Avviso ai naviganti di terra, di mare e dell’aria: il mondo non inizia e finisce a Capalbio, nel perimetro della cuccia di un cane milionario di nome Orso, o a Porto Cervo, nello spazio tra il bordo piscina e le natiche di un rapper griffatissimo agghindato come Sasha Baron. Il globo è fatto anche di posti in cui a scandire i ritmi di vita non sono gli Spritz o le lancette di un Rolex, ma le bombe, gli spari, gli affanni e le lacrime.

Condividere post e foto a manetta o vestirsi di bianco senza interrogarsi, informarsi o almeno sforzarsi di conoscere e capire, non è solo inutile: è ridicolo. Il confine tra l’informazione e la disinformazione può essere molto labile quando non si hanno gli strumenti adatti per distinguere i fatti dalla propaganda. A ciò si aggiunge il fatto che tanti analisti impomatati stanno alimentando subdolamente la confusione delle responsabilità, sfruttando l’onda emotiva popolare. Il disastro afghano reca la firma in calce degli Stati Uniti. Ieri, oggi e domani.

Mentre il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America prepara nuove veline da affidare ai suoi tanti “megafoni” a due piedi, a Kabul il sangue scorre a fiumi. È salito ad almeno 170 morti e 200 feriti il bilancio dell’attacco bomba dell’Isis-K all’aeroporto di Kabul. Tra le vittime anche 13 Marines. Amaq, l’organo di propaganda dello Stato islamico, ha pubblicato la foto di un uomo identificato come Abdul Rehman Al-Loghri, indicandolo come l’attentatore suicida e magnificandone l’abilità nel “superare tutte le fortificazioni della sicurezza”, arrivando “a non più di cinque metri dalle forze americane”. Daesh ha accusato i Talebani di collaborazionismo con gli americani.

I talebani hanno fatto sapere di “condannare categoricamente quanto accaduto” all’aeroporto di Kabul. “I talebani, impegnati con la comunità internazionale, non permetteranno ai terroristi di usare l’Afghanistan come base per le loro operazioni. Abbiamo avvertito le truppe americane di possibili gruppi terroristici come l’Isis”, si legge nella dichiarazione del portavoce Zabihullah Mujahid.

Il presidente statunitense Joe Biden, sempre meno credibile (e ridicolizzato a Washington dalla “gente che conta”), dopo gli immancabili lacrimoni pieni d’ipocrisia, ha sfoggiato il solito campionario di avvertimenti all’americana: “Noi non vi perdoneremo, non dimenticheremo. Vi perseguiteremo e vi faremo pagare per ciò che avete fatto”. Poi ha ribadito che le operazioni di evacuazione proseguiranno fino al 31 agosto.

Con un raid mirato condotto con un drone nella provincia di Nangahar, fonti militari statunitensi hanno comunicato l’uccisione di una delle menti dell’Isis-K. Il Reaper americano, partito da una base in Medio Oriente, lo avrebbe colpito mentre era a bordo di un veicolo. Un danno minimo per un’organizzazione “fluida” come l’Isis, capace di cambiare rapidamente vertici, quadri ed assetti.

Le notizie sull’Isis-Khorasan, il ramo di Daesh nell’Asia centrale, sono molto frammentarie. Ancora poco chiari sono i suoi rapporti con lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Il gruppo è stato fondato sei anni fa nella provincia sud occidentale pachistana del Balochistan. Dopo alterne “fortune”, a giugno 2020 ha fatto un salto di qualità a livello operativo. Solo nei primi quattro mesi del 2021, la missione Onu in Afghanistan è stata bersaglio di 77 attentati. La maggior parte dei combattenti dell’Isis-K non sono afghani. Provengono dal Pakistan, dal Tagikistan e dall’Uzbekistan.

Quando si parla di Afghanistan e miliziani radicalizzati, non si può in alcun modo trascurare il ruolo dell’ingombrante confinante ad Ovest. Durante la guerra di liberazione contro i sovietici e per tenere sotto controllo la situazione dopo il loro ritiro, le autorità di Islamabad raccolsero nelle madrase pakistane alunni di etnia pashtun. Li armarono, li organizzarono e li addestrarono con il sostegno Usa e i finanziamenti della Cia (che aveva finanziato e sostenuto anche i Mujaheddin). L’ingerenza del governo pakistano e dei Paesi del Golfo, preoccupati di contrastare lo sciismo iraniano, ha portato all’inevitabile ‘wahhabizzazione’ dei Talebani.

I Talebani, che hanno raggiunto una capacità diplomatica di notevole livello, sono divisi in rami indipendenti. Così come è innegabile che alcuni di essi intendano continuare a percorrere la via dell’estremismo più sanguinario (ad esempio la rete Haqqani attiva nelle province di Paktia, Paktika, Khost, Logar e Wardak, il cui quartiere generale è proprio in Pakistan), è altrettanto vero che la maggioranza ci tenga a marcare la distanza da Al Qaeda ed Isis-Khorasan, mai disarticolate in maniera decisiva dall’esercito governativo afghano e dalle forze di occupazione Nato.

Dal Pakistan potrebbero dipendere anche gli equilibri futuri dell’Afghanistan. Islamabad ha stretto, non da oggi, solidi rapporti con Russia e Cina, i due membri più influenti della costituenda coalizione internazionale di cui i talebani hanno assoluto bisogno per restare alla guida del Paese. A patto abbandonare la strada della violenza e del fanatismo. Spiragli di dialogo sembrano potersi aprire anche con l’Iran, a cui gli studenti avrebbero promesso di rispettare i diritti dei fedeli sciiti in Afghanistan.

Prospettiva, questa, che non piace per niente ai gruppi talebani pakistani (alleati dell’Isis e sostenuti, a quanto pare, dai servizi segreti indiani) che, dopo aver recentemente intensificato le loro azioni di sabotaggio contro il corridoio strategico sino-pakistano, sono pronti ad alzare il tiro.

Uno scenario complesso, con degli equilibri mutevoli e verità troppo indigeste da mandar giù. Come un’oliva amara dentro un drink, in un mondo che non è solo Borat ma anche Kabul.

Ernesto Ferrante
Giornalista professionista, editorialista, appassionato di geopolitica