I conflitti tra entità statuali e pre-statuali riguardano ogni gruppo umano in ogni momento della sua storia e, in epoca moderna, possono avere molteplici origini di cui gli studiosi hanno dato letture differenti, dalla scuola darwinistico-positivista che ne enuclea la pulsione competitiva intraspecifica a quella d’approccio geopolitico continentale di Ratzel, ma anche nella sua versione talassocratica di Mahan, che ne studiano i rapporti tra spazialità ed egemonia.

Nel mondo d’oggi i conflitti sono caratterizzati da una maggiore complessità rispetto al passato per il fatto di dover rispondere alla polimorfia ed eterogeneità degli attori, a motivazioni spesso non immediatamente evidenti e alla ipermediaticità di ogni contrasto, cosa che comporta una strumentalizzazione di tematiche altre rispetto ad una lettura geostrategica stricto sensu come nel caso del “diritto-umanismo” ormai divenuto alibi per ogni infiltrazione od aggressione imperialistica.

Moltissimi conflitti hanno origine territoriale, cioè derivano dalla rivendicazione su un medesimo territorio da parte di più contendenti per motivazioni storico-politiche, ad esempio quelle alla base del conflitto israelo-palestinese, o per ragioni di accaparramento delle risorse naturali, ed è questa la fattispecie più diffusa. Tuttavia non mancano motivazioni di ordine etnico a generare o mascherare attriti, in tutto il mondo infatti la lingua, la cultura o la “razza” sono alla base di gravi fenomeni di destabilizzazione ma anche di eroici esempi di resistenza all’omologazione globale; affine ma solo in alcuni casi la variabile religiosa, ultimamente sempre più svuotata di significato a causa dell’uso ipertrofico che se ne è fatto; la religione, un fenomeno culturale che da sempre risponde alla tempistica degli affari antropici, oggi arma d’eccezione nel mondo globalizzato ed interconnesso.

Ciò nonostante la matrice dei principali conflitti contemporanei rimane economica, di accesso a risorse, saperi e tecnologie per cui in situazioni limite si finisce per confliggere. L’accesso alle risorse dunque è l’aspetto principale dei nuovi assetti che si stanno delineando sul pianeta, un consumo energetico in costante crescita (oltre 5% annuo) ingenera una serie di problematiche da affrontare: calcolo delle risorse disponibili, esaurimento di quelle tradizionali e sostituzione con altre, ricerca tecnologica volta al miglioramento di produzione e trasmissione di energia.

L’aumento della popolazione mondiale ha in nuce la questione della disponibilità che, in termini di strategie sovrane può significare conflitti localizzati, specie in territori contesi e dai confini incerti, quali i giacimenti in mare aperto. Per quanto riguarda la questione petrolifera è al primo posto almeno dalla crisi del 1973, mentre sempre più tensioni stanno nascendo a causa dell’«oro blu» in zone già travagliate da conflitti d’altra natura, clamorosi i casi dei conflitti Sudan-Egitto per lo sfruttamento delle acque del Nilo, o quello ancor più rilevante politicamente del controllo da parte turca del sistema fluviale Tigri-Eufrate ai danni di due paesi ostili quali Siria ed Iraq.

Nel rapporto delicato dei conflitti in relazione alle risorse è chiaro che deve essere risolta stabilmente la questione dei confini. Se per i confini terrestri la questione potrebbe apparire più semplice, in realtà spesso non è così, valgano i casi di confini ereditati dalla dominazione coloniale che non rispettano né criteri fisici né etno-religiosi ma solo matematico-astronomici e che dunque non giovano alla stabilità dell’area.

Per quanto riguarda quelli marini, a seguito di forti contrasti per questioni di pesca o idrocarburi, si è giunti a regolamentarne la defunzionalizzazione progressiva nel 1982 con la terza conferenza delle Nazioni Unite sul diritto internazionale del mare, con la quale si stabilivano delle “fasce” che individuavano differenti gradi di sovranità a seconda della distanza dalla costa. A dire il vero la determinazione della prima “fascia” a seconda della linea di base, quella che delimita le acque interne di uno Stato, è descritta dall’insieme dei punti rocciosi o terresti più a largo appartenenti allo stesso e questo ha indotto molti governi a quella che è conosciuta come “corsa allo scoglio”: la guerra Falkland-Malvinas fu nel 1982.

Le questioni aperte sono ancora plurali e di difficile risoluzione, nella corsa per le materie prime o le fonti energetiche i conflitti non vengono certo temperati dalla politica degli Stati neo-coloniali come quella portata avanti da diversi paesi europei in Africa, i quali al contrario ora che sentono il proprio dominio minacciato dall’affacciarsi della Cina si irrigidiscono e rispolverano antiche tattiche di promozione della conflittualità tribale per destabilizzare i paesi non allineati. In maniera del tutto differente per ciò che riguarda la gestione delle risorse energetiche, i paesi dell’Alleanza Bolivariana, hanno costruito nel tempo un modello di cooperazione, interscambio e cogestione multipolare delle materie presenti (si pensi agli oleodotti interstatali), sia per creare un’area geopoliticamente in grado di esercitare la propria sovranità, sia per innescare un’integrazione economica pacifica fondata sullo “sviluppo endogeno”.

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