Non vi é nessunissimo dubbio che il più grande successo di politica estera degli Stati Uniti d’America negli ultimi settanta anni sia stata la maniera, apparentemente spregiudicata e contro-intuitiva, con cui Henry Kissinger riuscì a pilotare l’allontanamento dall’URSS della Repubblica Popolare Cinese (alimentato da almeno un decennio di dissidio politico-ideologico) portando la dirigenza di Pechino su posizioni che andavano dalla non-ostilità alla più o meno aperta bonomia nei confronti di Washington. Solo e soltanto per questo risultato Kissinger (sul quale umanamente ed eticamente peserà per sempre l’ignominia e la condanna per aver pianificato e messo in atto il sostegno a dozzine di regimi dittatoriali e repressivi, specie in America Latina) andrebbe comunque considerato un diplomatico di livello storico.
Storico perché, perlomeno per il lasso di un quindicennio, riuscì a riavvicinare gli Usa a uno dei loro più agognati obiettivi geopolitici, che se fosse stato perseguito con più pervicacia e assicurato più stabilmente avrebbe probabilmente garantito alla Casa Bianca quello status di ‘Iperpotenza Planetaria’ inassalibile e imbattibile che essa ha malamente inseguito senza successo dal 1991 in poi, arrivando a sperperare (forse definitivamente) le proprie chance di ottenerlo nella prima decade del terzo millennio.
Per gli Stati Uniti infatti una relazione amichevole con Pechino, la permeabilità dell’immenso mercato cinese a beni, ai capitali (e ad idee ed influenze) a stelle e strisce costituiva già il “rimedio sovrano” ai mali economici evidenziati nella seconda metà del XIX secolo, tra il ‘Panico del ’57’ e la profonda crisi di sovrapproduzione del 1873 che diede origine alla prima ‘Depressione’ (quella che durò fino agli anni ’90 del secolo) e che, guarda caso, sfumò proprio nella guerra dichiarata dagli Usa (spinti dal megafono cartaceo di W.R. Hearst, fedele messaggero dei desiderata dei “robber baron”) al povero e scalcagnato ‘impero’ di Spagna, che portò alla conquista di Cuba e, soprattutto, dell’arcipelago delle Filippine, agognatissimo trampolino da cui l’America poteva gettarsi a capofitto nella ricca piscina del ‘China Trade’ (per la maggior parte basato sullo spaccio d’oppio).
Con l’ingresso americano sulla scena del ‘China Trade’ arrivarono tanto di legazione presso il Celeste Impero e conseguente diplomazia delle cannoniere per proteggere i vitali e sacri egoismi di Washington dalle ire di qualche turbolento ‘muso giallo’ che magari non ci teneva a farsi civilizzare da missionari battisti e mercanti scesi dai clipper dell’agenzia Delano-Roosevelt, fondata dal mercante d’oppio Warren, nonno del futuro presidente FDR.
L’Oppio dei mercanti inglesi Sassoon, degli americani Delano-Roosevelt e dei loro soci sembrava destinato a far sprofondare sempre di più nel torpore il Paese di Mezzo che, una volta consumatosi il declino dell’Inghilterra come potenza mondiale, sarebbe rimasto unica preda e pertinenza di appetiti e mire statunitensi: una Cina completamente asservita agli Americani, con la sua millenaria cultura erosa e svuotata dalle mode e dai ‘fad’ di oltre Pacifico avrebbe scavato una voragine fin nel cuore dell’Eurasia e avrebbe consentito all’imperialismo Usa una presa così intensa e salda sul ‘Cuore del Mondo’ che forse nessuna forza sarebbe mai riuscita a svellerla (certamente non senza correre il rischio, altamente probabile, di arrivare nel tentativo al punto di distruggere il Mondo stesso).
Eppure, gli eventi della Seconda Guerra Mondiale e della Guerra Civile Cinese cospirarono per far scivolare la Cina continentale via dalla presa di Washington, dotandola di un Governo monocratico, diffidente verso i ‘diavoli stranieri’ e massimamente verso gli Americani, giustamente considerati (insieme con gl’Inglesi) come massimamente responsabili delle umiliazioni, delle depredazioni e delle ingiustizie patite dalla Cina nel corso dei cento e qualcosa anni precedenti il 1949.
Come l’unica potenza europea (cioé l’URSS) che fosse rimasta in buoni rapporti con Beijing sia riuscita nel corso di un decennio a sperperare il patrimonio di fiducia che vantava verso il grande vicino orientale é una questione complessa in cui le responsabilità dirette di Nikita Kruschev in rapporto al risultato finale (seppure molto grandi) non ne sono tuttavia l’unica causa (anche se sicuramente restano di gran lunga la maggiore), ma il fatto che proprio gli Usa siano riusciti ad approfittarne tornando in rapporti accettabili con la Cina Popolare per poco più di tre lustri é comunque un fatto notevolissimo che giustamente deve ascriversi in buona parte alla sottigliezza e all’abilità del diplomatico nato a Fuerth.
Dal 1989 ad oggi, invece, abbiamo assistito alla maniera irresponsabile e spregiudicata (benché benedetta, per noi che aneliamo un Mondo il più possibile distante da quello desiderato dai policymaker washingtoniani) con cui i diversi responsabili della politica estera americana hanno via via alienato e scialacquato ogni loro simpatia, benevolenza, credito e fiducia presso le controparti cinesi; il fatto che tale serie di disastri sia stata ripartita su sette mandati presidenziali e quattro POTUS diversi non diminuisce per nulla la gravità del danno fatto agli interessi geostrategici americani ma anzi, semmai aggrava il tutto dimostrando come né GOPpers né democratici più o meno ‘liberal’ (o più o meno ‘abbronzati’) abbiano mai avuto chiaro che nella loro rincorsa all’assoluto predominio sul globo una Cina non si dice amica, ma perlomeno non ostile non era un ‘accessorio’, ma una essenziale chiave di volta.
Conseguenza principale di tutti gli errori compiuti dalla politica estera americana nei confronti di Beijing é stata (con nostra grande gioia e soddisfazione) il progressivo ma via via sempre più spedito e profondo riavvicinamento verso la Russia, ormai riemersa dal maelstrom gorbachevian-eltsiniano sotto una leadership che, accantonati i paludamenti ideologici dell’URSS, ne porta tuttavia avanti con convinzione i punti nodali della politica estera (che per grande maggioranza coincidono esattamente con le esigenze geopolitche ‘eterne’ della civiltà russa, a prescindere da quale abito politico-istituzionale essa si trovi ad assumere).
E’ per questo motivo che ogniqualvolta si legga o si senta che Mosca e Beijing sono arrivate a un nuovo accordo, alla firma di un nuovo protocollo d’intesa, alla sigla di un qualunque contratto o documento ufficiale, che riguardi un’esercitazione militare congiunta o anche solo una tournée cinese del balletto del Bolshoi tutti coloro che credono nell’Eurasia come polo geopolitico del futuro devono rallegrarsi e celebrare (pur modestamente) la cosa.
E’ recentissima la notizia che tra l’8 e il 10 maggio prossimi, durante il soggiorno moscovita del Presidente Xi Jinping (che presenzierà -primo leader cinese di sempre- alla parata per la commemorazione della vittoria del 1945), motivi per simili celebrazioni ne arriveranno a ripetizione, visto che verranno siglati documenti d’intesa tra le due potenze eurasiatiche riguardo l’energia, l’aviazione, il governo delle finanze e gli investimenti nei reciproci mercati.
I dettagli su come e cosa verrà toccato dagli accordi sono ancora tenuti dietro una strettissima cortina di riserbo e verranno rilasciati solo al momento della loro effettiva ratifica, ma non é azzardato ritenere (come fa chi scrive) che sia probabile un certo grado di coinvolgimento della Russia (quanto profondo, sarà da vedere) nel cosiddetto ‘Corridoio di Trasporto della Via della Seta’, uno dei grandi progetti cinesi per il Ventunesimo Secolo.
Più di un osservatore ha notato che, per accettare un partner di tale dimensioni e importanza nel suo progetto di ‘Via della Seta’, Beijing ovviamente chiederà a Mosca una contropartita di equo valore e che, verosimilmente, la Russia di Putin porterebbe in dote per la stipula di un tale accordo un ancora più vasto, profondo e comprensivo ‘deal’ per la fornitura alla Cina di gas e petrolio attraverso la Via di Occidente, considerata molto vantaggiosa per la Repubblica Popolare, soprattutto per la sua sicurezza.
A parziale conferma di questa ipotesi bisogna registrare la recente dichiarazione del Viceministro degli Esteri cinese Chen Gopin, che ha detto che la cooperazione energetica costituirà uno dei punti di maggiore interesse nell’incontro che Vladimir Putin e Xi Jinping avranno a Mosca e che non é escluso che il trasporto e la consegna di gas naturale dalla Russia alla Cina per la Via Occidentale possa venire menzionato tra le altre cose.
Il pompaggio di metano siberiano verso la Cina, del resto, era già stato menzionato come possibile durante la visita del dirigente di Gazprom Aleksei Miller in Cina a metà febbraio scorso. Se venisse costruito un gasdotto lungo quella direttrice, la Russia sarebbe in grado per quella via di provvedere almeno 30 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno alla Repubblica Popolare.
Paolo Marcenaro

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