In principio furono Russia, India e Cina, quindi venne il Brasile, dopodiché giunse il Sudafrica e adesso l’elenco di quanti vorrebbero entrare a far parte del club dei BRICS è parecchio lungo, anche se in Italia pochi lo sanno. Come pochi sapevano che in questi giorni a Ufa era in corso il vertice dei BRICS e dell’Organizzazione per la Sicurezza di Shanghai. In tali consessi erano rappresentati quasi metà degli abitanti del pianeta e gli Stati presenti vantano un PIL (in costante crescita nonostante tutto e tutti) e risorse naturali quanto meno eguali a quelle del “Mondo occidentale”. Ed è proprio facendosi forza di questa ignoranza che è possibile il controllo politico, militare e culturale degli Stati Uniti d’America e della tecnocrazia dell’UE nei confronti dei cittadini/sudditi, come ha evidenziato Alessandro Di Battista, vice-presidente della Commissione Affari Esteri e Comunitari nonché esponente di spicco del Movimento 5 Stelle. Nella cornice della Nuova Aula del Palazzo dei Gruppi Parlamentari a Roma, infatti, i pentastellati hanno organizzato stamane un convegno di politica estera in cui non si è ribadita fra mille distinguo e cento distinzioni l’appartenenza o per meglio dire la soggezione del Bel Paese al sistema internazionale a stelle e strisce. Si è parlato di attualità e di futuro, di quel nuovo ordinamento mondiale che sta prendendo corpo tra Stati una volta considerati emergenti e oggi ormai potenze consolidate a livello regionale e strettamente collegate nello scenario globale. Primo ospite del convegno, quasi in continuità con la precedente iniziativa svolta dai 5 Stelle riguardante la politica estera e dedicata all’ALBA ed agli sviluppi geopolitici in America indio-latina, è stato Leandro Zenni Estevão, consigliere politico dell’Ambasciata brasiliana in Italia, che ha relazionato in merito al ruolo che il suo Stato svolge all’interno dei BRICS.

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A partire dal summit di Fortaleza dell’anno scorso, nel corso del quale vennero gettate le fondamenta per la Banca di Sviluppo dei BRICS, destinata a raggiungere una capitalizzazione di 100 miliardi di dollari statunitensi al fine di sostenere i governi che vogliono sottrarsi alle imposizioni usuraie del Fondo Monetario Internazionale, e per il Dispositivo di Riserva, un fondo di sicurezza forte di altri 100 miliardi di dollari, al quale possono attingere i Paesi membri qualora vengano travolti da offensive finanziarie e speculative. Si tratta di due strumenti attraverso cui i cinque soci fondatori intendono proseguire nel loro cammino verso un mondo multipolare. Ricollegandosi al deficit di informazione rilevato da Di Battista in apertura, Andrey Klimov, vice presidente della Commissione Affari esteri del Senato russo, ha informato l’ampio e qualificato pubblico che grazie alle sanzioni decise dall’UE contro Mosca il commercio italo-russo è crollato del 20%, laddove gli Stati Uniti hanno implementato del 15% i propri traffici con la Russia. Ricordando come a margine di una sessione dell’ONU nel 2006 fu proprio il presidente russo Vladimir Putin a lanciare il progetto BRIC (collegandosi alla lungimirante definizione dell’economista Jim O’Neill), l’oratore ha ricordato che oggi i cinque membri interagiscono non solo sul piano finanziario, ma anche su quello commerciale e sindacale. Enumerando i primati macroeconomici e demografici caratterizzanti tale nuovo soggetto internazionale, Klimov si è chiesto come può una minoranza (leggasi il “mondo occidentale”) isolare una maggioranza: la risposta che si è dato è che si tratta di “un problema medico, non economico”. Ha inoltre tenuto a specificare che le strutture che i BRICS si stanno dando nascono non per pregiudizievole antagonismo, bensì dalla decisione degli statunitensi e dei loro alleati di non riformare le obsolete strutture economiche collegate a Bretton Woods.

Tang Youjing, consigliere politico dell’Ambasciata cinese, invece, ha evidenziato l’impegno di Pechino nello sviluppare il tragitto della Nuova Via della Seta e nella creazione della Banca Asiatica per gli Investimenti e le Infrastrutture (AIIB). Si tratta di un tracciato di 7.000 kilometri che tra Asia, Africa ed Europa collegherà quasi 3 miliardi di esseri umani e di una nuova colossale banca capace di intervenire per garantire lo sviluppo in Asia laddove le diramazioni del FMI erogano con il contagocce esosi contributi. Ma ha pure evidenziato i campi in cui Italia e Cina, ricorrendo nel 2015 i quarantacinque anni dell’apertura dei rapporti diplomatici fra Roma e Pechino, possono interagire efficacemente: nel coordinamento delle politiche indirizzate alla pace e alla stabilità, nella costruzione delle infrastrutture della Via della Seta, nell’agevolare i traffici tra i due estremi di questa storica via di comunicazione fra i popoli, nell’ambito culturale per la reciproca conoscenza (il padiglione cinese all’Expo è secondo solo a quello della Germania e sempre più numerosi gli italiani che studiano nei Centri Confucio) e nella collaborazione in seno all’AIIB, alla quale in effetti l’Italia ha già aderito, con gran disdoro di Washington.

Il consigliere politico dell’ambasciata sudafricana Zakhele Mnisi ha illustrato come il Sudafrica non rappresenti solo se stesso nel consesso del BRICS, ma sia in effetti il portavoce di tutto il Continente Nero, un continente che dopo la colonizzazione ha dovuto pure subire i danni del neocolonialismo ed ora cerca di realizzare i tanto declamati principi di autodeterminazione dei popoli liberandosi dai legami debitori a tassi usurai con le ex potenze coloniali. Quando i BRICS parlano di riformare l’ordine mondiale, essi pensano soprattutto all’Africa ed al suo potenziale, al bisogno di infrastrutture e di interventi concreti che avviino lo sviluppo sostenibile ed è per questo che in seno alla Banca per lo Sviluppo il Sudafrica ha chiesto e ottenuto un ufficio dedicato appositamente alle problematiche africane. Un appassionato intervento di Carlo Sibilia, segretario grillino della Commissione Affari esteri e comunitari, ha concluso la prima sessione dei lavori. Il deputato pentastellato ha ricordato come il suo gruppo parlamentare abbia presentato richieste di sospensione delle sanzioni alla Russia ed ha stigmatizzato il fatto che nessun esponente di governo abbia espresso un interessamento nei confronti del vertice di Ufa.

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È così toccato ad un partito di opposizione informare l’opinione pubblica, anche per presentare una partnership grazie alla quale si potrebbe rimediare ai danni compiuti dagli “euroinomani”, come ha definito i fan sfegatati ed acritici del feticcio rappresentato dall’Euro e dalle pessime istituzioni comunitarie. Dopo aver indicato Enrico Mattei come simbolo della capacità italiana di dialogare autonomamente con i paesi in via di sviluppo, l’onorevole ha concluso la sua appassionata allocuzione con le parole del capo di Stato burkinabè Thomas Sankara, il quale sostenne, prima di venire eliminato, che le masse popolari europee ed africane avevano un comune nemico: l’imperialismo finanziario del debito. Altrettanto caloroso ed appassionato è stato l’intervento del professor Luciano Vasapollo: ricordando le proprie radici marxiste, il docente di economia all’Università La Sapienza di Roma ha tuonato contro la sinistra italiana, che si è schierata dietro Renzi sostenendo la sua opera di distruzione del tessuto sociale ed economico nazionale, dopo che già Massimo D’Alema aveva condotto l’ex PCI a sostenere la creazione di un “polo imperialista europeo germanocentrico”.

Deindustrializzazione, precarizzazione, delocalizzazione e dimezzamento del potere d’acquisto con l’entrata in vigore dell’Euro: ecco gli effetti della dittatura economica e finanziaria che promana da Bretton Woods ed ancora oggi fa sentire i suoi nefasti effetti nei confronti dei cosiddetti PIIGS. Di fronte a tale sfacelo, non solo i BRICS sono un’alternativa possibile, bensì pure gli Stati sudamericani dell’ALBA: Argentina ed Ecuador ripudiando il debito da strozzino al quale soggiacevano hanno recuperato le risorse per assicurare lo sviluppo sociale e riavviare il ciclo economico. Il suo collega dell’ateneo di Barcellona Ramon Franquesa ha ricordato gli interessi USA nella ricostruzione europea del dopoguerra attraverso il Piano Marshall, avviato nella cornice della guerra fredda, laddove l’indebitamento insostenibile dei paesi africani e sudamericani ha originato un circolo vizioso dal quale si può uscire solamente facendo ricorso a strumenti finanziari alternativi, come quelli che il BRICS va perfezionando. Il docente di materie economiche ha ricordato l’ipocrisia di Jean-Claude Juncker, che oggi tuona contro la Grecia invocando austerità senza pensare alle ricadute sociali di siffatte politiche, ma da Primo Ministro del Lussemburgo favorì l’evasione fiscale delle imprese europee che come quelli che il BRICS va perfezionando. Il docente di materie economiche ha ricordato l’ipocrisia di Jean-Claude Juncker, che oggi tuona contro la Grecia invocando austerità senza pensare alle ricadute sociali di siffatte politiche, ma da Primo Ministro del Lussemburgo favorì l’evasione fiscale delle imprese europee che prendevano sede nel piccolo Stato. Leonidas Vatikiotis, giornalista ed economista greco che aveva azzeccato immediatamente quale sarebbe stato l’esito del referendum ellenico di domenica scorso, adesso osserva preoccupato le mosse di Tsipras. Di fronte alle imposizione dell’eurocrazia, infatti, il governo sembra costretto ad avviare politiche economiche di austerità andando contro il volere degli elettori e tanto il partito Syriza quanto la Grecia intera sono spaccati fra chi sostiene la linea dura e chi ritiene inevitabile arrendersi ai diktat. Le alternative a quest’ultima opzione non mancherebbero: la nazionalizzazione delle banche, la cancellazione unilaterale del debito pubblico, l’uscita dall’euro con la contestuale riconquista della politica monetaria e la creazione di una comunità economica euromediterranea. È stato il capogruppo grillino in Commissione esteri, Manlio Di Stefano, a concludere l’intensa mattinata, ribadendo come il suo movimento non sia aprioristicamente filoamericano o filorusso, bensì filoitaliano e in quanto tale si impegna per promuovere una politica estera attenta alle necessità nazionali e dei cittadini, senza preconcetti e pregiudizi. In questa fase storica, insomma, la sudditanza agli Stati Uniti d’America ed alle istituzioni eurocratiche può essere superata solamente sposando il progetto di un mondo multipolare attorno al magnete geopolitico rappresentato dai Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e le strutture internazionali che vanno edificando.

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