Pochissimi giorni fa la Repubblica Italia e la Repubblica Popolare Cinese hanno festeggiato il Cinquantesimo Anniversario dell’avvio dei loro rapporti diplomatici. Com’è noto, infatti, fino al biennio 1970-1971 la Repubblica Italiana intratteneva rapporti solo con la Repubblica di Cina, quella oggi più nota come Taiwan oppure, dal nome della sua capitale, Taipei (ma al tempo anche chiamata Formosa, dal nome che aveva ricevuto dai portoghesi). Quegli anni videro un vero e proprio “terremoto diplomatico” che portò, nell’ottobre 1971, al riconoscimento da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU di Pechino come “unico rappresentante legittimo della Cina alle Nazioni Unite”, col conseguente allontanamento di Taipei.

Da allora, com’è intuibile, molte cose sono cambiate, sia a livello di rapporti internazionali che di tenore dei rapporti fra Italia e Cina. L’Italia, per esempio, in quegli anni era fra le prime potenze industrializzate del mondo, sebbene già alle prese con alcune grosse problematiche legate all’inflazione, all’indebitamento con l’estero e alla difficoltà a trovare soluzioni per certi suoi settori produttivi importanti che cominciavano ad apparire decotti o comunque bisognosi a loro volta di un rilancio. La Cina, invece, era un paese ancora bisognoso di fare importanti passi in avanti, alle prese con dei processi politici ed economici interni che negli anni successivi sarebbero stati fortemente corretti in favore di altri, dopo aver richiesto alla popolazione e al paese importanti sacrifici, e in cui appariva sempre più forte il messaggio della modernizzazione. Gli Anni ’80 ma soprattutto gli Anni ’90 sono stati da questo punto di vista una cartina di tornasole non soltanto di come siano cambiate le relazioni italo-cinesi, ma persino quelle fra la Cina e tutto il resto del mondo nel suo insieme. Non parliamo, poi, degli Anni 2000 e degli ultimissimi anni, dove letteralmente il cambiamento in termini economici e politici si è fatto ancora più palese.

Gli Anni ’80 del resto videro anche il progressivo collasso del blocco sovietico, e il decennio successivo in quello spazio di mondo inaugurò per l’Occidente nuove prospettive che tuttavia non fu e non poteva essere pienamente in grado di gestire in modo da poter garantire una pace ed una prosperità che fosse non soltanto nel proprio interesse, ma anche e soprattutto di coloro che bene o male venivano giudicati come gli “sconfitti” o i “parenti ritrovati”: vale a dire i popoli e i paesi dell’Europa dell’Est e dell’ex Unione Sovietica nel suo insieme. Infatti, ben presto la miseria in tutta quell’area iniziò ad aumentare, mentre da più parti sorgevano nuovi conflitti che sembravano relegati al passato: questo dai Balcani al Caucaso fino alle più lontane aree dell’Asia Centrale. Anche in altri parti del mondo, indirettamente, il collasso sovietico causò nuovi grossi disordini a cui l’Occidente guidato a quel punto dalla sola superpotenza rimasta, gli Stati Uniti, non sapeva cosa rispondere; quando addirittura non cercava di approfittarne, con “cure” di fatto peggiori del male. Fu così, per esempio, in Africa, ma anche in America Latina e in alcune aree dell’Asia, senza dimenticare il vasto Mondo Arabo.

In tutto quel periodo la Cina appariva, e certamente non soltanto a noi italiani, come un soggetto lontano e per certi aspetti persino esotico o mitologico. Tuttavia, nel frattempo il paese cresceva e quando la sua solidità si è presentata all’intero Occidente, qualcuno se ne è accorto più rapidamente di altri. Gli italiani, in questo senso, sono stati fra gli ultimi a prenderne atto, sebbene fra di loro vi fossero figure imprenditoriali o addirittura politiche che da tempo guardavano a quel mondo con attenzione e lungimiranza, cercando di richiamare l’attenzione di tutti gli altri sulle sue vaste potenzialità; ma solitamente non ricevevano molto ascolto. Del resto, negli Anni ’80, quindi più di dieci anni prima, un certo Gianni Agnelli aveva riso in faccia ad una delegazione cinese che voleva produrre nel proprio paese automobili del Gruppo FIAT. La FIAT dell’allora Amministratore Vittorio Valletta, infatti, negli Anni ’60 aveva stupito il mondo intero inaugurando a Togliattigrad in accordo col governo sovietico lo stabilimento della VAZ-Lada, dove si producevano le sue autovetture del modello 124. I cinesi volevano fare qualcosa di simile, ma l’Avvocato rispose loro: “Ma che ve ne fate delle macchine, ché tanto non avete nemmeno le strade?”. Pechino, poco dopo, si rivolse alla tedesca Volkswagen che, astutamente, non si fece sfuggire l’occasione, e ciò le diede per decenni una situazione di quasi monopolio in quello che oggi è il principale mercato automobilistico del mondo.

Insomma, questi cinquant’anni di rapporti ufficiali fra Roma e Pechino sono stati senza dubbio contrassegnati sia da luci che da ombre. Si pensi anche soltanto al loro stato attuale, con le polemiche legate al Coronavirus, così come alla Nuova Via della Seta, al 5G, o ancora agli equilibri commerciali, ecc. Complice il fatto che della Cina si parli poco e male, ovvero seguendo spesso e volentieri soprattutto luoghi comuni e gonfiando diffidenze pregresse e risalenti al passato, in molti oggi vedono in essa ciò che altri, in passato, vedevano nella Russia, e che in parte in certi casi ancora vi vedono: ovvero una sorta di luogo abitato dal demonio, da cui tutto ciò che viene è il male e che quindi per partito deve essere evitato e prevenuto. Alla base di molte di queste considerazioni si rinvengono quasi sempre delle paure irrazionali, legate a concezioni piuttosto caricaturali o cinematografiche del comunismo, del capitalismo o della dittatura, oppure altrettanto cinematografiche e caricaturali visioni di luoghi ameni poi invasi, asfaltati e snaturati da un impero ostile ed invasore: è ciò che per esempio molti pensano quando si parla del Tibet o, ultimamente, sebbene sia ancora un tema meno conosciuto, dello Xinjiang o persino della Mongolia Interna. I più possono sorridere pensando a quanto possano essere forti certe ingenuità, ma dovremmo pur ricordarci che solo pochi decenni fa certi preti nelle loro omelie delle nostre parrocchie raccontavano che in Russia si mangiassero i bambini e che i Cosacchi sarebbero venuti ad abbeverare i loro cavalli a San Pietro, o ancora che vi fossero vere e proprie “orde barbariche” composte da soldati russi subito dopo il confine e pronte a calarsi nella nostra Penisola, e non erano certo in pochi a credervi, dato che pure molti nostri politici erano ben lieti di ripetere a loro volta simili sciocchezze durante i propri comizi. Ecco perché anche oggi, e purtroppo anche domani e se è per questo anche in futuro, c’è e ci sarà sempre posto per coloro che diffondono le “fake news” e per coloro che sono disposti a crederci.

Dispiace, purtroppo, dover dire che molti di coloro che sempre puntano il dito sulle “brutture” cinesi, oppure russe o venezuelane o iraniane o siriane o cubane o egiziane e così via, non abbiano praticamente mai nulla da dire sulle analoghe “brutture” che avvengono negli Stati Uniti, dove pure abbiamo assistito ai gravi disordini legati allo scontro fra le forze di polizia e gli attivisti “Black Lives Matter”; e nemmeno pare che abbiano alcunché da dire in merito, per esempio, a fatti a noi ancora più vicini, come la non proprio rosea repressione che le forze dell’ordine francesi hanno fatto dei Gilet Gialli, o che è stata fatta in Grecia durante le ripetute manifestazioni contro l’Austerity voluta anch’essa da quella Commissione Europea che tanto hanno nel cuore, o anche in Italia quando in varie occasioni, persino a Roma, gli operai che manifestavano sono stati presi a manganellate. Poi, se vogliamo possiamo parlare dell’Ucraina, dove il governo non ha manifestato mai, dal 2014 ad oggi, particolari tenerezze verso gli oppositori, men che meno se di etnia russa, ma evidentemente anche in quel caso il sostegno garantitogli da Bruxelles e da Washington è per questi “campioni dei diritti umani a targhe alterne” una garanzia di fiducia ad occhi chiusi. Lo stesso, probabilmente, si può dire anche per il sangue versato nei territori palestinesi o in Libano per opera dei soldati israeliani, oppure per i boliviani, gli ecuadoriani e i cileni che nell’ultimo anno sono stati ferocemente “martellati” dai militari e dai poliziotti di governi del tutto illegittimi. Ma, se si tratta di parlare di paesi e di governi malvisti dal duetto USA-UE, allora se ne può parlare: ed ecco quindi le levate di scudi per la Bielorussia, per Hong Kong, per la Russia, per lo Xinjiang, per il Tibet, per i Royinghia, e magari anche per qualche povero terrorista o bullo di periferia “incompreso”.

E’ interessante, a tal proposito, farsi un rapido giro sui vari portali che parlano di diritti umani e libertà di culto nel vasto mondo cinese ed asiatico in generale: non c’è, a distanza di ormai quattro giorni, un solo articolo che ancora tratti la questione del cinquantesimo anniversario dei rapporti diplomatici italo-cinesi. Incredibile, no? Epoch Times, il quotidiano online legato al Falun Gong, non ha pubblicato nulla: eppure è strano, perché di solito non si lascerebbe scappare simili occasioni. L’attenzione, in parte anche comprensibilmente, è rivolta soprattutto a Trump, di cui il giornale continua a svolgere quasi il ruolo di ultimo irriducibile sostenitore. Tuttavia vi sono degli articoli che, probabilmente, nelle intenzioni dei redattori dovrebbero scoraggiare l’osservatore o persino l’investitore più ingenuo o disaccorto, dato che parlano di un cattivo stato dell’economia cinese che a quanto pare hanno visto solo loro, non essendo rinvenibile in nessuna altra fonte di materia economica in circolazione. Certo, se Epoch Times cita come propria fonte un imprecisato “China in Focus, il primo notiziario in italiano dedicato alla Cina”, cosa peraltro ben lontana dal vero visto che di pubblicazioni del genere nel nostro paese ve ne sono da tempo in buon numero, allora tutto si può tranquillamente spiegare come un banale problema di autoreferenzialità.

Non migliore è il caso di Vision Times, la rivista sempre del Falun Gong, che addirittura è rimasta ferma alla notizia di un’ipotetica possibilità per Trump di guadagnarsi un secondo mandato, a quanto pare una possibilità ormai del tutto sfumata. Anche stavolta, comunque, non troviamo un solo articolo che tratti la questione del cinquantesimo anniversario: eppure poteva essere una buona occasione per seminare un po’ di zizzania, per raccontare qualcosa che mettesse quella celebrazione in cattiva luce. Tanto nel caso di Epoch Times quanto nel caso di Vision Times, vi è l’impressione che nei quartier generali del Falun Gong, strettamente vicino all’Amministrazione Trump ma con buone sponde anche fra i democratici, per il momento si preferisca rimanere sul vago in attesa di “ordini superiori” o che, più semplicemente, si stia studiando il modo più “elegante” e “disinvolto” per uniformarsi alla nuova direzione del mondo, così da poter fare il classico “cambio di casacca” nella modalità più facile ed indolore. Che al momento attuale sia soprattutto questo il problema, senza dimenticare le eventuali ripercussioni finanziarie che comporta, lo si evince più o meno anche dal comportamento di altri media, talvolta legati ad altre sette e veri e propri “gruppi di pressione” che, sfruttando l’argomento dei diritti umani e civili e della libertà di culto, puntano invece a perseguire una libertà di setta e di azione politica nell’interesse dei loro promotori; altre volte, invece, sono soprattutto siti di ambito più professionale ed accademico, ma che comunque ricevono sempre una certa stima da questo tipo di “ambiente”.

Addirittura il giornale online Bitter Winter, da sempre molto attento soprattutto alle vicende della Chiesa di Dio Onnipotente ma che successivamente ha cominciato anche ad occuparsi degli Uyguri dello Xinjiang, così come della Mongolia Interna e del Tibet e più in generale di tutte le varie presenze religiose o pseudoreligiose in Cina, a settembre di quest’anno ha proprio chiuso la sua edizione italiana, lasciandola accessibile online solo come archivio di tutti gli articoli pubblicati fino a quel momento. Ciò naturalmente dispiace, perché si trattava di un giornale dove scrivevano anche persone molto preparate e in cui si poteva accedere ad un’immensa mole di notizie ed informazioni. Tuttavia è anche intuibile che mantenere in piedi un portale del genere, edito ogni giorno in otto lingue diverse e con vari articoli quotidiani, sia un lavoro a dir poco gravoso, al quale prima o poi si può anche decidere di dare una sia pur momentanea pausa qualora si riscontri un’attenzione non sempre esaltante da parte del pubblico italiano. Infatti l’edizione in lingua inglese continua ad uscire, essendo intuibilmente la più letta a livello globale; ma d’altronde chi ha un reale interesse per argomenti come questi è ben difficile che non conosca l’inglese.

Certo, non mancano gli “irriducibili”, ma quelli fanno parte di ben altri mondi, dove i toni non di rado superano il becero. Il portale Laogai, per esempio, ogni giorno mette qualche notizia, ma anche in questo caso ignora del tutto l’Anniversario, non cogliendo l’occasione che pure doveva essere irresistibile di “ricamarci” un po’ sopra. In compenso, abbondano come sempre argomenti sul Falun Gong, oppure a favore del Dalai Lama o del Cardinale Zen, o sui Royinghia, o sullo Xinjiang, e persino su certi vecchi tormentoni oggi un po’ passati di moda come quello della politica del figlio unico: c’è di tutto, tranne questo, ma anche in questo caso valgono le medesime considerazioni già fatte per Epoch Times e Vision Times. Lo stesso dicasi, ovviamente, per una “vecchia conoscenza” come i Radicali, sul cui sito internet ugualmente non si trova alcunché in merito all’Anniversario. L’unico sit-in è quello indetto davanti al Tribunale di Milano lo scorso 3 novembre, annunciato il giorno prima e riportato fotograficamente anche il giorno dopo, per festeggiare l’assoluzione del neonazista italo-ucraino Vitaly Markiv, in precedenza condannato per l’assassinio in Ucraina del giornalista Andrea Rocchelli e del collega Andrej Mironov. Stranamente non ne hanno fatto uno anche davanti all’Ambasciata o al Consolato Cinese come invece a luglio avevano fatto quelli della Lega e di Fratelli d’Italia; e nemmeno si legge una qualsivoglia, minima dichiarazione in merito all’Anniversario e ai relativi rapporti italo-cinesi. Chissà, forse “dare addosso” alla Cina non dà più soddisfazione come prima.

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