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calcio cinese

Tevez, Oscar, Witsel: i colpi da 90 di questo mercato di fine dicembre inizio gennaio hanno tutti preso la strada della Cina. Tre giocatori di fascia alta, ancora giovani, nel pieno della maturità calcistica andranno a rinforzare le squadre della Chinese Super League, campionato ormai stabilmente nelle prime posizioni in quanto a investimenti e stabilità economica. Inoltre, per intenderci, la CSL ha fatto registrare una media di presenze negli stadi superiore a quelle della nostra Serie A (21.833 per il nostro campionato nell’attuale stagione contro i 24.195 della stagione 2016 del campionato sinico). E, tutto fa pensare, che nei prossimi anni il divario economico e di potenzialità andrà ancora ad aumentare.

Uno strappo che però ha lasciato di stucco in molti, giornalisti “specializzati” compresi. Pochi, forse nessuno, ha ancora capito cosa sta succedendo in Cina, quanto l’intervento della dirigenza di Xi Jinping e di ricchissime industrie multinazionali sia stato decisivo in questo “grande balzo” del pallone cinese. Una strategia legata a tre aspetto: rafforzamento economico, ricerca del know how e coinvolgimento. I cinesi sanno, infatti, che senza l’entrata nelle alte gerarchie del calcio mondiale, il sogno “2050” è solo una chimera.

Aspetti che però sono totalmente ignorati (per incapacità, molto probabilmente) da chi dovrebbe commentare questo enorme movimento di “capitale calcistico”. Tutt’al più siamo davanti ad una narrativa da “Ancien Régime”, da centro che non capisce che rischia di diventare periferia. Il refrain è il classico “questi idioti ci strapagano i giocatori”, “cinesi spendaccioni”, “lasciateli fare, si autodistruggeranno”, “servirebbe il fair play finanziario per i cinesi” (vabbè, questa, conoscendo le regole del FFF pare una barzelletta…ma c’è chi ci crede!).

Complice anche la viralità delle notizie social, numeri irreali o pompati ad arte diventano elemento di ilarità. I 16 milioni di stipendio a Pellè, i quasi 40 a Tevez celebrano l’incapacità delle dirigenze cinesi di fare affari. Poco importa che sullo stipendio dell’attaccante leccese le cifre non siano per nulla chiare, come dimostrato dall’inchiesta de L’Ultimo Uomo, e per quello argentino 40 milioni sia il costo totale dell’operazione e non lo stipendio annuo, come confermato dal sempre attento Blog Calcio Cina.

Notizie ad hoc, strappa-like e strappa-indignazione (“è un calcio alla povertà”, quasi che darne 22 a Neymar o 55 a Marchionne sia un gesto di beneficenza verso il terzo mondo…), che però servono ad identificare lo stereotipo del “cinese spandaccione e stupido”, o comunque “incapace di fare calcio”. E, naturalmente, non mancano gli esperti in fugaracce, come il sempre presente Massimo Gramellini, che ai tempi di Pellè, riuscì nell’impresa di ridicolizzarsi mescolando qualunquismo, un po di razzismo e stereotipi nel suo indimenticabile “Buongiorno” pubblicato su La Stampa: “Ciò premesso, se un quotidiano di Shanghai in vena di sopravvalutazioni giornalistiche fosse disposto a sganciare un decimo della cifra, pagamento anticipato, potrei persino prendere in considerazione l’ipotesi di andarvi a scrivere il «Buongiolno» per un paio d’anni. E senza neanche ammorbare l’uditorio con le solite frasi fatte sull’esperienza stimolante e il bisogno di nuove sfide. Coi denari guadagnati ricompro Pellè e lo metto in cucina a lucidare cucchiai”.

L’elemento che però non si ritrova in alcuna delle seguenti narrazioni è un senso di mea culpa del calcio europeo, che per decenni ha vissuto ben al di sopra delle proprie possibilità, spendendo cifre folli per calciatori, in un regime di totale monopolio. Gli Agnelli negli anni ’30 (vedi ad esempio il Caso Rosetta o il superstipendio a Raiumndo Orsi), l’Inter dei Moratti (dai 300 milioni di lire per Suarez ai 90 miliardi per Bobo Vieri) o ancora il Milan del Berlusca, che dopò non solo il mondo del calcio (spendendo cifre allucinanti all’epoca per devastare il mercato), ma pure pallavolo, hockey su ghiaccio, baseball e rugby negli anni della “Polisportiva Milan”, per non parlare delle altre “sorelle” come la Lazio di Cragnotti, la Roma dei Sensi o la Fiorentina di Cecchi Gori (esempi illuminati di gestione finanziaria…). Ma fu così, sempre e dappertutto.

Simone Cola, autore di “I pionieri del pallone”, segnala sul suo blog come nel periodo dei primi campionati inglesi il Preston North End e l’Everton, prime squadre a vincere la Football League, già facevano spese folli. La stella dell’epoca, Nick Ross, fu ingaggiato dall’Everton per 10 sterline a settimana, uno stipendio 20 volte superiore a quello di un maggiordomo. E stiamo parlando dei primi campionati inglesi della storia, mica della Premier cotonata e dopata dai diritti televisivi di oggi…

In soldoni, è sempre stata una questione di soldi. Cambiano solo gli attori, si sposta l’asse mondiale, verso est. Il centro, quello che è stato centro per un centinaio d’anni diventerà periferia. Con tutto quello che ne consegue. I cinesi stanno diventano quelli “che ci rubano il giocattolo”, che non possono permettersi di fare quello che fino a ieri facevamo noi.
Per i soloni è lesa maestà.

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