“Dunque la comunità che si costituisce per la vita quotidiana secondo natura è la famiglia […], mentre la prima comunità formata da più famiglie per soddisfare un bisogno non quotidiano è il villaggio. […] E la comunità composta da più villaggi, perfetta, è la polis, che raggiunge ormai per così dire il colmo di tutta l’autosufficienza, nata in funzione del vivere, ma che esiste in funzione del vivere bene.”

Questa una definizione di polis che troviamo nella “Politica” (πολιτικὰ) di Aristotele.

La formulazione ideologica coeva del mondo politico si innesta su diversi secoli di esistenza mutevole della città-stato, ma è con le teorizzazioni del V e IV secolo a.C. che diviene vero e proprio contrassegno distintivo per gli Hèllenes. Gli elementi che emergono dagli studi condotti in tale periodo riguardano una compiuta e matura formulazione della statualità che va ad informare di sé la repubblica cittadina, sto parlando della presenza di una coscienza comunitaria fortemente identitaria, abbastanza da generare l’affermazione di un nuovo soggetto politico atto a costituire una sovranità su un determinato territorio di pertinenza; questi fattori lasceranno un segno profondissimo nella cultura politica e giuridica d’Occidente, la quale, a prescindere dalle “forme” che andranno strutturandosi, dal «cosmocratore» panellenico Alessandro a Roma, dai carolingi a Carlo V, li adopererà come strumenti fondamentali nella costruzione delle proprie architetture istituzionali.

Arriviamo così ad un altro elemento peculiare dell’ideologia politica, la gestione collegiale e paritaria della cosa pubblica tra hòmoioi, tra eguali, tra stakeholders dei destini della comunità. Si tratta di un processo complesso di trasformazione del sistema autarchico in funzione di una progressiva integrazione del corpo civico all’interno dei meccanismi decisionali definito isonomìa, uguale suddivisione dei diritti.
Non tutta la Grecia era amministrata da pòleis, al contrario la maggior parte delle comunità dall’estremo nord della Macedonia al Peloponneso degli Arcadi e degli Achei si articolò in ethne, strutture comunitarie territorialmente estese che col tempo divennero veri e propri stati federali, i koinà. Inoltre non tutte le pòleis, com’è noto, condividevano il principio “democratico”, ma fu proprio il ruolo eterno di Atene quale Hellados pàideusis ad imporsi sugli altri, facendo della propria ideologia la matrice dell’Hellenikòn, della “grecità”.

Il racconto, in bilico tra la storia, il mito e la propaganda, parte dalla narrazione tuciditea del ruolo ateniese nelle epiche imprese nelle guerre persiane, condensato nella tragica decisione degli abitanti di abbandonare l’acropoli e la città tutta alle devastazioni dei persiani per rifugiarsi nella prospiciente isola di Salamina. Fu in quel 480 a.C. che il genio ateniese incarnato da Temistocle, il quale guidava il contingente navale nella coalizione greca comandata dallo spartano Euribiade, si impose scongiurando una battaglia in mare aperto nel golfo Saronico contro la flotta di Serse, ed ingaggiando invece lo scontro nell’istmo di Corinto dove ebbero la meglio e riuscirono a scacciare i persiani dai mari dell’Attica.
Questo episodio fornì ad Atene la possibilità di instaurare un racconto su sé stessa, creando un mito ed una ideologia per scalzare l’egemonia precedentemente posseduta da altre entità, in particolare da Sparta; fu Pericle che più di ogni altro si adoperò per l’affermazione politica e culturale ateniese sulle altre città greche, rivendicando per essa una presunta ed esclusiva autoctonia legittimante che le altre città meticce non potevano vantare.

Il pensiero “europeo” e non solo, deve molto alle formulazioni politiche dei puri “discendenti di Eretteo” cantati da Euripide, i quali ebbero a creare una rivoluzionaria correlazione tra cittadinanza e partecipazione, che si articolava nella pratica del sorteggio per l’accesso alle magistrature cittadine, sorteggio che non solo aveva abbandonato gli oligarchici criteri timocratici, ma che per rendere realmente possibile ad ogni cittadino l’ingresso nella vita politica, vedeva introdotto il principio della retribuzione delle cariche pubbliche.

Non deve stupire che lo studio del sistema politico ateniese venne ripreso con pugnace vitalità dai rivoluzionari occidentali a cavallo tra XVIII e XIX secolo, dalla Francia agli Stati Uniti ed all’America Latina attraverso l’Atlantico, ponte di merci, di uomini, d’idee. Come potevano gli ideali della democrazia radicale non costituire un insidioso grimaldello per scardinare l’edificio vetusto dell’assolutismo? Come poteva la riscoperta delle Patrie e delle identità nazionali fin lì negate non essere in bionda Armonia con le disposizioni di Pericle che attribuivano la cittadinanza solo a figli di ateniesi? Come potevano dei sinceri democratici non essere affascinati dalle “giurie popolari”, strumento del controllo civico sulle scelte politiche e processuali della polis?

Tuttavia il grande studio che ne è stato fatto non sembra aver portato ad un consolidamento fattuale dei valori e dell’ideologia ellenici nella costruzione del grande progetto politico-giuridico che prende il nome di Unione Europea, sebbene nel preambolo al testo costituzionale del 2003 voglia appellarsi direttamente all’eredità greca, citando il celebre epitaffio di Pericle circa la qualifica del sistema democratico.

Relativamente alla questione politica, di stringente attualità, della gestione dei conti pubblici dello Stato greco non risulta esserci una correlazione disciplinata esaustiva, isonomica verrebbe da dire, tra le parti di questa grande congerie. Ci si potrebbe inoltre interrogare su dove finisca la retorica riguardo a Pericle e su dove invece inizi il ruolo di partecipazione reale del demos, o si potrebbe confrontare ancora la gestione dei processi decisionali nel seno della Commissione Europea riguardo i cosiddetti PIGS (nomignolo che di per sé la dice lunga) con la disponibilità ateniese a dare una legittimante origine troiana agli alleati anellenici. Atene che si proponeva come depositaria della complessiva eredità ionica.

Abbiamo da poco assistito ad un importante atto di sovranità popolare e di democrazia col referendum che ha visto la vittoria degli Oxi al piano previsto dai creditori, un esito elettorale che ha ridestato la dignità dei greci e ha donato nuovo lustro a questa terra seppure, dopo tanti anni di sacrifici imposti alla popolazione, sembra di rileggere le tristi pagine con cui si concluse la lunga guerra del Peloponneso che pur innalzando Atene a immortale fucina del pensiero ionico, vide l’inesorabile ingresso di Lisandro nel Pireo e dunque nella città della quale rase al suolo le mura «al suono delle flautiste» come racconta Senofonte.

In atto c’è una battaglia politica , una battaglia economica, una battaglia culturale tra un popolo ed una istituzione che ne viola la sovranità e la territorialità, dunque gli elementi fondanti della sua e della nostra comune storia europea, di un’Europa eternamente debitrice rispetto all’opera di civilizzazione compiuta dalla Grecia; una battaglia contro un nemico che non è in grado di riconoscere il valore della comunità politica, dell’agorà, e quindi non può rispettarne le sacre aspirazioni all’autonomìa, all’autàrkeia, all’eleutherìa. Non ci resta che sperare di leggere, ancora una volta, in un futuro prossimo: Graecia capta ferum victorem cepit.

Riccardo Rompietti

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