Lo scorso primo luglio il noto e diffuso giornale italiano “Il Fatto Quotidiano”, legato a figure come Peter Gomez e Marco Travaglio e sostenitore di una linea politica “giustizialista” in patria e “atlantista” all’estero, già sostenitore dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e successivamente avvicinatosi al Movimento 5 Stelle, è uscito con un articolo denuncia contro la Cina, riproponendo uno dei cavalli di battaglia più cari alla setta Falun Gong (e non solo), da sempre in lotta contro le autorità di Pechino: il prelievo forzato degli organi ai detenuti politici.

L’articolo si basa sulle informazioni emesse dal China Tribunal, presentato come “un organo indipendente istituito a Londra lo scorso anno per accertare l’attendibilità delle rassicurazioni con cui dal 2015 Pechino sostiene di aver bandito il prelievo degli organi dai condannati”. Fin qui tutto bene, ma cos’è più esattamente il China Tribunal? Nella sezione “Chi Siamo” del sito di questo organismo troviamo alcuni nomi che ben evidenziano la sua natura nettamente “atlantista”, di piena adesione al cosiddetto “Washington consensus” e quindi filo-USA, filo-UE e filo-NATO. A guidarlo è Sir Geoffrey Nice, avvocato professionista sin dall’ormai lontano 1971, nonché professore di diritto fra il 2012 e il 2016, che ha vestito i panni di accusatore nel processo istruito dalla Corte Penale Internazionale contro l’ex presidente serbo Slobodan Milosevic. La svizzera Carla Del Ponte, in quell’occasione, vestiva i panni del giudice, e come sappiamo quel processo, basato su una montagna di prove fabbricate come quelle che erano state utilizzate per giustificare l’attacco alla Yugoslavia, si concluse con un nulla di fatto, dopo che lo stesso imputato era morto in circostanze non chiare. Già questo dovrebbe bastare a farci riflettere sulla serietà di un uso politico e strumentale della giustizia, finalizzato esclusivamente a fare gli interessi di una ben precisa potenza dominante (contro cui però la stessa CPI, di cui quella stessa potenza ha voluto la fondazione, non può indagare o procedere) e dei suoi vari vassalli, valvassini e valvassori.

Un altro significativo esempio di come la CPI e i suoi membri abbiano fatto non giustizia ma persecuzione e delegittimazione politica è data dal caso dell’ex presidente ivoriano Laurent Gbagbo, catturato dai francesi dopo che con motivazioni ben presto rivelatesi pretestuose ne avevano invaso il paese deponendolo. Semplicemente, Gbagbo non era l’uomo che la Francia di Nicolas Sarkozy voleva alla guida della Costa d’Avorio, sua vecchia colonia, perché la sua politica confliggeva con gli interessi francesi. Così fu portato al cospetto della CPI dove rimase per anni, salvo poi essere rilasciato dopo che, nuovamente, era stata dimostrata l’inconsistenza e persino la falsità delle accuse costruite a suo carico.

Altre figure rilevanti nel “board” del China Tribunal sono l’attivista malese per i diritti umani Andrew Khoo, la sua omologa statunitense Regina Paulose, o ancora l’uomo d’affari Nicholas Vetch, particolarmente attivo nel settore delle ONG, per concludere con due personalità specializzate nell’attivismo anti-iraniano di stretta osservanza come Hamid Sabi e Shadi Sadr, senza infine dimenticare il professor Martin Elliott, medico specialista in trapianti, che in questo particolare caso avrà intuibilmente fornito le sue competenze.

Il verdetto con cui questo organismo ha accusato la Cina di continuare a praticare il prelievo forzato degli organi dai detenuti è stato emesso il 17 giugno, venendo immediatamente rilanciato dalla stampa anglosassone nota, nella stragrande maggioranza dei casi, per la sua viscerale ostilità a qualsiasi rivale strategico, economico e geopolitico del “loro” Occidente: in questo caso la Cina, ma in altri la Russia, oppure l’Iran, o ancora Cuba o il Venezuela, la Corea del Nord o qualche altro “Stato canaglia”. In Italia la notizia è approdata circa cinque giorni dopo, e fra i primi a pubblicarla, se non proprio il primo in assoluto, è stato il giornale italiano (ma disponibile anche in altre lingue) Bitter Winter, specializzato in diritti umani e libertà religiosa in Cina e noto per la sua linea editoriale marcatamente ostile al governo di Pechino, al punto da difendere sette come il Falun Gong o ancor più la Chiesa di Dio Onnipotente, oltre a scrivere abbondantemente delle “persecuzioni” inflitte dal governo cinese ai musulmani dello Xinjiang, Uyguri in particolare.

Il China Tribunal, per la sua natura di produttore di campagne politiche e civili contro il governo cinese, ricorda molto da vicino un altro organismo che ha sempre sede a Londra, e che ugualmente si fa portatore degli interessi politici del blocco riunito intorno al “Washington consensus”: l’Osservatorio Siriano sui Diritti Umani, che ha accusato il governo di Bashar al Assad di crimini contro l’umanità poi rapidamente smentiti dalla verifica dei fatti condotta sul campo, e che tuttavia servivano a giustificare e coprire presso l’opinione pubblica l’ennesima “guerra umanitaria” in stile Libia e Yugoslavia. Qualche lettore probabilmente ricorderà anche l’assist che questo organismo londinese, che poi si scoprì essere gestito da un siriano anti-Assad, dava ai fondamentalisti (che nel frattempo si macchiavano di crimini inenarrabili, ma prontamente silenziati e censurati in Occidente) presentati da quasi tutti i media come “ribelli democratici”.

Come riportato dal China Tribunal, e fedelmente riproposto dagli altri media, sia italiani che esteri, le principali vittime del prelievo forzato degli organi da parte delle autorità cinesi sarebbero le minoranze etniche e religiose (ecco che subito si tira in ballo l’immancabile questione dei diritti umani), in particolare i membri della setta Falun Gong, raffigurata come un’entità benigna ed inoffensiva: addirittura una “setta spirituale che unisce i precetti buddhisti alla meditazione e semplici esercizi di qigong, messa al bando da Pechino negli anni ’90 a causa delle dirompente popolarità riscossa anche tra l’élite comunista”. I vari crimini di cui questa setta si è macchiata, e che hanno danneggiato tanto i suoi membri quanto altre persone del tutto estranee o innocenti, non vengono minimamente presi in considerazione, né dal China Tribunal né tantomeno dai vari giornalisti occidentali, italiani o di qualunque altro paese che siano. Il richiamo alla comune fedeltà atlantica e alla lotta contro l’altrettanto comune “nemico esterno”, in questo caso la Cina, basta ed avanza a giustificare ogni cosa. “Tutto fa brodo”, diceva qualcuno. “Calunniate, calunniate, qualcosa resterà”, diceva qualcun altro ancora. Mentre il più colto concludeva: “Il fine giustifica i mezzi”.

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