Hanno offerto proprio un bello spettacolo i nostri parlamentari, insultanosi come neanche nelle peggiori bettole di periferia, mostrando a tutti quanto siano democratici e rispettosi dell’altro. Giunti al dunque nella discussione sulla legge Cirinnà, i fautori delle opposte posizioni hanno gettato la maschera, mostrando al mondo i loro interessi reali.
Accade spesso, nella vita di tutti i giorni, che due o più persone inizino a discutere, magari al bar o su una piattaforma digitale, su un argomento qualsiasi (molto spesso si tratta di calcio), per arrivare poi ad insultarsi pesantemente. Se fosse possibile interromperle, chiedendogli di ricostruire l’inizio della discussione, poi trasformatasi in lite, è probabile che non saprebbero farlo: ad un certo punto non è più importante il motivo dello scontro, l’unica cosa che conta è prevalere, come animali che si contendono un territorio.
Che la stessa dinamica si verifichi anche in parlamento non è sorprendente, essendo oramai la politica identificabile con la mera competizione per il potere. In quest’ottica è ben comprensibile come qualsiasi argomento possa essere utilizzato, così tutti i discorsi sui diritti, sia dei bambini che degli omosessuali, sentiti in questi ultimi mesi risultano quanto meno sospetti. Le vergognose affermazioni di figuri come Daniele Viotti su un fronte e Roberto Formigoni sull’altro, invece, non lasciano alcun dubbio.
Non sappiamo come andrà a finire la vicenda, ma siamo rassegnati ad una soluzione che non terrà conto di ciò che è meglio per i cittadini, ma solo di tattiche parlamentari.
Poi ci sono le vite delle persone reali. E ci sono già, come ripetuto più volte dagli attivisti dei diritti dei gay, bambini che vengono cresciuti da due persone dello stesso sesso: nella maggior parte dei casi, si tratta di due donne, in un’ennesima variante di bambini ‘fatherless’, ovvero senza padre.
E’ uscito pochi mesi orsono un libro dello psicoterapeuta Stefano Parenti intitolato ‘Fatherless. L’assenza del padre nella società contemporanea’ (D’Ettoris Editori, 2015) che, analizzando i dati disponibili, tenta di definire l’ampiezza e le conseguenze del fenomeno. In particolare nel capitolo 4, ‘La psicologia del tipo senza papà’, viene descritta una serie di personalità caratterizzate da insicurezza, vergogna, sentimento d’inferiorità, ribellione distruttiva alternata ad accentuato conformismo. Il giovane cresciuto senza padre è paragonato ad un malato “con due stampelle”: il narcisismo, che si manifesta “come il bisogno di percepire continuamente se stessi nelle attenzioni degli altri”, e l’eccessiva vicinanza alla madre.
Facile immaginare come quest’opera possa innescare altre polemiche, essendo l’autore cattolico e per di più collaboratore, tra le altre testate, de ‘La Croce’ di Mario Adinolfi. Il tempo dela sua uscita, che ha preceduto di poco l’inizio della discussione parlamentare sulla legge Cirinnà, potrebbe destare qualche sospetto, tanto più che a pagina 9 si afferma che avere due padri o due madri “non è la stessa cosa”. Il libro però non si sofferma sull’omogenitorialità, ma tratta più in generale delle conseguenze dell’assenza del padre.
La letteratura italiana sul tema dei figli senza padre ha avuto il suo pioniere nello psicanalista junghiano Claudio Risé, autore de ‘Il padre l’assente inaccettabile’ (Edizioni San Paolo, 2003), anch’egli è cattolico, ma l’opera risale a un’epoca nella quale ancora non si parlava di omogenitorialità: i ‘senza padre’ di cui si occupava erano sì gli orfani e i figli di separati che vivevano con le madri, ma pure i figli di padri troppo spesso assenti da casa, oppure assenti da un punto di vista psicologico, poco partecipi ed attenti ai figli, insomma non all’altezza del ruolo.
Risé si rifà a un filone di origine statunitense, ispirata in particolare dal saggio del poeta Robert Bly ‘The sibling society’ (1996), uscito in Italia col titolo ‘La società degli eterni adolescenti’ (Red Edizioni, 2000), dove la fine del padre viene datata nel sessantotto, con Woodstock come momento simbolico di svolta. Negli anni ’50, racconta l’autore, aveva visto troppe vite distrutte dall’inibizione, dalla paura, dalla severità, dalla vergogna, dall’ossessione del lavoro. Poi era arrivato, per l’appunto, il sessantotto e la sua grande promessa, la sensazione che gli esseri umani fossero in grado di scegliersi la propria vita, di essere padroni del proprio corpo, di aprirsi a possibilità fino ad allora negate, “tuttavia”, afferma, “ qualcosa è andata per il verso sbagliato”.
L’autore definisce la società che emerse in seguito a quel momento apparentemente magico ‘orizzontale’, in contrasto a quella precedente, ‘verticale’, della quale non è certo da rimpiangere “una certa ingiusta severità”, ma un modo di pensare che egli definisce per l’appunto ‘pensiero verticale’, che permette di considerare le differenze non solo lateralmente, come accade oggi in una società abitata solo da “fratelli e sorelle rivali”, ma di guardare anche “in basso e in alto”.
Un segno evidenti della fine del pensiero verticale è individuato da Bly proprio nel declino della figura paterna.
Se volessimo buttarla in politica, operazione sempre discutibile, potremmo considerare gli autori fin qui citati “di destra” o per lo meno poco amati dalla sinistra, che invece si rifà spesso alla psicoanalisi francese, citata molto di frequente, proprio in questo periodo, da chi caldeggia il diritto all’omogenitorialità.
Jacques Lacan, forse la figura più importante della psicoanalisi transalpina, nel 1969 ha parlato di ‘evaporazione del padre’, giungendo quindi a conclusioni sul tema non dissimili da quelle dei pensatori succitati, però con la notevole differenza di considerare il fenomeno del tutto irreversibile.
Se il padre ormai è condannato, allora è necessario che qualcuno possa svolgere la ‘funzione paterna’, altro importante concetto lacaniano: è molto comune oggi che delle madri si assumano compiti che in passato toccavano ai padri. Con quali risultati? La funzione simbolica del padre è, secondo Lacan, quella di “unire il desiderio alla Legge” e ciò avviene attraverso “l’imposizione di un limite”. Al giorno d’oggi sono vissuti in maniera estrema, ovvero illimitata, tanto la legge, attraverso il suo totale rifiuto oppure in un’accettazione monolitica che sfocia nel fanatismo, che il desiderio, che a volte è così eccessivo da degenerare nel bisogno, la cui mancata soddisfazione non ferisce soltanto, ma uccide, e in altre scema in quell’ottundimento che genera il noto ‘calo del desiderio’.
La conseguenza è che, mentre l’incidenza complessiva delle malattie “del corpo” diminuisce grazie ai progressi della medicina, quella delle malattie mentali tende ad aumentare.
E’ difficile immaginare una questione più cruciale di questa, ma nel nostro paese non se ne discute, forse si aspetta solo che le cose vadano come diceva Ennio Flaiano: “In Italia i problemi non si risolvono: passano di moda”.

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