Sono passati ormai cinquant’anni dal terribile terremoto del Belice. La prima scossa venne avvertita alle 13.28 del 14 gennaio 1968. Ne seguirono poi una seconda e quindi una terza, mentre la gente si riversava per le strade in preda al panico. Gran parte scelse di trascorrere la notte successiva in ricoveri di fortuna, all’aperto, e ciò permise di contenere il numero delle vittime, che furono “solo” 300. Infatti proprio durante la notte, alle 2.33 e alle 3.01 del 15 gennaio, vi furono le due scosse più feroci, più sanguinarie.

L’epicentro del terremoto era l’area tra Gibellina, Poggioreale, Salaparuta e Montevago, ma le scosse furono avvertite fino a Palermo. La percezione dei danni non fu immediata. Le vecchie strade ritardarono gli interventi, mentre il terremoto metteva in luce le carenze di un paese ancora poco preparato per l’emergenza così come per la ricostruzione. Non a caso per quarant’anni gli sfollati del Belice sono sopravvissuti nelle baracche di legno, lamiera o addirittura eternit.

Agli occhi dei cronisti e delle squadre di intervento le immagini che si presentarono furono terrificanti: cadaveri estratti dalle macerie e allineati in luoghi improvvisati, feriti in attesa dei soccorsi, strade piene di macerie, monumenti ed opere d’arte perse e distrutte per sempre.

Ad aggravare il bilancio del terremoto era il fatto che le case del Belice fossero di tufo e di impasto con le canne. Per questo si polverizzarono quando le scosse si fecero più forti. Oltre centomila sfollati si ritrovarono così nella precarietà di strutture d’accoglienza improvvisate. In una regione dove l’emigrazione era già endemica, la prima risposta dello Stato fu proprio quella di incoraggiare le partenze. Ai terremotati furono offerti biglietti ferroviari gratis e passaporti rilasciati a vista. L’alternativa era quella di rimanere nelle baracche in condizioni indegne. Leonardo Sciascia, in un resoconto per L’Ora, paragonò le baraccopoli ai “più efferati e abietti campi di concentramento”.

La protesta esplose subito ponendo non solo la questione della pronta ricostruzione, che invece s’arenò in tempistiche infinite, ma soprattutto quella della rinascita. Le popolazioni dei 21 paesi colpiti si mobilitarono con manifestazioni e marce di protesta guidate dagli amministratori, dal sindaco di Santa Ninfa, Vito Bellafiore, dal parroco don Antonio Riboldi, da Danilo Dolci: tutti grandi nomi della “società civile” siciliana oggi dimenticati. Dal marzo 1968 furono approvate più di venti leggi ma, a dispetto di tanta retorica, i finanziamenti arrivarono con il lumicino.

Pare che da cinquant’anni a questa parte siano stati investiti 13mila miliardi di vecchie lire e che servano altri 300 milioni di euro  per finanziare gli ultimi interventi. I progetti dei privati ancora giacenti negli uffici comunali sono tutto sommato pochi: il grosso riguarda opere di urbanizzazione. I ritardi sono in parte dovuti a quella che Danilo Dolci definì la “burocrazia che uccide il futuro” ma soprattutto alla discutibile gestione dei piani di ricostruzione. Interi paesi come Gibellina, Poggioreale e Salaparuta vennero ricostruiti in altri posti. Antiche culture vennero cancellate, il tessuto sociale fu radicalmente mutato, la vita civile di migliaia di persone si ritrovò ad essere sconvolta. Di conseguenza è cambiato anche il paesaggio del Belice: da un lato ci sono le nuove città con le grandi piazze e le lunghe strade, dall’altro i ruderi che restano ancora in piedi negli antichi abitati. A Poggioreale tutto il paese è rimasto al suo posto e il tempo sembra essersi fermato nella città fantasma ormai completamente disabitato.

A Gibellina invece, su impulso di Ludovico Corrao, s’è costruita una “città d’arte” con il Cretto di Burri, una sorta di sudario di calce bianca che ricopre le macerie del vecchio abitato, e un circuito di eventi e testimonianze che ruotano attorno alle Orestiadi. Il simbolo della ricostruzione ritardata è rappresentato dalla progettazione, più attenta alla sperimentazione che alla concretezza, e dallo spreco di risorse per opere imponenti ma inutili. Un esempio è dato dall’Asse del Belice, una grande strada che attraversa la Valle e che si ferma in aperta campagna.

Tuttavia ci sono anche segnali positivi: le attività produttive sono state rilanciate e l’agricoltura è stata modernizzata. Sono stati promossi i beni culturali e aperti nuovi musei come luoghi della memoria civile. Il Belice chiede solo di chiudere con poche risorse la pagina del terremoto. Vuole cancellare le ultime ferite e invoca condizioni di sviluppo per quella che il sindaco Catania definisce una “concorrenza leale” con il sistema Italia.

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