Nel settembre del 1970, un memorandum declassificato della CIA recitava così: “Il presidente Nixon ha deciso che il regime di Allende in Cile non è accettabile per gli Stati Uniti. Il presidente ha chiesto all’agenzia di impedire il governo Allende o di destituirlo”. Nella fattispecie, si trattava del Progetto Fubelt, nato per sbarazzarsi definitivamente del governo democraticamente eletto di Salvador Allende.

Ma non è su questo che vogliamo focalizzare l’attenzione: i fatti storici sono stati ampiamente disvelati, spesso proprio da quella parte geopolitica ed ideologica che ne era fautrice, e con palese, dichiarato compiacimento, dato che ormai il “pericolo comunista” in America Latina era stato sventato a suon di oppositori politici torturati e buttati ancora vivi in mare dagli elicotteri dell’esercito cileno, con la garanzia dell’impunità per i mandanti e vincitori storici e morali. Incluso quell’ Henry Kissinger, l’Andreotti a stelle e strisce, che, ormai vicino ai 100 anni, conferma la natura faustiana dei soggetti più oscuri e amorali.

Ritorniamo a noi, e concentriamoci sulla citata frase “regime di Allende”. Curioso ossimoro, col senno di poi. Eppure esistono numerosi articoli e documenti dell’epoca (nonchè di epoca moderna) che la contengono, anche se prevalentemente di fonte euroatlantica conservatrice. A distanza di 50 anni, è chiaro a tutti che Allende fu destuitito con un golpe militare, eppure pare proprio che per parecchi media fosse lui a essere un dittatore, nonostante fosse stato democraticamente eletto.

Oggi il giochino si ripete. In ogni telegiornale, incluso il sordido teatrino sorosiano della terza rete globo-liberista italica, la magica parolina “regime” ritorna puntualmente in uso da parte di inviati “embedded” fino al midollo. Solo che questa volta, al posto del “regime di Allende”, c’è il “regime di Maduro”, un regime che curiosamente è andato al potere con oltre il 65% dei voti in elezioni considerate regolari dalla Jimmy Carter Foundation. Ovvero da una fondazione americana, con buona pace degli apologeti della democrazia farlocca versione export obbligatoria. Ma tant’è.

Se andiamo a guardare le cronache dell’epoca, vengono i brividi. Anche Allende era stato screditato con una campagna di stampa volta a far passare lui per dittatore. La dialettica “libertaria” contro lo pseudo-usurpatore di libertà di turno si era svolta con le medesime modalità. Lo strangolamento e il sabotaggio dell’economia, in modo da creare scontento nella popolazione. La creazione di “movimenti democratici” interni volti a causare il caos. E, naturalmente, un’ incredibile serie di fake news e/o di trappole montate ad arte (il caso di Alejandrina Cox, poco prima della presa di potere definitiva di Pinochet, fu un esempio eccellente di come la creazione di una “vittima a priori”, tipicamente rappresentante di una categoria “indifesa”, possa screditare l’obiettivo preso di mira e cambiare le carte del consenso).

E’ di questi giorni la notizia di un blackout gigantesco in tutto il Venezuela, eppure non è certo l’unico nella storia dell’America Latina, e anche qui si può fare un paragone con il Cile, dove nel 2011 ce ne fu uno che lasciò per giorni senza luce dieci milioni di cileni, con tutte le conseguenze del caso. Allora la stampa italiana non ne fece menzione. Nella vivace dialettica antimadurista attuale, invece, una ragazza morta per l’arresto del suo respiratore privo di corrente elettrica diventa una vittima del “regime di Maduro”. In un sistema informativo sano, basterebbe una minima volontà di ricerca per scoprire che prima di lei ci sono state migliaia di vittime senza nome, uccise dalla povertà o dall’assenza dello Stato e dei suoi servizi. Nel 1995, la povertà assoluta in Venezuela sotto il governo di Rafael Caldera Rodriguez aveva raggiunto quasi il 45%, una cifra assolutamente aberrante per un Paese del “mondo civilizzato”. Possiamo immaginare quante altre persone malate, prima di quella ragazza, siano morte per negligenza e malfunzionamenti di apparecchiature. Eppure la dialettica di quegli anni non parlava mai di un “regime” sanguinario e affamatore.

Dieci anni dopo, in piena era chavista, il tasso di povertà era calato al 10%. Ma si sa, per la dottrina ultraliberista, il benessere orizzontale di massa è un tabù, e chi lo promuove è un eretico da bruciare nella pubblica piazza. Insomma, nulla cambia nella narrazione mainstream. L’unica differenza rispetto al passato, è che non c’è più bisogno dei militari per effettuare un golpe. Guaidò, del resto, è l’ennesimo prodotto dei think tank da campus euroatlantico: giovane, fotogenico, e vendibile come il Davide pulito della “società civile” contro il Golia sporco e cattivo del “regime”. Basta con generali baffuti, pieni di medaglie e avanti con l’età, il motto d’ordinanza per effettuare un cambio di governo, è: largo ai giovani in camicia bianca. Ma non sempre ciò è possibile, e lo dimostrano, davanti ai tentativi falliti di rivoluzione colorata, le minacce di intervento militare della “fabbrica di democrazia”. Anche se la storia insegna che can che abbaia non morde: gli scenari sono comunque mutati in questi decenni, anche se a Washington sembrano non accorgersene, almeno a livello mediatico.

Comunque, la telenovela con l’attore Guaidò nei panni del pretendente buono e scelto dalla famiglia continuerà a lungo, fino alla sua sostituzione con altra controfigura similare. Del resto, il suo sosia francese all’Eliseo sta lavorando alacremente per mantenere il proprio ruolo all’interno del serial mondialista, facendosi intervistare da lacchè nostrani nel su citato teatrino post-progressista della terza rete, e, nel contempo, silenziando le sommosse nel suo paese a forza di censura e di manifestanti mutilati con granate esplosive.

Quindi, dopo Macron, aspettiamoci di trovare su Rai3 anche Guaidò. Il futuro “eroe della rivoluzione” contro il “regime”. Naturalmente, non il suo.

Filippo Redarguiti

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