child 44

Un film che parla della Russia del 1953 titolato con un termine inglese e il numero 44, la metà perfetta dell’88 numero sacro ai neonazisti, quelli che in linea con “i segni dei tempi” hanno applicato la politica al superenalotto. Basterebbe un giudizio del genere per liquidare una delle opere propagandiste più ridicole degli ultimi decenni, ma cerchiamo di essere persone serie e giriamo il coltello nella piaga.

Il film inizia con una scena di circa un minuto, completamente sconnessa rispetto al resto della storia, ma che è l’editoriale e il significato intimo del film: una scritta cubitale recita UCRAINA e ci indica senza nessuna informazione di un genocidio voluto da Stalin contro i poveri ucraini. E’ un po’ come se prima del film di Pieraccioni “Il Ciclone” ci fosse una scena che accusa la Spagna della colonizzazione dell’America Latina.

Il significato è chiaro: la Russia è oggi il nemico degli Usa e quindi va demonizzata (come si è sempre fatto) tramite ogni mezzo; in Ucraina i russi sono colpevoli ieri come oggi. Niente di nuovo si dirà, ma stavolta si approfitta dello spettatore. L’altro grande sforzo metaforico è la descrizione del momento in cui viene scattata la famosa foto con la bandiera rossa sul Reichstag di Berlino: ad alzare lo stendardo immenso e rosso è un volgare ladro di orologi.

Stesso ladro che è poi il protagonista della storia. La trama è molto semplice: un agente segreto cade in disgrazia mentre cerca di scoprire un assassino seriale che si muove fra Mosca e Rostov. Ma il thriller che dà il titolo al film (44 bimbi uccisi) è solo una scusa per descriverci una Russia che vive in un clima infernale, con umanità allo sbando, una società in preda alla paranoia e alla reciproca delazione. Un maccartismo rovesciato dove, invece della caccia ai comunisti che avveniva negli Usa, vengono braccati tutti indiscriminatamente, dove le persone vengono uccise per capriccio di chiunque e sono tutti sporchi e puzzolenti e soprattutto sdentati. Ossia poveri, come direbbe il socialista Hollande.

La storia che si racconta è solo una scusa che fa da legame al vero oggetto del capolavoro: la demonizzazione della Russia. E si badi bene non si tratta solo della Russia comunista, perché a parte qualche divisa e qualche ritratto nessun “compagno” è davvero mai compagno, non c’è il comunismo, non c’è ideologia. In alcuni momenti di distrazione sembra di guardare l’ennesimo film contro i nazisti, perché i personaggi descritti sono identici. E sono travestiti da nazi-zombie, ma più brutti. Il vero obiettivo è proprio la Russia e il popolo russo, tutto indiscriminatamente cattivo, irreparabilmente corrotto. L’unico personaggio non travestito da morto vivente è proprio il serial killer, non è accettabile uno zombie rossobruno come malvagio, sarebbe troppa grazia per un russo e infatti viene conciato come un candidato del Nuovo Centro Destra, però zoppo.

Non è un caso che ci riempiano di filmetti riguardanti nazisti e comunisti, servono per proiettare i problemi del sistema liberal democratico all’esterno: oggi aumenta la povertà? Ecco i russi per cui il pranzo domenicale consiste in bambini bolliti. La società si disgrega e impera l’atomismo? Ecco i tedeschi spietati che giocano al tiro a piattello con i cuccioli di panda. Gli Usa accerchiano la Russia e portano il mondo sull’orlo della guerra? E’ colpa dei russi… così troppo russi. In preda a queste riflessioni ho perso il finale con scazzottate nel fango… Mi è parso di vedere intervenire Steven Seagal in groppa ad un orso volante guidato da Vladimir Putin, picchiare tutti, registi e produttori compresi per poi girarsi e sgommare verso nuove eroiche avventure.

Matteo Pistilli

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