trieste". È membro del think tank CCERRI, di Zhengzhou e di EURISPES, Laboratorio BRICS di Roma. Il suo ultimo libro è "Geofinanza e Geopolitica", Egea.