front national

Cominciamo con l’interrogativo che sicuramente starà angustiando la grande maggioranza dei francesi, sopratutto quelli in difficoltà economica: il Front National è di sinistra o di destra, se non fascista? La diversità di concezioni, punti di vista, orientamenti e ideologie è connaturata alla stessa condizione umana. La conflittualità politica che ne deriva, se governata politicamente, in modo che non sfoci in conflitti distruttivi, è un fattore che mantiene le società vive (Machiavelli docet). Piuttosto la divisione destra/sinistra è una schematizzazione e neutralizzazione del conflitto politico. Ma pur volendo adottare queste categorie: la destra è sempre negativa e la sinistra e sempre positiva (uso di proposito un linguaggio elementare), addirittura coincidono con il Bene e il Male, a o viceversa, a seconda del campo a cui decidiamo di aderire?

Come osservavo in un articolo di qualche anno fa (1), il governo sovietico sorto dalla rivoluzione sovietica dovette presto abbandonare questo schema, il partito laburista inglese era un nemico, mentre invece il governo «feudale» dell’emiro afgano si dimostrò un alleato del governo sovietico sorto dalla rivoluzione. In questo articolo cercavo di articolare un concetto di relativismo oggettivo, secondo cui movimenti politici ispirati dallo stesso principio possono avere un ruolo diverso, se non opposto, a seconda del contesto in cui operano.

Lo schema destra/sinistra si rivela particolarmente inadeguato quando vogliamo affrontare il fenomeno storico del nazionalismo. Il nazionalismo nasce con la rivoluzione francese e quindi, secondo lo schema, a sinistra. In rivoluzionari come Filippo Buonarroti patriottismo e comunismo sono strettamente intrecciati. Ritengo la distinzione tra nazionalismo buono (patriottismo) e nazionalismo cattivo (nazionalismo vero e proprio) una distinzione di comodo. Se si vuole indicare la degenerazione del nazionalismo costituita dalla politica aggressiva e prevaricatrice delle nazioni esiste già un termine, sicuramente più preciso: imperialismo. Il patriottismo nel mondo moderno si esplica nella nazione e quindi è di fatto un nazionalismo. Piuttosto il nazionalismo può trasformarsi, il nazionalismo di un Mazzini non è lo stesso di quello di un Maurras. In generale, nella fase appunto rivoluzionaria prima dell’acquisizione dell’indipendenza nazionale, il nazionalismo ha una connotazione democratico-rivoluzionaria, ma cambia dopo aver raggiunto l’obiettivo della costituzione della nazione.

Credo (ma non può essere questo il luogo per affrontare adeguatamente tale cruciale questione storica) che il grande spartiacque sia il conflitto franco-tedesco (che prefigura, come aveva genialmente intuito Engels, i successivi conflitti mondiali) da quel momento i nazionalismi europei (non solo quello tedesco) acquisiscono una funzione negativa, fino a diventare i principali sostegni ideologici ai conflitti imperialistici tra le nazioni europee. In concomitanza con l’avvitarsi dell’Europa in conflitti che non creano un ordinamento europeo complessivo, che non trovano soluzioni stabili e sono il presupposto per conflitti ulteriori, i nazionalismi stessi diventano regressivi, reazionari, fino al comparire dell’ideologia razziale (il cui padre Gobineau fu francese, non tedesco), che è una degenerazione particolare del nazionalismo.

Tuttavia, al di là di tutte le sue trasformazioni, il nazionalismo mantiene una sua continuità. In Rousseau ritroviamo le basi di tutto quello che sarà il nazionalismo successivo, fino allo stesso fascismo, principalmente quando pone l’esigenza di una «religione nazionale». Giustamente Alain de Benoisti ha evidenziato come vi possano essere diverse «letture» di Rousseau. Ma lo stesso Rousseau è padre anche del comunismo. Mi rendo conto che tale affermazione possa sembrare singolare, ma di fatto è così: Rousseau è il «padre» tanto del nazionalismo quanto del comunismo. Babeuf fu un roussoviano radicale. In Filippo Buonarroti troviamo strettamente associati nazionalismo e comunismo.

« Si strappino i confini delle proprietà, si riconducano tutti i beni in un unico patrimonio comune, e la patria – unica signora, madre dolcissima per tutti – somministri in misura eguale ai diletti e liberi suoi figli il vitto, l’educazione e il lavoro »

(Filippo Buonarroti, Cospirazione per l’uguaglianza, 1828)

Ma in seguito si separeranno fino a diventare opposti. Il separarsi tra questione nazionale e questione sociale è un altro segno dell’avvitarsi delle nazioni europee in conflitti insolubili e regressivi. Frutto di questa divaricazione è lo stesso Manifesto dei comunisti di Marx, un’opera all’insegna del cosmopolitismo, un «manifesto anti-nazionale», uno dei cui bersagli principali fu List (prima di Marx la direzione della Rheinische Zeitung fu offerta a List, che declinò per motivi di salute). Salvo poi Marx caldeggiare lo stesso programma, un paio di decenni dopo per quanto riguardava l’Irlanda. Il «protezionalismo nazionale» di List poi sarebbe diventato il classico programma di protezionismo dei «paesi in via di sviluppo» nel secondo dopoguerra, atto a proteggere una industria che nella sua fase iniziale non è ancora in grado di reggere la concorrenza estera.

Con la definitiva sconfitta dell’Europa, nel dopoguerra il nazionalismo raggiungerà il suo punto più basso, diventendo uno strumento degli Usa che lo userà in funzione anticomunista per combattere i partiti comunisti europei legati all’Unione Sovietica. Principalmente in questo ambito si colloca anche il Front National di Le Pen padre, che ebbe dichiarare la sua simpatia per la destra americana dei Reagan e per il liberismo economico.

La scomparsa dell’Unione Sovietica ha però mutato tutto il quadro politico, non ha senso per il Front National basarsi principalmente sull’anticomunismo e oggi la Le Pen può citare nel suo libro Pour que vive la France le dichiarazioni contro l’immigrazione selvaggia di Marchais quando era segretario del Partito Comunista Francese, immigrazione che ha stravolto la composizione sociale della Francia, quanto delle maggiori nazioni europee. Il Front National di Marine Le Pen rivendica la propria appartenenza alla tradizione repubblicana. Nel discorso seguito all’affermazione del Front National alle recenti elezioni regionali, ella ha pronunciato le tre fatidiche parolette (Liberté, Égalité, Fraternité) che la collocherebbero «a sinistra», se lo schema funzionasse. Nel partito sono confluite significative forze sovraniste provenienti anche dalla sinistra, che trovano espressione nel vice segretario Florian Philippot. Francamente non so come giudicare al momento queste «forze nuove», sarebbe necessaria una conoscenza più ravvicinata del contesto politico francese. Di sicuro, con la guida della Le Pen figlia il Front National ha subito una trasformazione qualitativa, indotta principalmente dal mutato contesto politico inter-nazionale. Trasformazione simboleggiata dalla rottura dei rapporti politica tra Le Pen padre e figlia.

Ritengo che oggi, nel momento in cui si palesa la sconfitta dell’intera Europa nella seconda guerra mondiale, che rischia di essere interamente subordinata agli Usa, dopo che è venuto a mancare il katechon costituito dall’Unione Sovietica, il nazionalismo possa ritornare a svolgere una funzione positiva. Ma che il Front National possa svolgere una funzione sovranista, è solo una possibilità da verificare alla prova dei fatti. Il rischio maggiore è che la normalizzazione, la dé-diabolisation, alla fine significhi un rientro nel «gioco democratico», cioè nella corruzione che ormai è la caratteristica dominante dei regimi cosiddetti democratici, rinunciando ad affrontare gli enormi problemi della Francia odierna (così come di tutte le principali nazioni europee). Riuscirà il Front National a diventare una forza in grado di opporsi alla deriva nazionale causata dalla subordinazione completa delle nazioni europee agli Usa, seguita alla scomparsa dell’Urss, la cui presenza aveva costuito lo spazio di manovra dello stesso gaullismo? Saranno in grado di risollevarsi dallo stato di disgregrazione totale indotti da 70 anni di pseudo-democrazia all’americana? Lo «scopriremo solo vivendo» (come diceva una canzone), ma questo sarà compito non della sola Le Pen o del solo Front National, ma di tutti i francesi.

Dell’Italia preferisco non parlare.

Gennaro Scala

(1) Relatività dei conflitti. Per un nuovo paradigma nell’analisi politica (08/04/2011)

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