Dopo regimi ultradecennali, nel giro di pochi giorni Bouteflika e Bashir sono caduti in Algeria e in Sudan. In questi due paesi si prospetta ora una lunga transizione al governo dei militari. I militari si sono già insediati saldamente in Egitto, dove al Sisi (col suo programma di restaurazione) si ripromette di governare almeno fino al 2034. Non è una novità che i francesi siano (da sempre) interessati alle colossali riserve petrolifere e di gas algerine, così come il Sudan sia un paese strategico.

Le proteste in Algeria e in Sudan, che hanno portato al rovesciamento dei due regimi, hanno un comune denominatore. Crescente inflazione, diseguaglianza sociale, forte corruzione hanno profondamente indebolito le basi di legittimità dei gruppi al potere. La natura eterogenea delle proteste evidenzia, accanto alle rivendicazioni sociali ed economiche delle fasce più indigenti della popolazione, le istanze delle classi medie urbane scese in piazza, ad Algeri come a Khartoum, che riflettono la comune aspirazione ad assicurare discontinuità politica di due paesi fondati sulla mancanza di democrazia (l’Algeria) e sulla feroce repressione in Sudan del dissenso, costantemente piegato da guerre civili (a ovest, in Darfur, e nelle regioni meridionali di Blue Nile e South Kordofan, al confine con il Sud Sudan). Comune il riconoscimento di diritti civili e politici e comune l’appetito per i vari attori esterni.

Come ha rilevato giustamente l’ISPI (*), quanto avvenuto in Algeria e Sudan, dove nel giro di poche settimane le proteste popolari sono state determinanti per la destituzione di leader in carica da decenni, riporta alla luce il dibattito sulla longevità delle leadership in Africa e sulla mancanza di democrazia. Sei dei dieci presidenti al mondo in carica da più tempo sono africani. Diversi leader del continente – Pierre Nkurunziza in Burundi, Paul Biya in Camerun, Idris Deby in Ciad, oltre che lo stesso Omar al-Bashir in Sudan di recente destituito – hanno de facto eliminato il limite ai mandati presidenziali, gettando dunque le premesse per rimanere in carica a vita. In Uganda, il settantaquattrenne Yoweri Museveni ha invece ottenuto la rimozione del limite di età imposto dalla costituzione, mentre il limite al numero di mandati era stato già eliminato nel 2005. La questione della permanenza al potere da parte di leader sempre più anziani e sempre più identificabili con lo Stato stesso solleva numerose incognite circa le possibilità di sviluppo democratico di questi paesi, e sulla loro stessa stabilità: nessuno dei sei paesi africani con le leadership più longeve è purtroppo una democrazia.

Resta ahimè la Libia. L’Unhcr ha denunciato la chiamata alle armi del governo di Tripoli degli immigrati rinchiusi nelle prigioni. I migranti eritrei e del Sudan, che hanno trascorso molti anni nel servizio militare, costituiscono la milizia ideale. I soldati del governo di al Serraj starebbero loro promettendo la libertà dagli attuali lager libici, in cambio del reclutamento per l’emergenza. Il centro di detenzione per Qaser Ben Gashir, a sud di Tripoli dove sono radunate le milizie della capitale e gli alleati di Misurata, è ormai una caserma. Altri tre carceri per migranti, sempre secondo l’agenzia dell’Onu, sarebbe in atto il reclutamento. Solo a Qaser Ben Gashir si stimano circa 6 mila profughi. L’Irish Time ha riportato dei messaggi di uomini caricati a forza sulle camionette, costretti a «imbracciare armi senza neanche conoscerle». A lungo termine si prospetta il pericolo più pesante per l’Italia: l’arrivo, come già dai dai Balcani dopo le guerre, di stranieri abituati a uccidere in contesti molto degradati e violenti, vivaio per il terrorismo di ogni genere. Francesi, egiziani ed emiratini stanno appoggiando Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. E anche in Libia ci sono giganteschi interessi legati al petrolio e al gas. Il tentativo di mediazione dell’Italia in Libia sembra miseramente fallito. Con l’incumbent di una nuova guerra civile libica che appare sempre più probabile.

(*) Dalle proteste al colpo di stato. Sudan: fine dell’era Bashir, ma la piazza non molla. Camillo Casola | Annalisa Perteghella | 11 aprile 2019

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Alessandro Pellegatta è nato nel 1961 a Milano, dove vive e lavora. Si dedica da anni alla letteratura di viaggio. Per FBE ha pubblicato nel 2009 un libro sull’Iran (Taqiyya. Alla scoperta dell’Iran), mentre per Besa editrice ha pubblicato i reportage Agim. Alla scoperta dell’Albania (2012), Oman. Profumo del tempo antico (2014), La terra di Punt. Viaggio nell’Etiopia storica (2015), Karastan. Armenia, terra delle pietre (2016), Eritrea. Fine e rinascita di un sogno africano (2017), Vietnam del Nord. Minoranze etniche e dopo sviluppo (2018). Il 28 febbraio 2019 uscirà un suo nuovo volume dedicato alla storia dell’esplorazione italiana in Africa intitolato Manfredo Camperio. Storia di un visionario in Africa. Due nuove opere sulla storia del Mar Rosso e di Massaua e sull’Algeria sono al momento disponibili in versione ebook su Amazon Kindle. Partecipa da anni ad eventi e convegni relativi alla cultura di viaggio, e collabora con svariati siti e riviste sui temi legati alle minoranze etniche e la difesa dei diritti dell’uomo.

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