Che in Italia la Lega sia il partito più vicino, anche solo per toni e simpatia, all’area repubblicana conservatrice, protezionista e in odor d’isolazionismo che ha trovato in Donald Trump il suo “deus ex machina”, non ci sono di sicuro molti dubbi. Che di quest’area Steve Bannon ne rappresenti lo stratega e l’ideologo pure, anche se la sua supremazia in tal campo è stata non di rado smussata o contrastata.

Anche questo legame è uscito nuovamente alla ribalta, nel momento in cui nel nostro paese è scoppiata la crisi di governo, con la rottura del già di per sé non sempre idilliaco matrimonio fra Lega e Movimento 5 Stelle. Certo, per completezza bisognerebbe pur dire come Steve Bannon, in una sua recente visita in Italia, abbia preferito farsi vedere e fotografare con Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, partito che ha raccolto una parte degli “orfani” di Alleanza Nazionale dopo la loro uscita dall’allora PDL, e che rispetto alla Lega si colloca leggermente più a destra, pur gravitando sempre all’interno della medesima coalizione di centrodestra.

A Steve Bannon s’attribuisce, a torto o a ragione, la teorizzazione del pensiero “sovranista” o “populista” che dir si voglia, anche se in realtà sono in tanti, anche solo in Europa, a reclamarne la paternità o la maternità: si pensi, una fra tutte, alla francese Marine Le Pen, o all’inglese Nigel Farage. E’ però anche vero come tutti questi vari “epigoni” si trovino sostanzialmente in buona simpatia fra di loro, decisi a muoversi, almeno apparentemente, con una certa simultaneità ed identità di vedute.

Non a caso il quotidiano di punta in Italia, “Il Corriere della Sera”, ha cominciato ad occuparsene, con un articolo intervista dedicato proprio a Steve Bannon, dove si spiega come il “pensatore” americano, dopo aver inizialmente auspicato e benedetto il matrimonio fra Lega e M5S, abbia successivamente cambiato idea, augurandosi al contrario la separazione. In questo lungo pezzo, Bannon spiega e difende le scelte politiche dell’Amministrazione Trump, cominciando dal famoso muro col Messico, e quindi passa rapidamente a parlare di Matteo Salvini e della sua Lega. Viene riportato anche la dichiarazione entusiastica che una giornalista di un portale ultracristiano, Mary Moore, fa per Salvini. La cronista del “Corsera”, Viviana Mazza, per l’occasione è andata infatti proprio ad un festival organizzato da “We Build The Wall”, ai confini fra Messico e New Mexico, dove si sta costruendo proprio il famoso muro e dove ha l’occasione per incontrare numerose personalità, alcune anche di certo molto colorite, che fanno parte della “destra trumpiana”.

Ben presto Bannon focalizza la sua analisi sulla Cina: “Penso che Di Maio abbia esibito un’incredibile ingenuità andando a Pechino, ha dimostrato che non è ancora pronto per la ribalta. Che ingenuo. Ho visto gli articoli che arrivavano dalla Cina, è tornato con gli occhi spalancati, e loro sono abili nell’insistere su aspetti come questo”. Dando per implicito che Salvini non avrebbe seguito nei confronti della Cina la stessa linea di Di Maio, stronca dunque quest’ultimo vedendo in ciò una motivazione più che valida per la rottura dell’alleanza di governo. Non a caso l’articolo prosegue con questo significativo passaggio:

Alla Cina Bannon dedica il 70-75% del suo tempo, “anche quando vengo in Europa”. Per Trump, la Repubblica Popolare è il nemico numero uno, e questo rispecchia la dottrina di Bannon, che la definisce un pericolo più grande dell’Unione Sovietica della Guerra Fredda, quando lui era un giovane ufficiale a bordo di un cacciatorpediniere. “I russi non sono certo dei bravi ragazzi, è una cleptocrazia gestita dal KGB, ma non significa che non possa essere un alleato naturale per l’Occidente giudeo-cristiano”. Disegna su un pezzo di carta un triangolo e ai tre vertici scrive: Cina, Iran e Turchia. Spiega che sono i rivali dell’Occidente nella sfida geopolitica per il controllo del continente eurasiatico. Perciò ha contribuito a creare il cosiddetto “Comitato sulla Minaccia Presente”, organismo che – scrive il New York Times – riunisce “un improbabile gruppo di falchi, populisti, freedom fighters musulmani e seguaci di Falun Gong convinti che la minaccia esistenziale per gli Stati Uniti non cesserà finché il Partito comunista cinese non sarà rovesciato”.

Questo breve ma significativo paragrafo spiega tante cose della strategia di Bannon e quindi anche di Trump: spingere, innanzitutto, per staccare la Russia dal suo partenariato globale e strategico con la Cina, in modo da consentire agli Stati Uniti d’inserirsi in quella frattura fino a condurre Mosca sotto la loro tutela da una parte ed isolare Pechino dall’altra. Ciò è funzionale anche e soprattutto per bloccare il progetto della Nuova Via della Seta, che gli Stati Uniti vivono in questo momento come un pericolo strategico, praticamente letale. Persino la Turchia, in questo senso, da ex alleato di ferro s’è trasformata in nemico da “neutralizzare”. In tutta questa guerra alla Cina, qualsiasi contributo è benvenuto, a cominciare anche dalla setta Falun Gong, che con Trump e Bannon condivide una profonda e radicale avversione verso la Cina guidata dal Partito Comunista Cinese, e che all’attuale inquilino della Casa Bianca ha infatti messo a disposizione tutto il suo armamentario propagandistico e mediatico, fino a diventare, con The Epoch Times e New Tang Dinasty, il secondo contributore economico e pubblicitario di Trump dopo il suo stesso comitato elettorale.

Bannon conclude la sua dissertazione sulla Cina, prima di passare ad altro, con questo chiaro avvertimento all’Italia e alla sua autonomia di scelta, che evidentemente non può e non deve mai contrapporsi ai voleri di Washington: “Quello tra l’Occidente giudeo-cristiano e la Cina», sottolinea, «non è uno scontro di civiltà con il popolo cinese. È la battaglia contro un partito radicale che non si fermerà davanti a nulla per il dominio del mondo. Voi cittadini italiani e i vostri leader dovreste considerare con attenzione ciò che sta accadendo con gli investimenti di Huawei e della Via della Seta. Queste decisioni influenzeranno crescita, stile di vita e libertà degli italiani per decenni a venire”.

Viene da pensare che, per gli Stati Uniti della nuova destra repubblicana, il “sovranismo” sia un concetto ben diverso da come viene immaginato vagamente in Europa: una nuova forma politica, ideologica e culturale, più aggressiva ma anche più accattivante rispetto alle precedenti, per poter continuare mascherare quello che c’è sempre stato: il “diritto”, come lo concepiscono a Washington, di poter decidere per tutti gli altri, che non sono (e men che meno potranno pensare di esserlo adesso) alleati o partner alla pari, ed ancor meno sovrani, ma piuttosto “sudditi” o “vassalli”. In tutto questo clima da Crociata, a trarne profitto, neanche troppo nell’ombra, sono e rimangono come sempre le solite “entità oscure”, come per esempio la setta del Falun Gong.

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