PARIGI, 10 dicembre 2015. Alla 21° Conference of the Parties (COP) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici in corso in questi giorni a Parigi, i delegati e rappresentanti di 195 nazioni (più l’Unione Europea), stanno negoziando i termini di un nuovo trattato che possa limitare il riscaldamento globale a meno di 2° rispetto alle temperature calcolate nel periodo precedente alla rivoluzione industriale. Negoziazioni di lunga data quelle sulla questione ambientale, cominciate nel 1992 quando al Summit della Terra di Rio de Janeiro i capi di stato e di governo posero la firma sul testo della “Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico” riconoscendo la responsabilità dell’attività umana nell’aumento delle temperature del globo.
Il protocollo di Kyoto, approvato nel 1997 nel quadro della stessa conferenza, dispose poi l’attuazione di alcuni dei principi della Convenzione, tra i quali la riduzioni delle emissioni di anidride carbonica e di gas serra del 5% rispetto ai livelli del 1990. Questo protocollo attuativo è giuridicamente vincolante per i contraenti, ma in termini di diritto internazionale ogni stato si riserva il diritto di non ratificare il trattato, decisione politica che può ritardarne complessivamente l’entrata in vigore e impedirne l’applicazione nell’ordinamento dello stato “obiettore”. Il Congresso degli Stati Uniti ha rifiutato fino ad oggi la ratifica del testo, guidato all’epoca dal volontarismo del presidente George W. Bush, negazionista convinto del cambiamento climatici.
Ostaggio di questo “sciopero del sigillo” dalla nazione che più ha contribuito allo sconvolgimento climatico nel corso della storia industriale, il diritto internazionale in materia rimane di difficile implementazione, a vantaggio dei paesi che continuano a contribuire maggiormente alle emissioni dannose. Il ricorso a energie inquinanti come gas, petrolio e carbone, risorse essenziali dell’economia industriale, costituisce allo stesso tempo una delle maggiori cause dei cambiamenti climatici. Si apre quindi in questi termini la questione della responsabilità e del “debito ecologico” delle nazioni sviluppate nei confronti degli altri paesi del mondo e dei paesi in via di sviluppo.
Secondo una stima di “Le monde diplomatique” l’impresa petrolifera americana Chevron dalla sua creazione avrebbe contribuito alle emissioni di CO2 in misura dieci volte superiore dell’insieme dei paesi dell’Africa sub-sahariana(esclusa l’Africa del sud), mentre la russa Gazprom quanto tutto il continente africano.

Questa responsabilità asimmetrica mette fortemente in discussione il modello di sviluppo economico neoliberale che guida e ha guidato questa fase della mondializzazione contemporanea, per anni considerato come sola alternativa alla stagnazione e alla trappola del “sottosviluppo”. Una transizione ecologica è quindi considerata necessaria dalla comunità scientifica al fine di limitare gli effetti disastrosi che potrebbero prodursi da qui alla fine del secolo in termini di aumenti delle temperature del pianeta.
La scadenza dei termini del protocollo di Kyoto nel 2012 ha spinto la comunità internazionale ad avviare i negoziati per arrivare ad un nuovo accordo. Il mancato raggiungimento del consenso attorno ad un testo alla conferenza di Copenaghen del 2009 ha comunque permesso di impegnare alcuni stati parti a mobilizzare 100 miliardi all’anno entro il 2020 per rispondere ai bisogni dei paesi in via di sviluppo ad affrontare i cambiamenti climatici. Questo impegno fissato su base volontaria ha portato, all’impiego di 62 miliardi di dollari nel 2014 contro i 52 miliardi del 2013 secondo le stime del rapporto OCSE elaborato su richiesta del Ministro degli Esteri francese e presidente della COP21 Laurent Fabius. Questi fondi rappresentano un primo passo verso un principio di ridistribuzione ecologica, ma non costituiscono una concreta assunzione di responsabilità dei paesi occidentali nei confronti dei paesi in via di sviluppo, maggiormente vulnerabili di fronte agli squilibri climatici.
La questione centrale dei negoziati di Parigi è la possibilità di raggiungere un accordo realmente vincolante e che possa essere implementato creando un obbligo giuridico di riduzione delle emissioni. Ma qual’è il reale interesse delle economie avanzate ad ingaggiarsi in una reale riduzione? Un segnale positivo è stato dato dall’accordo bilaterale intervenuto lo scorso anno tra Cina e USA (economie che piu’ contribuiscono all’inquinamento mondiale) che impegna i due governi a ridurre le proprie emissioni tra il 26 ed il 28 % entro il 2025. Ciononostante la prospettiva di una reale riduzione deve fare i conti con le previsioni e le strategie di “crescita”, come quella del presidente cinese Xi Jinping che dichiara come il suo paese raggiungerà il picco delle emissioni nel 2030.

Diversi sono i paesi in pieno processo di sviluppo che vedono nella riduzione delle emissioni un limite alla crescita e un freno all’economia sostenendo il principio di “contribuzione volontaria” piuttosto che di “obbligazione legale” in previsione di un prossimo accordo.
Nel quadro dei negoziati che in questa seconda settimana di COP21 vedono la partecipazione dei ministri dei vari paesi, il rischio principale è che la volontà politica possa costituire ancora una volta un ostacolo alla conclusione di un accordo. La nuova versione di un testo condiviso è stata presentata ieri sera, come annunciato da Fabius, dopo che una prima bozza d’accordo è stata presentata lo scorso sabato 5 dicembre. Dopo una prima fase caratterizzata da discussioni più tecniche lasciate ai negoziatori designati da ogni delegazione, è ora il compito della politica tentare di arrivare ad una decisione entro la fine di questa settimana. Ma nonostante il grande ottimismo ostentato dalle fonti ufficiali, il rischio che la conferenza di Parigi si concluda in un nulla di fatto è dietro l’angolo.
Ségolène Royal, Ministro dell’Ambiente francese si è detta ottimista rispetto alla possibilità di raggiungere un accordo nel quadro previsto dalla conferenza. Ma la questione che si pone è se i termini di tale accordo potranno essere realmente implementati dagli stati parti e sopratutto dai paesi che più contribuiscono a questo fenomeno. Le grandi aspettative politiche attorno a questa conferenza e la forte dimensioni mediatica rischiano inoltre di “demobilizzare” i cittadini del mondo sulla questione, convincendoci che i governi possano risolvere questo problema al nostro posto. Inoltre, la diversa percezione degli effetti dei cambiamenti climatici non permette una reale comprensione della sfida a cui oggi ci troviamo di fronte. All’incremento esponenziale delle temperature, delle catastrofi naturali e della vulnerabilità di alcune zone del pianeta, è da chiedersi se una soluzione globale possa essere sufficiente a contrastare tali fenomeni. Un accordo politico di queste dimensioni non garantirebbe infatti la messa in pratica delle risposte e delle azioni su micro-scala e su scala locale altrettanto necessarie ad invertire questa tendenza.