Nell’ultima settimana il dibattito mediatico è stato tutto concentrato, com’era ovvio, sul voto britannico e sul conseguente Brexit. Ormai l’argomento “Brexit” viene preso a pretesto per giustificare tutto quello che va male. La turbolenza finanzia di questa settimana è stata completamente attribuita al referendum di giovedì scorso, spesso esagerando e cercando di incutere timore nell’opinione pubblica, raccontando la storia del “crollo” della sterlina al minimo da trent’anni (una totale falsità) e di altri disastri economici. Ma come abbiamo più volte detto, il Brexit si è andato ad aggiungere ad altri problemi seri che affliggono questa Unione Europea ed in particolare l’Eurozona. Il problema che più preoccupa nell’immediato è quello che riguarda il settore bancario.

Senza perderci in chiacchiere, diciamo subito le cose come stanno: l’Italia sta rischiando di cadere in una crisi sistemica del settore bancario. I motivi li abbiamo spiegati tante volte: abbiamo parlato di una normativa europea entrata in vigore il 1 gennaio 2016 che vieta l’intervento pubblico per i salvataggi degli istituti bancari e ne scarica tutto il peso sui risparmiatori (bail-in); abbiamo parlato di un’Unione Bancaria nata zoppa, perché non ha una garanzia europea per i depositi (rifiutata dalla Germania che non vuole “pagare per gli altri”), il che implica che ogni sistema bancario nazionale deve badare a sé stesso; abbiamo detto che altre nazioni hanno sistemato le banche prima che venissero approvate le nuove regole a suon di miliardi pubblici; abbiamo parlato dei Fondi Salva Stati, i quali, passando per la Grecia e per altre nazioni, sono andate indirettamente a salvare le banche tedesche e francesi che avevano prestato soldi con eccessiva leggerezza.

Ci avevano detto che con l’Euro i nostri risparmi sarebbero stati al sicuro: ce lo aveva confermato l’ex Premier Enrico Letta con un tweet subito dopo l’approvazione in sede europea dell’Unione Bancaria; lo aveva ribadito l’attuale Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan,  approfittando della “giornata del risparmio”. Poi, un bel giorno di novembre, il governo emana quel maledetto decreto che, anticipando il bail-in, “salva” quattro istituti di credito con i soldi degli azionisti e degli obbligazionisti di quelle banche. Risparmiatori, questi, trattati come “speculatori”  (ricordiamolo, la maggioranza di questi sono pensionati!) e alla fine umiliati con un “decreto banche”, approvato in via definitiva proprio ieri, che prevede rimborsi da elemosina solo per alcuni di loro, mentre gli altri dovranno tentare la via degli arbitrati. Come se non bastasse, nello stesso decreto è stato fatta passare una norma, detta “patto marciano” , con cui i beni reali vengono messi a garanzia di prestiti e finanziamenti, cosicché se il debitore non adempisse ai suoi obblighi entro 9 mesi (12 se aveva rimborsato già l’85% del dovuto), il creditore potrebbe rivalersi sui beni messi a garanzia e senza passare da alcun tribunale.

Successivamente è anche arrivato Atlante, il fondo privato presentato come l’ancora di salvezza del sistema bancario italiano, il quale doveva sorreggere il peso dei crediti deteriorati e provvedere alla ricapitalizzazione delle banche in difficoltà, ma del quale si ignorava un piccolo dettaglio: aveva solamente 5 miliardi circa in dotazione, soldi che sono andati quasi tutti a ricapitalizzare i due istituti veneti, Veneto Banca e Popolare di Vicenza. Anche nel caso di queste due banche, gli azionisti si sono visti azzerati i propri risparmi, cosa che ha portato alla morte di altre due persone, che vanno ad aggiungersi a quella del pensionato di Civitavecchia, risparmiatore di Banca Etruria.

Esauriti i fondi in dotazione di Atlante, il problema dei crediti deteriorati è rimasto: più di 200 miliardi in continuo aumento (ricordiamo però che il problema non sono tanto i crediti deteriorati in sé quanto le svalutazioni messe a bilancio che sono sopravvalutate) frutto di mala gestione interna alle banche sicuramente, di speculazioni finanziarie rischiose (tipo derivati), ma soprattutto frutto di 8 anni di crisi, di cui 5 di austerità. La soluzione auspicata da noi ve l’abbiamo già detta diverse volte: nazionalizzare le banche, sistemare la mala gestione interna punendo i colpevoli e ritornare ad un sistema bancario che faccia netta distinzione tra istituti di credito e banche d’affari, sul modello del Glass-Steagall Act americano del 1933 (concetto ripreso in Italia con la Legge Bancaria del 1936). Per fare questo, però, è necessario uscire dall’Euro e riappropriarsi di tutti gli strumenti concessi da una piena sovranità monetaria. Rimanendo nell’Euro, le uniche soluzioni possibili sono: salvare le banche attraverso i risparmi con un bail-in generale, oppure quella suggerita dall’economista Lars Feld, il consigliere economico e “maestro” di Schäuble, scritta a chiare lettere in una ormai famosa intervista rilasciata sulle pagine del Corriere della Sera: il ricorso ai fondi Esm e quindi, un commissariamento (diretto o indiretto) da parte della Troika.

In realtà, come ricordato nel blog Vincitori e Vinti (qui e qui), ci sarebbe un’ultima soluzione più “morbida”, prevista dalle stesse norme della Bank Recovery and Resolution Directive (BRRD), le quali prevedono la parziale sospensione delle regole del bail-in. In più, facendo ricorso all’articolo 107 del Trattato di Lisbona secondo cui possono considerarsi compatibili con il mercato interno gli aiuti di stato destinati “a porre rimedio a un grave turbamento dell’economia di uno Stato membro”, il governo avrebbe la facoltà per intervenire per evitare un crac bancario serio.

E’ proprio quest’ultima soluzione che è stata proposta dal nostro governo a Berlino nella giornata di ieri, durante l’incontro con Angela Merkel e François Hollande. Intenzione del governo sarebbe quella di creare una sorta di fondo Atlante 2, composto oltre che da soggetti privati, stavolta anche con una garanzia pubblica su un veicolo societario o su emissioni obbligazionarie bancarie, attraverso l’intervento diretto di Sga (la bad bank usata per il Banco di Napoli e rilevata recentemente dal Tesoro) e della Cassa Depositi e Prestiti. Nel complesso, la dotazione di questo nuovo fondo potrebbe arrivare a circa 40 miliardi, cifra più alta rispetto ai 5-6 in dotazione del fondo Atlante 1, ma che comunque potrebbe non essere del tutto sufficiente. Ovviamente, senza la sospensione della normativa di cui abbiamo già parlato, questa ipotesi verrebbe catalogata come “aiuto di Stato” e per questo il nostro Premier ha dovuto presentare il piano in sede europea. Ma la cancelliera Merkel ha già espresso il suo “nein” ed ha aggiunto che sulle banche “non si possono cambiare le regole ogni due anni”. Dopo l’incontro di Berlino, il nostro Premier sarà tornato a casa forse più consapevole del fatto che la Germania non vuole una maggior integrazione europea. Sono parole confermate proprio ieri da Wolfgang Schäuble. Angela Merkel ha praticamente detto che non intende procedere al completamento dell’Unione Bancaria e che l’Italia deve risolvere da sola i problemi delle sue banche applicando le norme sul bail-in.

Tuttavia, nella giornata di oggi il FMI ha diramato una sua analisi sulla situazione non proprio rassicurante delle banche tedesche, prima fra tutte la Deutsche Bank, che è la prima fonte di rischio per i mercati finanziari. Per cui, almeno per una volta, le parole della cancelliera tedesca possono passate in secondo piano se assieme al destino delle banche ci si gioca anche quello della moneta unica e di tutta l’Unione Europea. Proprio per questo motivo, e solo per questo, la Commissione Europea ha dato il suo parere favorevole alla concessione di una garanzia pubblica a sostegno della liquidità delle banche italiane. Da quel che ha riferito oggi il Wall Street Journal, sembra che il via libera fosse già stato dato domenica scorsa, due giorni dopo l’esito del referendum britannico. La concessione è stata fatta sulla base delle regole UE sugli aiuti di Stato nel caso di crisi straordinarie. La garanzia potrà arrivare a una dotazione di 150 miliardi di euro (pari al 9% del PIL italiano), cifra ormai confermata anche da fonti governative, avrà validità solo fino al 31 dicembre 2016 e potrà essere utilizzata solo per le banche “solvibili”. Tuttavia, dalla Commissione fanno sapere che “non sarà necessario usufruire a breve” di questo strumento, ma che la garanzia è stata posta “per tranquillizzare i mercati”. Come spiega il Corriere della Sera:  “Il meccanismo richiama quello della fideiussione bancaria. In caso di una ricapitalizzazione che viene considerata meritevole ma a rischio, lo Stato potrebbe fornire garanzie e l’investitore che ha dubbi sull’aumento di capitale, si sentirebbe tranquillizzato” .

I nostri dubbi: intanto se la garanzia è temporanea, significa che la situazione resta calma fino a gennaio, e poi cosa accadrà? Inoltre, si parla di “liquidità” (ma se fosse quello il problema non basterebbe già l’intervento della BCE?) che viene concessa solo per le banche “solvibili”, quindi per quelle un po’ più sane, mentre le altre rimarranno senza alcuna garanzia. Terzo, la cifra messa sul piatto è davvero importante (il 9% del PIL!), cifra che, se fosse ipoteticamente utilizzata tutta, andrebbe a pesare sul debito pubblico (e non sul deficit, qui sono stati chiari). Ci sembra strano che l’UE permetta al governo italiano di usufruire di cifre simili senza mettere alcuna condizione o prendere le decisioni.

Potrebbe essere il solito specchietto per le allodole ed è molto probabile che i motivi dell’operazione siano tutti riassunti nella frase “per tranquillizzare i mercati” (alla notizia i mercati sono rimbalzati positivamente, ma bisognerà vedere nei prossimi giorni). Ma più che più per le banche italiane, ci sembra che questa sia una misura necessaria a salvare solo l’Euro, almeno temporaneamente.  Vedremo nei prossimi giorni quali ulteriori dettagli salteranno fuori. Intanto da quel che abbiamo compreso, i problemi del sistema bancario rimarranno quelli che vi abbiamo raccontato, anche se sarebbero tenuti a bada fino a gennaio prossimo. Almeno così sperano loro.

Marco Muscillo

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