L’attentato a Istanbul, con l’autobomba che è detonata nel quartiere Beyazit al passaggio di un pullman carico di poliziotti ha riportato la Turchia al centro delle cronache del terrorismo internazionale, un proscenio che l’ha vista protagonista già lo scorso marzo, lo scorso gennaio e in altre precedenti occasioni.

Sette tra i poliziotti passeggeri del pullman sono morti sul colpo, insieme a quattro passanti, mentre trentasei altre persone sono rimaste ferite, alcune di loro gravemente mutilate. La forza dell’esplosione è stata tale da ribaltare l’autobus della polizia, distruggere le vetrate di un vicino hotel, la cui lobby è stata praticamente sventrata e rompere vetrine e finestre nel raggio di decine di metri.

Ancora una volta i fatti dimostrano che la scelta di Recep Erdogan di fare della Turchia la patronessa del terrorismo islamico in Siria e di intensificare contemporaneamente le proprie operazioni militari contro i Curdi la pone in una situazione estremamente pericolosa e precaria: sottoposta al ricatto di organizzazioni estremiste che pretendono sempre più sostegno e sono pronte a ricorrere al terrorismo in caso che le loro richieste non vengano soddisfatte e esponendola dall’altro lato agli attacchi di frange estremiste della minoranza curda perseguitata.

D’altra parte, in una dimostrazione di cinismo politico, il Presidente turco può non sgradire l’atmosfera di panico che simili attacchi spargono tra la popolazione, calcolando che in assenza di un’alternativa al suo regime (che in effetti non si avvista nell’attuale panorama politico turco) essa non possa che rafforzare la sua presa sul potere.

 

 

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