Ormai, in Italia, la stretta dominante degli Stati Uniti e della loro succursale europea va rafforzandosi sempre di più. Questo è un dato di fatto di cui molti di noi sono ben consapevoli, e che si traduce, fra l’altro, anche in un ridimensionamento della nostra democrazia. La nostra classe politica, infatti, prende le proprie decisioni non in base alla volontà popolare, ma secondo i dettami e le aspettative di Washington e di Bruxelles. Così il popolo resta inascoltato e la democrazia è la prima a patirne. Non a caso, negli ultimi anni, sono state assunte decisioni sempre più impopolari e contrarie all’interesse nazionale: si pensi per esempio, solo per parlare di politica estera, ai bombardamenti sulla Libia o alle sanzioni alla Russia.

Chi s’è opposto a queste decisioni, sia individualmente che in gruppo, ha dunque fornito un prezioso contributo alla nostra sofferente democrazia, perché ha difeso la volontà popolare e dimostrato come molti italiani credano al bisogno d’indipendenza e di dignità del loro paese. Ovviamente tutti costoro sono stati dipinti, dai media tradizionalmente inginocchiati dinanzi al potente, come un pericolo per la democrazia, propinando così la tesi secondo cui l’appiattimento acritico alle decisioni della classe dirigente (beninteso, non quella nazionale, ma bensì quella assisa sugli scranni dorati del Pentagono o della Casa Bianca) ne costituisca invece il trionfo più assoluto. Una tesi francamente orwelliana, degna davvero di “1984”.

Tuttavia, per quanto i media “mainstream” si sbraccino a propagandare una simile teoria, restano ben pochi a credervi: in pratica, giusto coloro che possono economicamente permetterselo, perché tutto il resto della nazione ha bisogno di lavorare per portare la pagnotta a casa. Così solo la minoranza degli italiani, quelli che magari hanno un lavoro sicuro e ben retribuito, hanno applaudito alla distruzione della Libia, che privava molte nostre imprese e relativi lavoratori di un futuro, oltre a rappresentare un immane crimine contro l’umanità. E lo stesso s’è ripetuto allorchè la nostra classe politica, sotto le pressioni dei più potenti alleati d’oltre Oceano, ha dovuto associarsi alla campagna di boicottaggio contro la Russia, culminata nel varo di quelle sanzioni a cui Mosca ha replicato con analoghe controsanzioni e che hanno già procurato alle nostre imprese una perdita secca di un miliardo di euro.

Un paese come l’Italia, colpito da un’annosa crisi economica, non può oggettivamente permettersi il lusso di gettare alle ortiche delle preziose opportunità economiche e commerciali come quelle fornite dal mercato russo. Quest’ultimo rappresenta un’importantissima destinazione per i nostri prodotti finiti, oltre a costituire la sorgente di una quota rilevante dell’energia che consumiamo giornalmente. L’Italia, da questo punto di vista, è un po’ come quel malato che getta via una medicina fondamentale alla propria guarigione. Solo che non lo fa di propria volontà, ma perché costretto da altri, più forti di lui. Detto fuor di metafora, l’Italia è stata obbligata dagli Stati Uniti e dagli altri “partner” europei a rovinare i propri interessi economici in Russia, esattamente come tre anni prima era stata obbligata a farlo con quelli che aveva in Libia. Così il popolo italiano si ritrova a pagare il prezzo delle scelte strategiche e geopolitiche della Casa Bianca.

E certi media nostrani, asserviti al potente, vorrebbero persino far passare l’idea che chiunque s’opponga ad un simile sopruso sia antidemocratico, o comunque meno democratico di coloro che invece l’appoggiano! L’imprenditore o il lavoratore che si lamenta perché sono saltate le commesse con la Russia e si ritrova adesso senza un lavoro o uno stipendio, si sente dare pure dell’antidemocratico da questi sputasentenze dal reddito tanto pingue quanto assicurato. Oltre al danno, pure la beffa!

E allora ben vengano certe iniziative, come quella lanciata dal movimento politico “Socialismo Patriottico”, che si svolgerà domani, 13 giugno, a Bologna in Piazza XX Settembre. Il titolo descrive bene le intenzioni, assolutamente democratiche e costruttive, dell’iniziativa: “No Sanzioni alla Russia – Far ripartire l’Italia”. L’iniziativa, organizzata insieme al Comitato Italia-Russia, vedrà certamente una nutrita partecipazione, non da parte di quegli sputasentenze di cui già abbiamo parlato e che di sicuro faranno di tutto per delegittimarla e denigrarla, ma da parte di quei tanti lavoratori ed operatori economici che sono abituati a ragionare in termini assai più concreti.

Nato a Pisa nel 1983. Direttore Editoriale de l'Opinione Pubblica. Esperto di politica internazionale e autore di numerosi saggi.

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