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A meno di due settimane dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, le polemiche, le minacce ed i toni feroci che avevamo visto già in campagna elettorale non accennano minimamente a placarsi: è infatti in corso l’ultima, personale e politica, battaglia di Barack Obama contro Donald Trump e contro il suo avversario di sempre: quel Vladimir Putin che lo ha sconfitto in praticamente tutte le sue battaglie mediorientali ed europee.

Lo scontro, più che una vera contesa per il “bene dell’America e della sua democrazia”, appare in modo vistoso in tutta la sua tronfia e catatonica esasperazione come un colpo di coda di Obama: un leader sconfitto (la sconfitta della Clinton alle elezioni è anche sua), che rimane l’apice di un sistema (l’“establishment”) gravemente umiliato e vicino a cedere il potere, si gioca le sue ultime cartucce (mediatiche e politiche) per ostruire il più possibile l’opera del suo successore e per mettergli i bastoni tra le ruote. Dovesse questo scandalo far breccia realmente tra l’opinione pubblica statunitense (più che essere realmente “dimostrato” è essenziale che venga “creduto”), si riverberebbe inevitabilmente sulla popolarità del tycoon, con l’effetto di screditarlo nel suo stesso partito.

Quest’ultima offensiva, impostata in maniera pretestuosa e finora fallimentare, si erge su dei “casi” che più che delle verità restano supposizioni senza prove vere: hacker russi avrebbero violato account, email e computer privati di uomini legati al Partito Democratico per avvantaggiare Donald Trump, anche se, come riferito dagli stessi rapporti di Intelligence, ciò non avrebbe influito sul risultato (ovvero, i voti sono stati pienamente regolari).

Hackeraggi sono già avvenuti durante la campagna elettorale, contro ad esempio John Podesta, ed hanno permesso la pubblicazione di decine di migliaia di email legate ad Hillary Clinton e alla sua campagna elettorale (in special modo, quegli hackeraggi si concentravano sul suo emailgate, all’epoca argomento di forte costernazione nel panorama statunitense). La responsabilità di quegli attacchi era stata subito affibbiata alla Russia, in quanto “sostenitrice di Donald Trump”, ed oggi le recenti investigazioni dell’Intelligence USA “confermano” tali indiscrezioni, che pure all’epoca furono considerate “assodate” ma non subirono ulteriori indagini; come ha detto Obama stesso, la Clinton era sicura che avrebbe vinto.

Pur non avendo modificato i voti depositati nelle urne (che, negli Stati federali dove sono stati ricontati hanno aggiunto qualche centinaia di voti a Trump!), questi hackeraggi avrebbero influenzato l’opinione pubblica statunitense screditando la candidata democratica, e costituirebbero un grave precedente di interferenza esterna nella politica interna statunitense. Qui è il pericolo, la “minaccia” intravista dall’uscente Presidente Obama, e che lo avrebbe portato a queste sue ultime scelte (inusualmente troppo decisive ed incisive per un Presidente che tra una decina di giorni dovrà andarsene).

La reazione di Barack Obama è stata inizialmente soprattutto di natura verbale, estremamente dura, e fa trasparire la sua intenzione di complicare il più possibile i rapporti con Mosca in vista del suo passaggio di testimone all’“amico di Putin” Donald Trump: “Non ci sono state molte controversie. Ciò che abbiamo semplicemente detto è il fatto che, basandoci su valutazioni uniformi dell’Intelligence, i russi sono i responsabili per l’hackeraggio del DNC [Comitato Democratico Nazionale, ndt] […] I russi non possono cambiarci o indebolirci significativamente. Sono un paese più piccolo. Sono un paese più debole. La loro economia non produce nulla che qualcuno voglia, a parte petrolio, gas ed armi. Non innovano” (Conferenza Stampa del 16 dicembre 2016). Le parole di Obama hanno fatto da eco alle minacce di ritorsioni aperte e coperte nel discorso, tramutatesi in fatti non molto tempo dopo: l’espulsione di 35 diplomatici russi dagli USA, e il ventaglio di nuove ed ulteriori sanzioni (anche coperte).

In tutte queste decisioni, Obama ha trovato un forte sostegno tanto nei democratici quanto in alcuni repubblicani ostili a Trump, come il senatore McCain. Proprio la «questione Russia-Putin» è quella che realmente causa più dissidi e divisioni nel Partito Repubblicano stesso – ed è per questo, probabilmente, che i democratici tentano di acuirla con tanto vigore. Non lascia infatti dubbi una frase pronunciata da Obama nella stessa Conferenza Stampa: “C’è stato un sondaggio, che alcuni di voi hanno visto, nel quale il 37% dei repubblicani approvavano Putin. Oltre un terzo dei votanti repubblicani approva Vladimir Putin, ex capo del KGB. Ronald Reagan si rivolterebbe nella tomba”. Il messaggio di Obama ha un bersaglio ed un significato preciso: insinuare tra i repubblicani l’idea, francamente discutibile, che Trump non sia un “vero repubblicano” (come lo sarebbe stato Reagan) in virtù delle sue posizioni filorusse, e che stia snaturando le vere idee (antirusse) del partito che furono sempre condivise dalla totalità dei repubblicani. In definitiva, è sempre quel tentativo in fieri di dipingere Trump come un traditore sia degli Stati Uniti che del suo Partito, di snazionalizzarlo dipingendolo come un esterofilo ammiratore dello “storico nemico russo”, facendo leva sulla naturale russofobia di un’ampia fetta di americani, allo scopo di complicare la posizione del futuro Presidente di fronte a vari attori sociali.

Prima di addentrarci nella risposta russa e in quella di Donald Trump, è bene analizzare accuratamente la vicenda dell’hackeraggio e i rapporti dell’Intelligence; si arriverà a notare che in essi vige tutto fuorché qualsiasi forma di certezza e sicurezza. Innanzitutto, la valutazione di Obama si basa su dei rapporti valutativi forniti dal capo dell’FBI James Comey, da James Clapper, capo dell’Intelligence Nazionale, e condivisi con il capo della CIA John Brennan (si tratta in tutto di 17 diverse agenzie di Intelligence a fornire lo stesso rapporto; ben una agenzia in più delle 16 che fornirono tutte la stessa “valutazione”, nel 2003, sulla produzione di armi di distruzione di massa in Iraq!).

I rapporti (sia quelli valutativi, sia quelli che dovrebbero contenere le prove degli hackeraggi russi: ovvero impronte digitali da server russi, intercettazioni di qualsiasi tipo, ecc.) non sono stati concepiti per essere resi pubblici, come lo stesso Obama ha dichiarato durante la Conferenza Stampa ad un giornalista che gli ha chiesto se fosse possibile declassificarli: “Sarò onesto con te, quando si parla di cybersicurezza, molto è classificato. E non abbiamo intenzione di rivelarlo […] Perciò, questa è una di quelle situazioni nelle quali, a meno che il popolo americano non creda genuinamente che i nostri professionisti nella CIA, nell’FBI, nell’intera nostra struttura di Intelligence, siano meno affidabili che i russi, allora il popolo dovrebbe prestare attenzione a cosa le nostre agenzie di Intelligence hanno da dire”. Seguendo le dichiarazioni esatte di Obama, e ciò che è stato reso noto fino ad ora, la “certezza” di questi hackeraggi si fa decisamente meno sicura: se il “garante” unico che Obama pone per essere creduto dai cittadini è solamente un “noi americani contro i nemici russi”, ciò, più che dar maggior credibilità all’affare, rafforza chi, come Donald Trump, è convinto sia null’altro che una manovra politica in funzione antirussa e anti-Trump, costruita su supposizioni e deduzioni.

Una parte dei rapporti di Intelligence, nonostante la segretezza che doveva circondarli, è stata resa pubblica da NBC (anche se sono una parte più “valutativa”, che non contiene alcun tipo di prova), il che ha suscitato una concitata reazione del Presidente Eletto Trump: “Come è stato possibile che NBC abbia goduto di ‘visione esclusiva dei rapporti top secret che lui (Obama) ha presentato’? Chi ha dato loro questi rapporti e perché? La Politica!”. Questi rapporti pubblicati da NBC, più che fare chiarezza, forniscono una certa “interpretazione” dei metodi e degli obiettivi russi: il Presidente Putin in persona ha ordinato una campagna per influenzare le elezioni presidenziali USA, i cui motivi erano “minare la fede pubblica nel processo democratico USA, denigrare il Segretario Clinton, danneggiare la sua eleggibilità e una sua potenziale presidenza”, dando allo stesso tempo una “chiara preferenza per Donald Trump. Accuse che all’incirca erano note anche settimane prima. Più che un documento rivelatore e fondamentale per il caso si tratta di rapporto piuttosto ridondante, che non fornisce reali chiarimenti sui metodi di attacco degli hacker supposti russi.

Se Obama, ormai prossimo ad allontanarsi dalla Casa Bianca, ha scelto una reazione muscolare verso Mosca, dall’altra parte del mondo, Putin ha scelto di non dare appigli al suo rivale ormai vicino alla deadline del mandato né aizzare altre manovre statunitensi: ovvero, di non commutare sanzioni, né espulsioni, ma di reagire verbalmente, condannando la politica scellerata di Obama (“Ci riserviamo il diritto di varare misure di risposta, ma non scenderemo al livello di una “diplomazia da cucina”, irresponsabile, e compiremo ulteriori passi per il ripristino dei rapporti russo-americani partendo dalla politica che sarà condotta dalla amministrazione del Presidente Eletto Donald Trump).

Ad esporre le prime posizioni ufficiali russe era stato il portavoce di Putin Dmitry Peskov, quando ancora Obama non aveva espulso i diplomatici russi: “Qui bisogna smetterne di parlarne e mostrare finalmente qualche prova, altrimenti tutto ciò ha un aspetto abbastanza indecente”. Il Cremlino ha dimostrato di non volere rilanciare la polemica, limitandosi a pretendere prove a suo carico – prove che Obama non ha alcuna intenzione di fornire. E se Mosca da una parte agisce con questa tattica, dall’altra continua a rifiutare la logica “da guerra fredda”: sanzioni e contro-sanzioni, rialzo della posta per accrescere ulteriormente la distanza ed il divario tra i due paesi. Putin sa che presto si troverà a dover trattare con Donald Trump, uomo di tutt’altra impostazione, e che strategie di brinkmanship o giochi a rialzo non solo sortiranno effetti negativi sul futuro, favoriranno Obama e quella parte dell’establishment che ha perso, ma complicheranno anche Trump stesso, che dovrà rendere conto al popolo americano del suo “amico russo” che ha scelto di sanzionare gli Stati Uniti – un impaccio mediatico ancor più grave, possibilmente.

Le reazioni politiche del tycoon, in assoluta coerenza con il profilo del suo personaggio e con la sue intenzioni diplomatiche, hanno battuto in modo costante su due fattori: il fatto che l’“hackeraggio russo” sia un caso mediatico pieno di lacune, e che l’unico interesse che hanno gli Stati Uniti è di migliorare qualitativamente i rapporti con Mosca.

Per quanto riguarda il primo fattore, la fallacia di questo caso risultata evidente anche a gran parte dell’opinione pubblica, e basterebbe citare solo una parte delle molte lacune, incongruenze e mancanze per gettare completo discreto a questa faccenda. Donald Trump ha sfruttato ampiamente il mondo dei social per dire, col suo modo estremamente laconico e conciso, la sua opinione. “Julian Assange ha detto che “pure un ragazzo di 14 anni avrebbe potuto hackerare Podesta” – come mai il DNC è stato così disattento?” (4 gennaio 2017) e “Chiederò ai presidenti delle Commissioni di Camera e Senato di investigare sui rapporti di Intelligence top secret condivisi con NBC, prima di incontrarli” (6 gennaio 2017); oppure: “L’unico motivo per cui si discute dell’hackeraggio al debolmente difeso DNC è perché la sconfitta dei democratici è stata così grande che sono totalmente in imbarazzo!” (7 gennaio 2017). Pur non addentrandosi nelle specificità digitali del caso, Trump ha puntato a ridicolizzare il comportamento la reazione di Obama e della sua fazione politica, riducendo sardonicamente (ma non troppo lontano dalla realtà) l’“affare dell’hackeraggio” ad una copertura per la propria sconfitta e per la propria umiliazione.

Sull’altro binario, il tycoon ha proceduto in modo ancor più spedito: se qualcuno poteva dubitare che, anche dopo aver vinto, avrebbe mantenuto saldamente la sua politica benevolente verso Mosca, Trump si è occupato di smentirlo. Dal ringraziamento a Putin per aver deciso di non reagire alle sanzioni di Obama (“Grande mossa da parte di Putin! Ho sempre saputo che fosse molto intelligente!“, 30 dicembre 2016), alla seguente promessa del Presidente russo di portare le relazioni bilaterali “ad un livello qualitativamente nuovo” nella “cooperazione e sull’arena internazionale”.

Il caso dell’hackeraggio ha probabilmente creato tra i due leader un clima ancor più di serenità, di rispetto reciproco e di fiducia di quanto già non fosse – grazie anche alla decisa idiosincrasia che entrambi nutrono verso Obama. L’ultimo monito, scritto da Trump sui social il 7 gennaio e che suona come il suo manifesto di radicale “alterità” da Barack Obama, sigilla e ben rappresenta il clima che dominerà, dal 20 gennaio in poi, i rapporti Washington-Mosca: “Avere buone relazioni con la Russia è una cosa positiva, non negativa. Solo gli stupidi o gli idioti potrebbero pensare che sia negativo! Abbiamo già abbastanza problemi in giro per il mondo e non abbiamo bisogno di averne un altro. Quando sarò Presidente, la Russia ci rispetterà ancor più di quanto faccia ora e i nostri paesi, magari, lavoreranno insieme per risolvere alcuni dei grandi e pressanti problemi del mondo”.

Leonardo Olivetti

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