Sono ore di ipotesi e brutti pensieri. Di tristezza e di rabbia. La Madre Russia, genuflessa e silente, dà l’ultimo saluto ai suoi figli svaniti in quella porzione di cielo che sovrasta il Mediterraneo e le lacrime si confondono con le luci dei lumini nella grande Piazza del Palazzo a San Pietroburgo.

Gelido più del ghiaccio il brivido che ha attraversato schiene ed anime alla lettura di quelle parole battute dalle agenzie, tutte così uguali ma anche così drammaticamente inequivocabili: un aereo con 224 persone a bordo è precipitato sulle montagne del Sinai. Si tratta soprattutto di turisti russi di ritorno da una vacanza sul Mar Rosso. Tra loro, 17 bambini. Nessun superstite. Un’avaria tecnica alla base del disastro.

Il volo numero 7K9268, un Airbus A321 della compagnia Kagalymavia, era partito da Sharm el Sheikh alle 5.51 ora locale (le 4.51 in Italia) ed era diretto a San Pietroburgo, in Russia. Ventitré minuti dopo il decollo è scomparso dai radar. Secondo il sito Flight Radar, che monitora i voli in tempo reale, l’Airbus stava viaggiando a 40mila piedi di altitudine (circa 12mila metri) quando ha iniziato improvvisamente a perdere quota ad un ritmo di 6mila piedi al minuto (1.829 metri) ed ha perso contatto via radar con i controllori di volo.

Le milizie jihadiste hanno rivendicato “la caduta del velivolo” con un comunicato circolato in rete ma le loro affermazioni sono state smentite sia dalle autorità russe che da quelle egiziane.

“Nell’ultima settimana l’aereo aveva richiesto più volte assistenza perché il motore non si avviava”, hanno riferito fonti della sicurezza dell’aeroporto di Sharm el Sheikh citate dall’agenzia russa Ria Novosti. L’Airbus aveva diciotto anni, 56mila ore di volo, ed era stato acquistato dalla compagnia nel 2012. Il Comitato investigativo federale russo ha aperto un’inchiesta sulla compagnia Kogalymavia “per violazioni delle normative sui voli e sui loro preparativi”.

Tra le ipotesi circolate, sta facendosi strada quella di un cedimento strutturale dovuto ad una decompressione, come sostiene il sito specializzato Airlive.net, citando esperti di aviazione, ma nelle ultime ore è rimbalzata fragorosamente una notizia che potrebbe stravolgere tutto: l’Airbus precipitato nel Sinai sarebbe “esploso in volo”. A rivelarlo, è stato il direttore del Comitato interstatale dell’aviazione russa, Viktor Sorochenko.

“La disintegrazione è accaduta in aria e i rottami sono sparsi in un’area molto vasta, di 20 chilometri quadrati”, ha spiegato Sorochenko, componente del team di esperti russi, egiziani e francesi a cui è stato affidato il compito di analizzare le scatole nere. Prende corpo, dunque, l’ipotesi di una bomba esplosa a bordo poco dopo il decollo.

In attesa che lo scorrere dei giorni e le capacità degli esperti squarcino la coltre di mistero che avvolge questa immane tragedia, scegliamo volutamente di non percorrere la strada delle ricostruzioni complottistiche e seguendo l’insegnamento del grande Fëdor Dostoevskij, che scelse proprio San Pietroburgo per congedarsi da questa terra, lasciamo che a guidare il nostro incedere in questa notte e su queste pagine, sia la compassione, “la più importante e forse l’unica legge di vita dell’umanità intera”, estraendo da quelle famiglie straziate la radice prima del loro dolore e facendola nostra senza esitazione.

In segno di profondo rispetto per la Russia, per la dignità umana e per il grande mistero della vita.

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