In questi giorni in cui l’Italia è alla prese con una grande emergenza, quella del Coronavirus, forse è opportuno guardare ad una storia in grado di darci maggiore speranza. Ci affidiamo così alle parole di Giorgio Giannelli, la cui biografia parla chiaro: “Nel 1961 è stato il primo giornalista in Italia a denunciare il totale fallimento della vaccinazione antipoliomielitica che colpiva oltre dodicimila bambini, con 1.626 casi mortali a partire dal 1958, cioè 542 all’anno. Con la DC che proteggeva gli imprenditori fabbricanti dell’inutile vaccino Salk. Nel 1963, nominato dai ministri socialisti della sanità Giacomo Mancini e Luigi Mariotti a capo dell’ufficio stampa dello stesso ministero, prese in mano la campagna contro la paralisi infantile. Si introdusse così il vaccino Sabin, già da tempo in vigore negli USA, nell’URSS (oggi Russia) e in Cecoslovacchia. In riconoscimento dei suoi meriti, gli venne attribuita la medaglia d’oro dalla Lega italiana contro la poliomielite. Pochi mesi dopo [per l’esattezza, tre mesi, NdR] la terribile malattia è scomparsa dall’Italia”.

Eravamo nel 1961. Venne a Roma uno dei miei cugini che erano emigrati a Milano. Tra questi, il Prof. Fabio Giannelli, specializzato in malattie infettive, primario ospedaliero. Mia moglie ed io lo invitammo a cena da Galeassi, una trattoria di Trastevere. Ci portarono i soliti spaghetti alla amatriciana, quando gli chiesi cos’era venuto a fare a Roma. Era venuto a tenere una relazione all’Accademia Lancisiana sull’andamento della poliomielite in Italia. Dodicimila bambini colpiti dalla polio, di cui 1.626 casi mortali. Nel 1961 i casi erano già saliti a 3.137, oltre 300 in più dell’anno precedente. Eravamo un paese record, mentre in Olanda, Polonia, Svezia, Ungheria, Cecoslovacchia, Stati Uniti e URSS la stessa malattia era stata debellata.

La notizia in Italia era stata tenuta segreta. La stessa Accedemia Lancisiana aveva indetto il seminario in esclusiva per scienziati e medici specializzati. Il paese non sapeva, né avrebbe mai saputo nulla. Mi alzai da tavola, salutai mio cugino e mia moglie, e corsi alla redazione dell’Avanti!, il giornale dove allora lavoravo in qualità di cronista parlamentare. La cosa era colossale. Il governo, con ministro della Sanità il democristiano Giardina, sapeva. Ma sapeva anche che i magazzini delle case farmaceutiche erano ricolmi del vaccino Salk, fatto per iniezione, che stava dando risultati disastrosi. Il tal modo il terzo governo monocolore Fanfani sapeva e taceva facendo gli sporchi interessi delle imprese farmaceutiche.

All’Avanti! stavano chiudendo la prima edizione. Entrai come una furia nella stanza del caporedattore e gridai quello che mi ero scritto su un tovagliolino di carta del ristorante. Ebbi la fortuna di trovare l’uomo giusto al posto giusto. Capì al volo, scendemmo in tipografia, fermammo la rotativa e dettammo direttamente alla linotype l’articolo sul fallimento della vaccinazione anti-polio in Italia. Titolo in prima pagina su nove colonne. Una bomba. Il giorno dopo scoppiò la bufera.

La bomba deflagrò. Era il mattino del 17 maggio 1961. L’Avanti! uscì nelle edicole annunciando che uno scienziato polacco-americano, Albert Sabin, aveva debellato la polio in USA, URSS, alcuni paesi dell’Est e dell’Ovest Europa, mentre in Italia migliaia di bambini venivano uccisi e colpiti da quel morbo per l’uso di un vaccino insufficiente. E tutto perché il governo democristiano di Fanfani voleva svuotare i magazzini ricolmi del prodotto sbagliato. Dietro tutto questo il grande interesse dell’industria farmaceutica. La bomba esplose su di me. Alla Camera i colleghi mi offesero con i peggiori insulti: venduto, disfattista, menzognero. Vittorio Orefice della TV, quello con il farfallino sotto il colletto della camicia, mi disse che ero uno che speculava sulla malattia dei bambini per fare propaganda politica.

L’Avanti! e il partito tennero duro. Conoscevano la verità e soprattutto conoscevano me. Al Tg1 delle 20.00, allora c’era solo quello e in bianco e nero, me ne dissero di tutti i colori: che ero come i monatti che attaccavano durante la peste di Milano, quella del Seicento, l’infezione di casa in casa. Non mi feci intimidire. Telefonai al cugino Fabio che già aveva contattato i suoi colleghi medici e scienziati. Venne la solidarietà del professore Leone Beltramini, assessore comunale socialista del comune di Milano, che dette l’ordine di cominciare la vaccinazione Sabin. Fabio mi inviò per telescrivente la documentazione pubblicata dall’Associazione Medica Americana che rivelava come lo stesso Dott. Jonas Salk avesse riconosciuto che il suo vaccino copriva il rischio di malattia solo al 75%.

Furono giorni al fulmicotone. Ero al centro del ciclone. il vecchio senatore socialista Giuseppe Alberti, medico e scienziato, presentò un’interrogazione al ministro della Sanità Giardina, che dovette ammettere che il vecchio vaccino Salk era ormai superato da quello di Sabin. Sarebbe dovuta scoppiare una rivoluzione popolare. E invece non successe nulla. Passarono sette mesi del 1961, tutto il 1962 e sei mesi del 1963. Tutto rimase come sempre. Immobile. Solo che gli altri giornali, quelli che mi avevano subito aggredito, cambiarono atteggiamento. Il Corriere della Sera, per primo, condivise la mia denuncia. Tutto rimase come prima, ma non finì qui.

La vaccinazione antipolio sbagliata continuò per più di due anni, e altri anni sarebbero passati, se il 4 dicembre 1963 – quindi tre anni dopo il mio articolo sul fallimento della vaccinazione – non fosse stato costituito il primo governo Moro-Nenni a partecipazione socialista. La prima pagina dell’Avanti!, titolò su tutte le nove colonne “Da oggi siamo più liberi”, mentre il PCI propiziava la scissione del PSIUP (Vecchietti, Basso e Foa) per indebolire il PSI di fronte al tentativo trasformista della DC. Il caso volle che ad uno dei socialisti più duri e intransigenti, Giacomo Mancini, venisse affidato il ministero della sanità. Subito al giuramento al Quirinale, mi chiamò in disparte e mi ricordò che ero stato l’autore del colpo giornalistico – primo ed unico in Italia – sul fallimento della vaccinazione antipolio. “Domattina ti aspetto al ministero. Mi sarai utile”, concluse.

Mi recai all’appuntamento mentre Mancini convocava tutti i medici provinciali d’Italia nella sede del Consiglio superiore della sanità. Quel giorno, a salone colmo di tutti i massimi dirigenti della salute pubblica, disse chiaro e tondo che “da domattina si comincia con la vaccinazione Sabin”. Grande sorpresa, qualcuno obiettò e pose difficoltà. “Ma qual è il problema?” domandò il ministro. “La conservazione, non abbiamo i congelatori”, fu la risposta. “Comprate dieci, cento frigoriferi da famiglia, e non rompete più i c…”. Fine. Una settimana dopo cominciò la vaccinazione con il Sabin, due gocce sullo zuccherino. Tre mesi e la poliomelite era stata sconfitta in tutta Italia. All’inaugurazione ufficiale presso l’Opera nazionale maternità e infanzia, venne il presidente della Repubblica Antonio Segni. Mi volle conoscere e mi strinse la mano. Due anni dopo, quando già la polio era scomparsa dall’Italia, ebbi la Medaglia d’Oro. Ecco cosa significa essere veri rivoluzionari.

Giorgio Giannelli

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