In questi giorni è in esame in Parlamento e nelle commissioni la nuova riforma del sistema scolastico. Il 20 maggio scorso, la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge del Governo sulla “buona scuola”, costituito da dodici punti principali:

    1. L’introduzione del principio dell’autonomia scolastica;

    2. Il nuovo ‘Pof’, il Piano triennale dell’offerta formativa che ogni singola scuola dovrà redigere e presentare autonomamente, definendo le attività e le risorse, comprese quelle umane, necessarie a realizzarlo;

    3. La possibilità per gli studenti delle scuole superiori di creare, nei limiti delle risorse disponibili, un proprio piano di studi per gli ultimi tre anni scolastici, adattandolo alle proprie inclinazioni ed esigenze;

    4. Il miglioramento del programma di alternanza scuola-lavoro per gli ultimi tre anni di scuola superiore, per almeno 400 ore negli istituti tecnici e nei professionali e per almeno 200 ore nei licei;

    5. Lo stanziamento di 30 milioni di euro per promuovere l’innovazione digitale e didattica nei laboratori, che saranno ripartiti nelle scuole in base al numero delle classi e al numero degli alunni;

    6. Ogni scuola, limitatamente ai precari inseriti nelle graduatorie provinciali ad esaurimento e ai vincitori degli ultimi concorsi, potrà chiedere dal 2016/2017 le risorse di personale docente che servono per realizzare l’azione educativa perseguita dal Pof. Finora, l’autonomia scolastica è rimasta sulla carta perché le scuole non potevano contare su risorse aggiuntive di personale. In questo modo la riforma intende realizzare appieno l’autonomia scolastica, varata nel 1999 e partita nel 2000;

    7. L’introduzione della contestatissima figura del ‘preside-manager’, dotata di più autonomia decisionale rispetto al passato. I presidi, infatti, potranno scegliere i neoassunti dagli albi territoriali. Potranno formare la squadra, fino al 10 per cento del personale docente in forza nella scuola, che li supporterà durante l’anno nella gestione della scuola e potranno, dopo avere sentito il parere del Comitato di valutazione della scuola, premiare i docenti migliori. E promuovere o bocciare i neoassunti nell’anno di prova. Ogni tre anni poi verranno valutati e dall’esito della pagella dipenderà una parte del loro futuro stipendio: la cosiddetta retribuzione di risultato;

    8. L’assunzione di 100mila nuovi insegnanti e la definitiva eliminazione delle graduatorie ad esaurimento. Questi neoassunti verranno inseriti in albi territoriali, che nel 2015/2016 avranno la dimensione dell’intera provincia, dai quali i presidi pescheranno per il reclutamento del personale necessario alla scuola. Gli idonei del concorso 2012 verranno assunti, ma a partire dal 2016/2017. Le graduatorie provinciali, tuttavia, non verranno cancellate a partire dal prossimo mese di settembre. Con l’esaurimento definitivo delle graduatorie, le nuove assunzioni dovranno essere fatte solo tramite concorso;

    9. L’introduzione di una ‘carta degli insegnanti’ con un budget di 500 euro da spendere per spese di aggiornamento;

    10. L’introduzione di alcuni bonus fiscali, come lo ‘school bonus’, cioè erogazioni liberali cheprevedono un credito d’imposta a favore del donatore e la detrazione fiscale per coloro che mandano i figli nelle scuole paritarie;

    11. Un piano di edilizia scolastica, stanziando 4 miliardi di euro per la ristrutturazione delle strutture già esistenti e la costruzione di ‘scuole innovative’, almeno una per regione;

    12. La riforma prevede anche 8 deleghe. Tra i primi decreti c’è quello della redazione di un nuovo Testo unico in materia di istruzione, che sostituirà l’ultimo risalente al 1994. Il governo, attraverso una delega, vuole rimettere mano al sistema della formazione iniziale: quale percorso universitario occorre intraprendere per diventare docenti. E una riforma del sostegno per i soggetti con disabilità. Le altre 5 deleghe prevedono: la revisione dei percorsi dell’istruzione professionale; l’istituzione del percorso zero-sei anni per l’istruzione dell’infanzia, “costituito dai servizi educativi per l’infanzia e dalle scuole dell’infanzia, al fine di garantire ai bambini e alle bambine pari opportunità di educazione”; una norma generale sul diritto allo studio; un decreto per la “promozione e diffusione della cultura umanistica e la valorizzazione del patrimonio e della produzione culturale, musicale, teatrale, coreutica, cinematografica e il sostegno della creatività connessa alla sfera estetica”; il riordino degli istituti statali all’estero e “l’adeguamento al nuovo contesto della normativa in materia di valutazione e certificazione delle competenze degli studenti, nonché degli esami di Stato”.

Come possiamo notare la riforma presenta punti interessanti e altri più discutibili. L’approvazione del progetto di legge ha provocato una dura reazione e ha acceso la contestazione da parte degli insegnanti e dei sindacati. I punti più contestati ovviamente sono stati quelli riguardanti la nuova figura del ‘preside-manager’, il quale, secondo loro, avrà troppo potere e avrà la facoltà di assumere personale e premiare gli insegnanti senza seguire un criterio basato sul merito, ma piuttosto darà spazio a favoritismi. Inoltre, i sindacati e le associazioni scolastiche denunciano al Governo il fatto che le risorse destinate alla riforma sono alquanto insufficienti e che non è previsto alcun miglioramento delle condizioni economiche degli insegnanti i cui stipendi sono bloccati ormai da parecchi anni.

Il Governo si è trovato alle strette. Oltre alla contestazione da parte degli insegnanti si è aggiunta una serrata opposizione in Parlamento: le forze politiche d’opposizione hanno presentato in questi giorni in commissione Cultura circa tremila emendamenti al disegno di legge, che ne rallenteranno inevitabilmente l’approvazione.

Matteo Renzi ha già minacciato che senza l’approvazione della riforma non verranno nemmeno confermate le 100mila assunzioni previste dal progetto di legge. E’ una minaccia che manifesta la paura e la preoccupazione del Capo del Governo di fronte alle critiche che arrivano dal mondo scolastico e di fronte ai deludenti ultimi risultati elettorali.

In queste ultime ore, quindi, sembra che le parti siano disponibili a trovare un compromesso: il Governo affronterà in commissione i tremila emendamenti delle opposizioni, presentando un proprio maxi-emendamento che apporterà delle modifiche importanti alla riforma. Questo permetterà di approvare del tutto, o in parte, la riforma sulla ‘buona scuola’ e soddisfare alle assunzioni promesse, che avverranno per il settembre prossimo almeno a fini giuridici, poiché l’effettiva presa di servizio scatterebbe dal primo settembre 2016.

Se queste novità dovessero soddisfare le opposizioni, è probabile che la riforma vedrà la luce entro i primi di luglio. Altrimenti non sarà da escludere il voto di fiducia, che permetterà al governo di evitare tutti i compromessi.

Il nostro presentimento è quello che questa, non essendo la prima, non sarà nemmeno l’ultima delle riforme del sistema scolastico. Essa non è né migliore né tanto peggiore di quelle che l’hanno preceduta, ma i problemi purtroppo restano sempre gli stessi: ogni anno le risorse investite nell’istruzione sono sempre meno. Anche in questo caso Renzi ha promesso di investire più soldi e destinarle soprattutto all’edilizia scolastica, ma queste rimarranno solo promesse scritte su carta finché non verranno realizzate. Inoltre il problema economico si riduce tutto a una questione fondamentale: uno Stato privo di sovranità monetaria, che non può fare deficit di spesa, può ripagare la spesa pubblica (leggasi anche aumento degli stipendi degli insegnanti) e la spesa per investimenti solamente tramite la leva fiscale. Questo implica che ogni investimento ha bisogno di una copertura finanziaria che può essere ottenuta solamente aumentando le tasse o tagliando altri servizi. I sindacati pare che ancora non lo abbiano capito.

Un’altra questione altrettanto importante è quella riguardante il modello di scuola che si intende proporre alle future generazioni. La vecchia “Riforma Gentile” che è durata in pratica fino ai giorni nostri metteva al centro di tutta l’istruzione scolastica, la cultura umanistica-filosofica. Ogni studente, quale che fosse il suo indirizzo di studio, doveva innanzitutto possedere una buona base di cultura generale.

Negli ultimi anni invece abbiamo assistito alla denigrazione della cultura e umanistica e all’esaltazione delle materie economiche, prendendo come modello il sistema anglosassone e statunitense. Materie come la Storia dell’arte o il Latino sono diventate una palla al piede e più volte si è pensato di eliminarle del tutto o in parte, relegandole a materie d’élite, e sostituirle con materie più legate al mondo dell’economia e della finanza, con la motivazione di voler in questo modo “avvicinare la scuola al mondo del lavoro”.

A nostro parere, se è vero che la cultura umanistica non da lavoro, il problema non sta nel suo insegnamento ma piuttosto alla scarsa lungimiranza dei Governi che non permettono a un paese come il nostro, che può vantare il maggior patrimonio culturale del mondo, di poter sviluppare un settore come quello della cultura e delle belle arti, che potrebbe portare benessere e ricchezza economica.

Inoltre, sia la scarsità di risorse per gli investimenti pubblici e sia l’esaltazione della cultura economica, hanno permesso ai privati e alle aziende, nel bene e nel male, di investire nella scuola pubblica. Sia la riforma della “buona scuola” e sia le riforme precedenti introducono ed estendono questa possibilità. Da un lato ciò può essere sicuramente utile perché possono davvero avvicinare la scuola al mondo del lavoro, ma dall’altro c’è il rischio che, mettendoci i soldi, le aziende e gli imprenditori vorranno a un certo punto decidere come spendere i loro soldi, in quali progetti e quali materie favorire. Un investimento del genere avrebbe certamente lo scopo di aumentare i profitti delle aziende in questione, a discapito però del livello culturale degli studenti.

Insomma, quale sarà il futuro della scuola pubblica italiana? L’unica cosa che ci viene in mente in questo momento è la parodia del sistema scolastico americano che ci presentano i Simpsons: una scuola povera, dove il livello culturale degli alunni è medio-basso, nella quale nemmeno il genio riesce a esprimersi come dovrebbe e dove la tavola periodica degli elementi è sponsorizzata da un’azienda che produce hot dogs.

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