Moti di Reggio Calabria
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Il bilancio, di per sé, non è grave, guardando i numeri. Sei persone morte, circa una cinquantina di feriti, e migliaia di arresti. Ma i numeri, per una volta tanto, stanno a zero. Perché quello che è successo a Reggio Calabria cinquant’anni fa ha fatto Storia. È segnato nei libri di Storia. Rientra nei grandi fatti dell’Italia repubblicana.

La si può definire una rivolta, perché in effetti lo è. Ma è troppo poco. Dietro quegli internabili mesi di battaglie c’era una motivazione ben precisa – il riconoscimento del ruolo di capoluogo di Regione, importante soprattutto in termini di sviluppo economico e riscatto dall’arretratezza e dalla criminalità organizzata – e tutta la rabbia, la consapevolezza e l’amarezza che ci si trovava in una terra bellissima e disgraziata che aveva – e ha – tanta voglia di volare, ma che non era – è – riuscita a spiccare il volo per colpa di troppi abituati a girare la testa dall’altra parte.

Luglio 1970. Nonostante siano nate nel 1948 con l’entrata in vigore della Costituzione (e parliamo delle Regioni), soltanto 22 anni dopo abbiamo la prima elezione dei Consigli regionali. In quella circostanza, il compito amaro del Governo era quello decidere quale città designare come Capoluogo di Regione, dalla Val D’Aosta alla Sicilia. In Calabria, la competizione tra Catanzaro e Reggio Calabria aveva una lunga storia, che affonda le radici ben prima dell’Unità d’Italia. Qui, infatti, il territorio era diviso in due parti e si parlava infatti delle Calabrie, al plurale: la zona più a nord era chiamata Calabria Citeriore e aveva come capoluogo Cosenza, la zona più a sud era chiamata Calabria Ulteriore e comprendeva le province di Crotone, Catanzaro, Vibo Valentia e Reggio Calabria. Negli anni in Calabria Ulteriore si erano alternate tre sedi amministrative: Reggio, Catanzaro e Vibo Valentia (allora Monteleone Calabro).

Nel primo decennio del 1800, poi, Ferdinando I, Re delle due Sicilie, decise di dividere anche la Calabria Ulteriore in due parti, amministrate rispettivamente da Reggio e Catanzaro. E nessuno ha pensato di rompere lo status quo fino al 1970. Quando, in seguito a un incontro informale tra il governo e alcuni rappresentanti della Democrazia Cristiana, si decise che la Regione avrebbe fatto capo a Catanzaro, con la promessa che Reggio Calabria sarebbe diventata la nuova “capitale industriale”, e Cosenza sarebbe prosperata come centro universitario. Questa soluzione non fece sorridere per nulla i reggini, che con un gruppo di militanti dei partiti di centro-destra iniziarono a manifestare, scioperare e organizzare scontri lunghi e duri con la polizia, mentre il sindaco Pietro Battaglia (Dc) aizzava la folla contro la decisione del Governo, invitando i rappresentanti del suo partito a non prendere parte al Consiglio regionale.

L’incipit, però, è il 14 luglio, quando le sedi dei partiti di sinistra sono assaltate e le stazioni di Reggio e di Villa San Giovanni occupate, bloccate e poi sgomberate con la forza dalla polizia, che arresta e ferisce decine di persone. Questa circostanza sottolinea un aspetto importante, che si sarebbe manifestato di lì a poco: il comando del movimento era in mano soprattutto a esponenti di estrema destra e neofascisti, in particolare del Movimento sociale italiano, anche se, ed è utile ricordarlo, i gruppi della sinistra extra-parlamentare non sono stati completamente estranei agli eventi di quei mesi. La sinistra radicale vedeva le rivolte come un’opportunità per portare avanti altre rivendicazioni sociali come la lotta contro lo sfruttamento dei padroni, la disoccupazione e la povertà.

Gli scontri hanno termine soltanto nel febbraio dell’anno successivo con l’intervento dell’esercito e grazie al cosiddetto “Pacchetto Colombo, che, tra le altre cose, ha concesso un’insolita divisione degli organi istituzionali della Regione: il capoluogo e la Giunta regionale sarebbero stati a Catanzaro e il Consiglio regionale a Reggio Calabria.

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