Mentre i numeri dell’ormai effettiva pandemia da Coronavirus giungono, nel nostro paese, a livelli sempre più gravi (ad oggi si sono superate le mille vittime, con 12.839 malati di cui 1.153 in terapia intensiva, anche se vi è pure l’incoraggiante dato dei guariti, pari a 1.258), anche il comportamento delle istituzioni non sembra tale da rasserenare gli animi dei cittadini e da favorire in loro una maggior chiarezza.

Gli ultimi provvedimenti assunti dal governo Conte, in questo senso, più che soddisfare gli interrogativi e placare gli animi, infatti, hanno semmai alimentato ancor più la confusione. E’ stato dapprima detto che sarebbe stato necessario motivare i propri spostamenti, limitandoli a certe precise necessità (ad esempio la spesa alimentare o l’acquisto dei farmaci, ecc), ed ovviamente munendosi di un’autocertificazione. Fin qui, tutto bene, e ciò del resto appariva come una misura strettamente legata ad un elementare principio di buon senso. Ma il cosiddetto “buon senso”, il criterio del “buon padre di famiglia” di cui spesso si parla anche nel Codice Civile, è pur sempre un concetto assai vago od astratto, che ognuno può non a caso interpretare e quantificare a proprio modo. E così l’invito a ridurre il più possibile le uscite, anche per difendere altre persone più vulnerabili o addirittura immunodepresse dal rischio di un contagio, è stato invece interpretato, all’atto pratico, in un incoraggiamento ad uscire a fare razzia in ogni supermercato possibile ed immaginabile, in modo da potersi trincerare poi in casa con scorte in quantità sufficienti per giorni o persino settimane, secondo un’idea di “mors tua, vita mea” che ben poco ha a che fare col rispetto per il prossimo.

Così, la sera dopo, il governo ha dovuto provare quantomeno a correggere il tiro, tornando nuovamente sulla questione con qualche dettaglio aggiuntivo specificato in un nuovo decreto. Ma, anche stavolta, la ciambella non è venuta proprio col buco: tant’è che l’elenco delle attività che possono ancora restare aperte è di fatto pressoché identico a prima, con l’eccezione di alcune particolari tipologie come i negozi di parrucchiere e d’estetica. Tutto il resto, come sappiamo, resta aperto, per varie ragioni, al di là che possano apparire giustificabili o meno. Ciò non toglie che gli italiani, in molti casi, abbiano ugualmente accolto la nuova notizia con lo stesso spirito “compulsivo” di sempre, andando subito a fare la fila davanti alle tabaccherie esattamente come il giorno prima erano andati ad affollare i supermercati che, almeno nelle grandi città come Roma, sono aperti H24.

Del resto, questo tipo di provvedimento presenta al proprio interno un’incongruenza che non può non alimentare la confusione in molti italiani: se gli spostamenti e le uscite devono essere limitate il più possibile, e giustificate da un’autocertificazione (che, se non presenta contenuti veritieri, ha oltretutto conseguenze penali per il responsabile), allora perché praticamente qualunque tipo d’attività salvo pochissime eccezioni può ancora continuare ad essere regolarmente aperto? Dopotutto, non parliamo solo dell’acquisto di prodotti alimentari o farmaceutici, ma anche d’elettronica e tantissimi altri prodotti che, normalmente, non rientrano fra i beni di prima necessità e per il cui acquisto, più che di spesa, si parla di “shopping”, ovvero di qualcosa che avviene sostanzialmente in un momento di svago. Non a caso, già stamattina cominciavano ad arrivare i primi inviti alla “serietà” nei confronti dei cittadini che evidentemente ancora non avevano capito (o fingevano di non capire, a seconda dei punti di vista) come “comportarsi”.

E, quindi: fare la spesa, non fare shopping, ed ovviamente una sola persona per famiglia, non di più; necessità di portarsi dietro l’autocertificazione anche a piedi; e così via. Tutte cose che, a ben pensarci, si potrebbero intuire anche da soli, con quell’elementare “buon senso” che, però, come dicevamo è sempre qualcosa di molto soggettivo. Non a caso i multati, stamani, erano già 2.100, ma non ci si dovrebbe sorprendere se a quest’ora il loro numero fosse sensibilmente lievitato.

Un’altra incongruenza che ha creato non poca confusione, e soprattutto motivato malumore, è stato che molte attività produttive potessero continuare a rimanere regolarmente attive, anche se di fatto ciò va a tradursi in un aumento del rischio dei contagi per i lavoratori che vi sono impiegati all’interno. Per questa ragione, spesso precedendo i sindacati che in effetti erano rimasti immobili o il cui operare è apparso quantomeno tardivo, gli operai hanno dichiarato sin da oggi lo sciopero in molti siti produttivi italiani, dall’Umbria al Piemonte, dalla Puglia alla Lombardia, e via dicendo. Non a caso così riportava l’ANSA: “Domani governo, sindacati e associazioni imprenditoriali saranno collegati in videoconferenza da palazzo Chigi. Scioperi nelle fabbriche al Nord dopo il nuovo Dpcm sul coronavirus che tuttavia non obbliga la chiusura di molte attività produttive. Nelle provincie di Asti, Vercelli e Cuneo sono in corso fermate e scioperi nelle fabbriche con adesioni altissime, fa sapere la Fiom Cgil del Piemonte. Allarme della Fiom: Gli operai hanno paura”.

Ed è giusto, infatti, che vengano assunti provvedimenti doverosi a sostegno dei lavoratori, per salvaguardarne ora più che mai un’incolumità ed una sicurezza di cui, molto spesso, le istituzioni poco si curano, anche quando non ci sono virus, epidemie o pandemie all’orizzonte. Tra i tanti segnali chiari ed univoci che il governo e le varie istituzioni, in primis anche i sindacati, dovrebbero dare al paese e alla società, uno a sostegno di chi lavora è ben più che indispensabile. E del pari, indispensabile è anche un segnale volto a far capire a tanti giovani e meno giovani che avere un foglio di carta in tasca, od autocertificazione che dir si voglia, su cui scrivere ciò che si vuole non è un espediente per poter uscire di casa come se nulla fosse, facendola franca agli eventuali controlli. I cittadini devono essere responsabili ed imparare cosa sia la responsabilità verso se stessi e gli altri, ma anche le istituzioni a loro volta devono imparare ad esserlo verso di loro.

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