Friedrich Wilhelm Nietzsche ha enunciato, in “Sull’utilità e il danno della storia per la vita” (1874), una critica alla concezione dello svolgersi della storia come progresso, che porta a considerare il presente in cui si vive come superiore e progredito rispetto alle epoche passate. La tesi, che l’autore propose come una delle sue ‘considerazioni inattuali’, forse oggi è ancor più inattuale, ovvero inaccettabile, che nel momento della stesura.

Per il filosofo la storia assume la massima pericolosità se considerata alla stregua di una scienza e, quindi, ove si avanzi la pretesa della sua oggettività, mentre essa non risponde a quel tipo di leggi che lo scienziato cerca e, in altri ambiti, spesso trova.
La storia deve essere “al servizio della vita”: con lo sguardo al passato dobbiamo sì imparare in vista del presente e del futuro ma, se il fenomeno storico è usato come semplice oggetto della conoscenza, esso è morto, e porta l’uomo a un “eccesso di storia” in cui anche la vita stessa  degenera: “mi è odioso tutto ciò che mi istruisce soltanto, senza accrescere o vivificare immediatamente la mia attività”.

La felicità dipende dalla sua capacità di vivere, di sentire in modo non storico.

Tuttavia Nietzsche è ben lungi dal propone di rifiutare la storia, anzi i due modi di sentire, storico e non storico, sono entrambi necessari alla salute dell’uomo, che deve saperli però separare, dosare ed usare correttamente. Sono tre i tipi di storia che possono risultare utili alla vita: la storia monumentale, propria di chi è attivo e potente, la storia antiquaria, di chi preserva e venera, la storia critica, di chi soffre e ha bisogno di liberazione.

Queste tre storie non si devono mai confondere, perché diventerebbero dannose. Anche nelle loro forme pure però i tre tipi di storia rischiano di portare a rigidità, impotenza: quella monumentale può creare miti incapacitanti, deleteri  per chi non può essere a sua volta grande, quella antiquaria può portare a un’eccessiva idealizzazione del passato, quella critica a un suo rifiuto a prescindere.

La cultura italiana è vittima di questi tipi di errore: in essa c’è quasi soltanto storia monumentale, che glorifica la Resistenza, proposta come mito fondante. Ma a che cosa serve un mito che invece di unire un popolo lo divide? Ovviamente gli eroi della storia monumentale devono essere mitici: perfetti, senza macchia e senza paura: guai a chi osi metterlo in dubbio. Così si possono spiegare le reazioni scomposte ai libri di Giampaolo Pansa sul tema: non poteva essere altrimenti, poiché le opere in questione si inscrivono nell’alveo della storia critica, del tutto incompatibile con quella monumentale.

Usata in questo modo la storia è dannosa, poiché aggiunge alle polemiche relative all’esistente quelle legate al passato. Che chiunque abbia dato la vita per un ideale in cui credeva meriti rispetto, anzi di più, sincera ammirazione, pare un’ovvietà, ma così non può essere in Italia il 25 aprile: certe cose non si possono dire e ogni fascista è un mostro (“il male assoluto”), punto e basta. Ma attenzione, con certi interlocutori anche riconoscere l’eroismo partigiano può scatenare reazioni rabbiose, inconsulte. Faziosità uguale e contraria. E’ assurdo pensare che in una guerra l’onore stia tutto da una parte e la bestialità tutta dall’altra, eppure lo fanno tutti o quasi.

Questo scontro ideologico in ritardo di settant’anni abbondanti ha il difetto di distogliere l’attenzione dalla situazione attuale: che senso ha festeggiare una libertà un tempo riconquistata se oggi non siamo liberi? E’ beffardo, ma non casuale, che il presidente degli USA proprio in questi giorni abbia chiesto all’Italia di aumentare il proprio contributo alle spese della NATO.

La storia di cui ha bisogno la cultura italiana è quella che Nietzsche chiamava ‘critrica’, ci si dovrebbe concentrare quindi su tutto ciò che è successo dopo il 1945, fino a giungere all’attualità: proprio la parte che troppo spesso a scuola non si riesce (o non lo si vuole?) ad approfondire.

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