Diciamo la verità, ormai ci abbiamo fatto l’abitudine. Ogni volta che vediamo eroici politici sbarbati contro dittatori baffuti, oppure giovani pasionarie in età scolare o in armeggio “femenista”, flash mobs colorati come le pseudorivoluzioni che caldeggiano, slogan anglo-progressisti e cool come “rise up”, “wake up”, “me too” e le loro derivazioni in altre lingue (in primis l'”En Marche!” macroniano), nonché filmati con montaggio e regia degni di costosi spot pubblicitari, il sospetto che si tratti dell’ennesimo “spin” propagandistico è forte.

Ieri migliaia di ragazzi sono scesi in strada, secondo gli organizzatori, in oltre cento Paesi: ne mancano quindi all’appello circa altrettanti, ma tant’è. Copertura dei media governativi di assoluta ampiezza: prima notizia in tutti i TG nazionali, con buona pace dei gilet gialli, ormai letteralmente cancellati dai notiziari nonostante le proteste continuino. La mobilitazione, almeno in termini di Paesi coinvolti più che numerici in assoluto, è stata effettivamente massiccia: tutte le scuole sono state mobilitate per spostare in strada una massa colorata, giovane e insospettabile a cui non si può dire di no, pena essere tacciati di insensibilità. Tanto massiccia che ci si chiede da dove sia nata tanta voglia di ecologismo di fine settimana.

La narrazione filo-global, come sempre, ci propone “ex abrupto” un’eroina, tale Greta Thunberg, sedicenne figlia di una cantante d’opera e di un attore, che un anno fa avrebbe iniziato a manifestare davanti ad istituzioni varie, salendo improvvisamente alla fama mondiale, come sempre capita con questo tipo di “costruzione movimentista”. Tutto ciò che sappiamo di questa ragazza, è che nell’agosto scorso decise di non andare a scuola fino alle elezioni nel suo Paese, per protesta contro il governo svedese, colpevole a suo dire di non impegnarsi abbastanza per l’ambiente. Già. Pensate come sarebbe rimasta davanti alla Terra dei fuochi casertana, ma non possiamo saperlo, dato che, come vedremo, ha frequentato luoghi ben più confortevoli. Dopo le elezioni svedesi, ha continuato a scioperare solo di venerdì. Lo facevo anch’io da ragazzo, ma mi fecero ripetere l’anno, e non sono diventato famoso.

Ma tant’è: nei consessi globali decidono che il plot è buono, il copione e la protagonista promettono bene, e si inizia con gli episodi-pilota. Viene invitata a un TEDx, gotha del bel pensare mondialista imprenditoriale; vola a Bruxelles, dove le istituzioni UE (con in primis il gran ciambellano Juncker) la accolgono con calore. Lo stesso succede al World Economic Forum di Davos, dove viene accolta da personaggi del calibro di Bono (pluridecennale e plurimilionaria star dei buoni intenti) e di Gary Cohn, ex presidente di Goldman Sachs, oltre a un nutrito parterre di banchieri e investitori. A Londra, invece, inscena una protesta contro il governo inglese: anche all’interno del sistema liberista, evidentemente, gli oppositori degli agit-prop “unitari”, in periodo Brexit, non sono ben visti dalle giovani leve mondialiste.

Intorno a lei la macchina del marketing equosolidale si muove con gran dispendio di mezzi, e dieci giorni prima del “climate strike” mondiale, la ragazza (fino ad allora completamente sconosciuta alla stragrande maggioranza della popolazione mondiale) si becca una bella pagina plurilingue su Wikipedia. Ora, immaginate vostra figlia che occupa una scuola, o qualsiasi altro soggetto ignoto che fa, che so, lo sciopero della fame al Parlamento: nella maggior parte dei casi non vengono giudicati meritevoli di “enciclopedicità”. La giovane Greta, invece, sì. E con tutte le cure del caso.

A tal proposito, esiste un eccellente articolo dal titolo: “The Manufacturing of Greta Thunberg”, in cui tutte queste fasi della “costruzione movimentista” da parte della finanza mondialista vengono analizzate puntigliosamente. L’articolo, riguardo all’identificazione del fine ultimo di questo ennesimo movimento “rivoluzionario” costruito a tavolino, dà un’interpretazione di stampo prettamente speculativo ed economico. Certamente, data la presenza, in tale processo, di soggetti come il fondo di investimento BlackRock e della Rockfeller Foundation, c’è una significativa componente di tale carattere. Tuttavia, credo siano decisamente visibili, e a mio parere maggiormente plausibili, ragioni di ordine geopolitico, e, addizionalmente, di ingegneria sociale.

Passiamo per la geopolitica, e analizziamo queste stesse frasi del discorso tenuto dalla giovane Thuberg a Davos: “Non possiamo tacere sul fatto che la mobilitazione di emergenza può essere coordinata solo da “grande governo” (…) stiamo chiedendo all’America di guidare il mondo in azioni eroiche che salvino il mondo. Le proteste dovrebbero includere elementi di sacrificio dei dimostranti, come il rischio di arresto o sciopero della fame, per generare empatia dal pubblico. Il mantenimento della nonviolenza rigorosa è fondamentale per ottenere un ampio sostegno pubblico ed è non negoziabile”.

Ora, anche ipotizzando che si tratti di una sedicenne molto intelligente, in queste frasi da maturo ghost writer c’è l’impianto principe dell’ideologia e della strategia mondialista, incluse tattiche di manipolazione e di propaganda. La causa ambientalista diventa emergenza per favorire un’azione “unica”, ovvero la formazione di un “sovragoverno” con ampio potere. Che, esaurite le lodevoli istanze ambientaliste della ragazza svedese (che in altri punti del discorso è decisamente più idealista, in un mix -come da tradizione progressista- alquanto contraddittorio), potrà estendere il suo raggio di azione a ben altri ambiti. Insomma, quale migliore sistema, per favorire un “blocco di azione globale” con pieni poteri, della creazione o strumentalizzazione di un’emergenza?

In base a questo possibile scenario, è possibile fare una eterogenea lista di chi verrebbe punzecchiato nei fianchi da tale processo. In primis la Cina, che verrebbe messa in difficoltà in quanto principale forza produttiva e industriale mondiale, pur essendo già sulla via dell’implementazione ecologica. Anche i produttori di combustibili fossili come l’Arabia Saudita, ultimamente sotto attacco da parte del blocco euroatlantico dopo anni di beatitudine alla sua corte, sarebbero ovviamente danneggiati, nel caso in cui, dopo la boutade ecologista, si dovessero rivelare i soliti appetiti petroliferi. In questo caso, si tratterebbe di disprezzare per poi comprare, naturalmente a prezzo di saldo, in stile Iraq o Libia. Sicuramente i “poteri locali”, da Trump alle varie forze sovraniste europee di diverso orientamento, sarebbero danneggiati da una fase che, seppur ecologista in teoria, sarebbe finalizzata (una di tante azioni concentriche) solo all’unificazione mondialista globale.

C’è un’ultima teoria, ed è quella dell’ ingegneria sociale, ad ogni modo già in atto. L’ apparentemente innocua “decrescita felice” può essere implementata solo attraverso la riduzione dei consumi. La riduzione (con annessa polarizzazione) dei consumi, principalmente causa crisi, è esattamente uno degli obiettivi che si sono posti nel tempo i vari tecnocrati alla Monti, il quale sul tema fu estremamente chiaro: la distruzione del mercato interno italiano per lui era un successo. Con la riduzione dei consumi di massa, si toglie forza alla classe media per rafforzare quella alta. E, al fine di ridurre i consumi, l’ecologismo viene strumentalizzato per accelerare il processo. Meno emissioni, meno produzione, meno consumi, meno occupazione. In modo da creare, progressivamente, la “società zero” dove i consumi non sono più di massa, ma di nicchia (un esempio lo possiamo trovare nelle auto: quelle “non ecologiche” della popolazione vengono inibite forzatamente alla circolazione, e quelle elettriche saranno appannaggio solo di una élite ristretta ad alto reddito).

Insomma, ci sono tante ipotesi, nessuna abbracciabile in toto, ma tutte sono possibili, l’una non esclude l’altra, e può essere reale in una percentuale anche minima. Sta di fatto che, dietro il volto giovane di Greta (donna, giovane e disabile come da marketing mondialista), si celino piani già decisi a monte. Chi spende grandi risorse per queste manifestazioni lo fa per grandi profitti, economici o strategici. E ci si ricordi , molto banalmente, che, a parte pochi eroi quasi sempre destinati a cadere in disgrazia, nessuno, nel mondo “locale” o “globale”, fa qualcosa per niente.

Filippo Redarguiti

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