Umbria: sbanca la Lega
Salvini a Umbertide nel 2016. ©Corriere dell'Umbria

Che la visita a Perugia di giovedì scorso dei tre presidenti di Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, Attilio Fontana, Luca Zaia e Massimiliano Fedriga, fosse in un certo senso premonitrice lo avevano ipotizzato in molti. Eppure, nessuno avrebbe potuto immaginare che appena 72 ore dopo gli umbri avrebbero risposto alla chiamata alle urne del leader leghista Matteo Salvini in modo così netto e partecipato. Già all’uscita del primo exit poll, poco dopo la chiusura dei seggi, era chiarissima l’indicazione del trend che sarebbe poi stato confermato durante la notte: Donatella Tesei, col 57,55% dei consensi, diventa la prima presidente di centrodestra a guidare la Regione Umbria dopo cinquant’anni ininterrotti di sinistra, battendo nettamente lo sfidante Vincenzo Bianconi, imprenditore civico, fermo al 37,48%, chiamato a rappresentare la coalizione approntata da Partito Democratico e Movimento Cinquestelle per tentare di riprodurre in versione locale il patto di governo realizzato a Roma sotto il segno del Conte-II.

Terra “rossa” sin dall’immediato dopoguerra, al pari di Emilia-Romagna e Toscana, il piccolo Cuore d’Italia diventa così “verde” anche sul piano politico, in virtù di quel 36,95% ottenuto dalla Lega, che fa del Carroccio la prima forza politica regionale, davanti ad un Partito Democratico in caduta libera, al 22,3% dal 35,75% delle Regionali 2015. Tuttavia, il successo del centrodestra, e in particolare della Lega, non è una sorpresa. Già alle Politiche del 2018, nella Circoscrizione Umbria, quella stessa coalizione aveva ottenuto il 36,78% dei consensi, conquistando tutti e cinque i collegi di Camera e Senato. Alle ultime Europee dello scorso maggio, poi, la Lega aveva raggiunto il dato-record del 38,18% che ha fatto dell’Umbria la quarta regione più “salviniana” d’Italia alle spalle delle roccaforti leghiste di Veneto, Lombardia e Friuli-Venezia Giulia.

Romizi: effetto domino

Il dato su cui lo stesso commissario umbro PD, Walter Verini, ha invitato a riflettere nella nottata di ieri è ancora più profondo e riguarda la dimensione strettamente locale. Ormai da almeno cinque anni, il vento in Umbria aveva cominciato a cambiare direzione. Già tra il 2009 e il 2010, l’allora Lega Nord era riuscita a piazzare un consigliere nella Provincia di Perugia (ente al tempo ancora eletto a suffragio universale) e un altro in Regione, cominciando a prendere confidenza con la pratica istituzionale fino ad allora sconosciuta da quelle parti, malgrado una discreta presenza sul territorio, in particolare fra Perugia e l’Altotevere. Poi, nel 2014 è successo l’impensabile. Dopo almeno un decennio di ridimensionamento industriale ed un dilagare di microcriminalità, legata principalmente allo spaccio di droga, Perugia, roccaforte “rossa”, sebbene a guida socialista per tutta la Prima Repubblica e poi diessina-piddina nella Seconda, cade al secondo turno delle Comunali, dove Andrea Romizi, giovane esponente di Forza Italia, alla guida di una coalizione di centrodestra e civici, ribalta i rapporti di forza del primo turno, sconfiggendo il sindaco uscente Wladimiro Boccali con un netto 58% a 42%.

Secondo molti osservatori locali, quel risultato rappresenta ancora oggi il simbolico spartiacque tra il “prima” e il “dopo”, il crocevia verso l’inesorabile crollo di un sistema di potere ormai logoro, pesantemente caratterizzato da reti clientelari che avevano persino normalizzato, nella comune percezione, l’idea di utilizzare – almeno in parte – gli enti pubblici e parapubblici come bacini di consenso elettorale. L’anno dopo, il centrosinistra, impaurito dal voto nel capoluogo, evita la debacle alle Regionali battendo di poche lunghezze (42,78% a 39,27%) il centrodestra del candidato civico Claudio Ricci, senza tuttavia riuscire a fermare l’avanzata della Lega, primo partito di opposizione con il 13,99% dei consensi.

Nel 2017, prima cade Todi, dove al ballottaggio si afferma Antonino Ruggiano, e poi vengono arrestati il Sindaco PD di Terni, Leopoldo Di Girolamo, e l’Assessore ai Lavori Pubblici, Stefano Bucari, accusati di aver manipolato una serie di gare d’appalto a favore di alcune cooperative sociali. Otto mesi dopo, il Comune di Terni viene commissariato da Roma, accertando un disavanzo di oltre 56 milioni di euro che conducono in breve tempo allo stato di dissesto. Le Amministrative della primavera 2018 nella città dell’acciaio sono una specie di resa dei conti: il centrosinistra non riesce nemmeno ad accedere al ballottaggio, dove il leghista Leonardo Latini batte nettamente il grillino Thomas De Luca con il 63,42% dei voti. In occasione di quella stessa tornata elettorale, il secondo turno, sebbene in maniera molto meno netta, arride anche al centrodestra spoletino: nella città del Festival dei Due Mondi, il forzista Umberto De Augustinis batte in volata Camilla Laureti col 50,27%. Tuttavia, il risultato più clamoroso dal punto di vista simbolico arriva da Umbertide, storica roccaforte comunista, definita per decenni la “Piccola Russia”, nella quale il leghista Luca Carizia sconfigge al secondo turno la candidata PD Paola Avorio con il 62,51%.

Nemmeno un anno dopo scoppia l’inchiesta Sanitopoli: Gianpiero Bocci, segretario regionale PD, e Luca Barberini, assessore regionale PD alla Sanità, finiscono ai domiciliari assieme al direttore generale dell’Azienda Ospedaliera di Perugia, Emilio Duca. La presidente di Regione Catiuscia Marini risulta indagata assieme ad altri dirigenti sanitari. Il processo è ancora in corso ma le intercettazioni telefoniche e ambientali, finite su tutti i principali organi di stampa, sembrerebbero lasciare poco spazio all’interpretazione. Secondo quanto scritto nell’ordinanza del Gip di Perugia, circolata in quei giorni, l’ipotesi è quella di aver «condizionato illecitamente» alcuni concorsi di assunzione in sanità «mediante reiterati reati di rivelazione di segreti d’ufficio, falso ideologico in atto pubblico e abuso d’ufficio compiuti mediante la comunicazione a terzi interessati delle tracce d’esame, e inoltre indirizzando la Commissione in ordine alle valutazioni da assegnare ai candidati». È, di fatto, il colpo di grazia sull’immagine del PD umbro.

Le Amministrative e le Europee del maggio seguente diventano così l’ennesimo bagno di sangue politico per il partito. Perugia riconferma al primo turno Andrea Romizi con il 59,8% dei consensi mentre Foligno, terza città della regione, cade al ballottaggio dopo 74 anni eleggendo il leghista Stefano Zuccarini con il 55,99% dei voti. Identica sorte per Marsciano, altra roccaforte “rossa”, dove Francesca Mele trionfa col 63,47%, e per Orvieto, dove Roberta Tardani conquista il 57%. Conferme per il centrodestra arrivano poi da due significativi centri produttivi, Bastia Umbra e Torgiano, da Montefalco, dove Luigi Titta, vicesindaco dell’uscente Donatella Tesei, raccoglie il 68,99% dei voti, e da Norcia, dove viene premiato il forzista Nicola Alemanno, sindaco uscente. Al centrosinistra restano i feudi di Castiglione del Lago e di Gubbio. Nella città dei Ceri, comunque, il Partito Democratico, presentatosi da solo, non arriva nemmeno al ballottaggio, sconfitto al primo turno da Filippo Mario Stirati, sostenuto da socialisti e civici, poi vittorioso nel confronto finale con il candidato di centrodestra Marzio Presciutti Cinti.

Un sistema fuori dal tempo

Da decenni fortemente amplificata nelle regioni “rosse”, una certa modalità elargitiva di concepire la macchina amministrativa è stata a lungo presentata come forma di welfare nel quadro del cosiddetto “socialismo appenninico”. Tale pratica, in realtà, del socialismo rappresentava quasi soltanto la forma più deteriore, cioè l’assistenzialismo e, più in generale, l’idea – chiaramente sbagliata ed anacronistica – che fosse il pubblico, direttamente, e dunque la politica, a dover creare posti di lavoro ancor prima delle imprese.

Il sistema cominciò a viziarsi in Umbria già durante gli anni Ottanta, nella fase del ridimensionamento industriale, quando si ritenne di dover riorientare massicciamente l’occupazione verso l’impiego pubblico e le nascenti cooperative di servizi, legate a doppio filo alla politica. Nel settore privato, invece, molte piccole e medie aziende, scarsamente supportate dalle istituzioni, fecero fatica ad innovarsi, persino alcuni nomi importanti del passato furono costretti a chiudere i battenti, a vendere i propri marchi o a ridurre notevolmente la manodopera. Sul fronte dei servizi, negli anni Duemila, con la crisi dell’edilizia, commercio e turismo hanno cercato di trainare un’economia sempre più in affanno ma hanno dovuto fare i conti con il pesante deficit infrastrutturale, da un lato, e la sostanziale incapacità della politica di promuovere adeguatamente un territorio a fortissima vocazione turistica, dall’altro. L’ultimo allarme è arrivato da Unioncamere circa un mese fa, in relazione al secondo trimestre di quest’anno, quando anche il turismo ha fatto segnare un arretramento (-4,7%), compromettendo la ripresa registrata nel 2018, dopo il crollo degli ingressi nel 2017 a causa del sisma dell’anno precedente.

Temi centrali in questa campagna elettorale, l’economia e il lavoro rappresentano ormai la vera emergenza in una regione che, nel corso degli ultimi vent’anni, ha subito un arretramento estremamente preoccupante in termini di produttività e benessere. Tra il 2000 e il 2016, il PIL pro-capite umbro è passato dal 116% all’83% della media europea, perdendo cioè 33 punti percentuali in soli sedici anni. In termini Eurostat, l’Umbria è così passata dallo status di “regione sviluppata” a quello di “regione in transizione”, spostandosi cioè dai livelli del Centro-Nord a quelli del Sud. Più nel dettaglio della crisi, tra il 2007 e il 2016, l’Umbria ha bruciato il 18,5% del suo PIL.

L’impatto sociale di questa vera e propria nemesi aziendale ha aumentato in modo decisivo la disoccupazione o, in altri casi, ha alimentato forme di lavoro particolarmente precarie e sottopagate come quello “a chiamata”. L’ultimo allarme in questo senso è arrivato lo scorso 5 ottobre da Ires CGIL sulla base dei dati dell’Osservatorio Nazionale sul Precariato dell’INPS. Nell’articolo a firma Mario Bravi, pubblicato da Umbria24, emerge che, nel secondo trimestre di quest’anno, la regione è risultata la prima in Italia per crescita dei contratti di lavoro a chiamata (+20,7% contro un dato nazionale del +9,9%). Nel primo trimestre 2019, invece, la disoccupazione complessiva in Umbria ha raggiunto quota 10,4%, in aumento rispetto al 9,2% registrato nel 2018, quando il dato giovanile era fermo al 31,1%. Più in generale, tra il 2016 e il 2018, le domande di disoccupazione (NASpI) in Umbria sono aumentate del 13,12%.

Cuore verde isolato

Altro capitolo del dibattito di questa campagna elettorale è stato quello delle infrastrutture, argomento da sempre a cuore dei cittadini di una regione storicamente isolata ed esclusa dalle grandi arterie di comunicazione. Ad eccezione di un breve tratto posizionato all’estremità occidentale del territorio regionale, tra i comuni di Fabro e Attigliano, dove scorrono parallelamente l’A1 e la TAV, l’Umbria non ha autostrade né ferrovie all’altezza della situazione. La statale SS3bis (E45) è l’unica “grande” arteria che collega da nord a sud il territorio umbro ma è obsoleta, spesso soggetta ad interventi di manutenzione e costantemente congestionata dal transito di autoarticolati, che ne sfruttano il percorso gratuito tra Orte e Ravenna. Gran parte delle linee ferroviarie che transitano nella regione sono a binario unico mentre altre – che avrebbero potuto essere recuperate in chiave turistica o di trasporto pubblico locale – sono state addirittura dismesse e divelte in tempi diversi, come la Ellera-Tavernelle o la Spoleto-Norcia.

I cantieri per la Perugia-Ancona, per la SS73 bis, ovvero il tratto umbro-marchigiano della più ampia E78 Grosseto-Fano, per il tratto Terni-Spoleto della SS3 Flaminia, per il raddoppio ferroviario tra Spoleto e Campello sul Clitunno, per il rifacimento dei binari lungo le tratte Sansepolcro-Città di Castello e Perugia PSG-Terni dell’ex Ferrovia Centrale Umbra (per altro ancora lentissima e assolutamente non competitiva nel tratto riaperto un anno fa tra Città di Castello e Perugia PSG) sono ormai aperti da molti anni in attesa del completamento dei lavori, tra gli imbarazzi della politica locale e la sostanziale indifferenza del governo centrale.

Il Frecciarossa – fatto arretrare dalla stazione di Arezzo – che da un anno e mezzo collega Perugia con Milano e Torino – soluzione cui la giunta uscente si era sempre opposta fino a cedere in extremis a pochi mesi dalle Politiche del 2018 – ha registrato un buon successo di utenti ma resta proibitivo per gran parte del territorio regionale a causa degli orari di partenza (5.13) e di rientro (22.18). Bene, inoltre, per chi deve uscire da Perugia, ma male per chi deve raggiungere Perugia dal Nord come imprenditori, turisti e studenti. Arrivare da Perugia a Roma e viceversa, poi, può diventare quasi un viaggio della speranza, che comincia con gli oltre 500 metri da percorrere a piedi per arrivare al binario 1-Est, isolato in un’area esterna della Stazione Termini, e prosegue a bordo di convogli regionali “veloci” che fermano in almeno dodici località prima di arrivare a destinazione nel capoluogo umbro. Estremamente problematica, nel corso degli ultimi anni, anche la gestione dell’Aeroporto Internazionale di Perugia-Assisi, con una programmazione di voli frammentata, instabile e deludente.

Umbria, quarta gamba… del Nord

A differenza di Emilia-Romagna e Toscana, l’Umbria è stata duramente penalizzata dalla sua posizione geografica – incuneata nell’entroterra centrale e dunque estromessa dalle dorsali tirrenica ed adriatica – dalla sostanziale indifferenza della politica centrale e dalla scarsa capacità della politica locale di incidere nei palazzi di Roma, tanto vicina territorialmente (170 km da Perugia e 100 km da Terni) quanto lontana politicamente.

Dai banchi dei tanti esecutivi che si sono succeduti dal dopoguerra in avanti, i rappresentanti del governo non hanno mai guardato con vero interesse a questo territorio. Ultime in ordine di tempo sono giunte le considerazioni del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che, in un’infelice uscita pubblica a Perugia, ha paragonato l’Umbria alla Provincia di Lecce per sottolinearne l’insignificanza politica, mortificando in un sol colpo sia gli umbri che i salentini. Ostilità politiche fortemente radicate nel passato – dagli Etruschi alle insurrezioni contro lo Stato pontificio – oppure semplice indifferenza? Forse un insieme delle due cose. Fatto sta che nel successo di Donatella Tesei in Umbria c’è indubbiamente anche un po’ della “vecchia” Lega, della sua avversione al centralismo e delle storiche battaglie per il riconoscimento di quei territori interni che – per varie ragioni – si sono sentiti schiacciati dalla partitocrazia e fortemente trascurati rispetto ai grandi centri del Paese.

Come hanno ricordato i tre governatori del Nord giovedì scorso, l’Umbria ha tutte le carte in regola – industriali, agricole e turistiche – per poter ricostruire un suo tessuto produttivo ed una sua dignità amministrativa, ma è evidente che serviranno diversi anni di duro lavoro per rimediare ai disastri del passato e per restituire efficienza, competitività e attrattiva a questo territorio. Ora, per la piccola Umbria comincia una fase nuova. Salvini, Fontana, Zaia e Fedriga hanno lasciato intendere di voler invitare Donatella Tesei nel “circolo buono” dei governatori leghisti, dove l’Umbria, tuttavia, non potrà fare altro che entrare come un bambino al Luna Park, ammaliato e pieno di speranze, ma ancora troppo piccolo per salire sulle giostre più grandi.

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