compromesso storico

Aveva iniziato Beppe Grillo domenica scorsa sulla scia dell’entusiasmo per l’elezione di Fico a presidente della Camera, ad ammiccare al leader del Carroccio: “È uno che quando promette una cosa la fa, cosa rara”, aveva chiosato ai giornalisti il fondatore del Movimento Cinque Stelle.

Salvini ha nella giornata di ieri continuato nella scia inaugurata venerdì con l’elezione dei presidenti delle due Camere. Il segretario della Lega ha aperto all’ipotesi di un sussidio di disoccupazione, cioè il reddito di cittadinanza nella versione Di Maio (“favorevole se serve a reintrodurre nel mondo del lavoro chi ha perso il posto”), ma ha anche lucidamente ammesso che non è una necessità diventare premier a tutti i costi.

In poche parole Lega e Cinquestelle continuano a corteggiarsi, due partiti diversi per genesi e composizione sociale, sui quali però è convertito il voto in massa dei ceti popolari. Due partiti che hanno storie diverse, ma che in alcuni casi riscontrano grandi somiglianze: dal giustizialismo del primo Bossi, che emerse soprattutto come uomo di rottura rispetto alla vecchia prima repubblica e che non può che ricordare il richiamo all’onestà dei cinquestelle, fino alle similitudini riscontrabili sul ruolo che entrambi hanno interpretato in momenti salienti della Repubblica. La Lega Nord era l’antipolitica degli anni ’80, la ribellione che i contribuenti del Settentrione manifestavano nei confronti del centralismo rappresentato dalla Capitale, il Cinquestelle la ribellione contro un bipolarismo insoddisfacente prima e nei confronti dell’austerità filotedesca poi.

Un’intesa a tinte gialloverdi è dunque possibile e ricorda altri momenti della storia della Repubblica e della storia del nostro paese, quando forze ben più inconciliabili di Lega e Cinquestelle sono giunte ad un accordo per il bene (reale o presunto) dell’Italia stessa. Lasciando perdere la truffa delle Grandi Intese della presidenza Napolitano, l’esempio più vicino a noi è sicuramente quello del Compromesso Storico.

Il Compromesso Storico fu una proposta del segretario del Partito Comunista, Enrico Berlinguer, partita dalle colonne di Rinascita, rivista del PCI, nel 1973. Eravamo nel pieno degli anni di piombo e dello scontro tra opposti estremismi. Un clima che aveva favorito in diverse parti del mondo il ritorno delle forze conservatrici, che meglio rispondevano al bisogno di sicurezza delle classi medie. In Grecia, come in Uruguay, Argentina, e soprattutto in Cile, dove fu rovesciato il governo di unità popolare di Salvador Allende, che aveva avviato riforme sul lavoro e nazionalizzazioni, non ben volute da conservatori e Stati Uniti.

Volendo andare ancora più a ritroso, i moti ottocenteschi e risorgimentali ci forniscono un altro esempio di collaborazione tra classi sociali e forze politiche diverse. Nel ’48 l’alleanza tra democratici, mazziniani e liberali, aveva condotto alla rivolta di Milano contro gli austriaci, che diede il là alle guerre di indipendenza degli Stati italiani preunitari. Negli anni ’50 fu l’alleanza dei circoli risorgimentali con il moderato Cavour, che mise insieme Garibaldi e il Conte piemontese nonostante la reciproca diffidenza nel processo unitario.

Nessuna delle esperienze appena citate sono state un successo dal punto di vista politico, ma la collaborazione tra liberali e rivoluzionari fu in grado di unire gli stati del nostro paese sotto un’unica bandiera. Le cinque giornate di Milano si evolsero in una guerra tra monarchi. Lo scontro tra il Regno di Sardegna e l’Impero austriaco, si concluse con la soppressione dei moti popolari milanesi e la sconfitta del Re piemontese Carlo Alberto, che in seguito abdicò a favore del figlio. Il democratico rivoluzionario Carlo Cattaneo, costretto all’esilio dopo che Milano fu riconquistata dagli austriaci, si rifiutò più volte di presentarsi al Parlamento del Regno d’Italia per non giurare fede alla famiglia regnante sabauda. Anche la campagna di Cavour e Garibaldi che sancì l’Unità d’Italia fu però un fallimento politico per mazziniani e democratici. Garibaldi dovette arrendersi al Re Vittorio Emanuele II, consegnandogli il Sud appena conquistato con la spedizione dei Mille in quel di Teano. Il condottiero ligure avrebbe voluto infatti spingersi fino a Roma e proclamare la Repubblica, ma ciò avrebbe provocato l’intervento della Francia di Napoleone III e compromesso i propositi unitari.

In nome dell’Unità d’Italia, Garibaldi dovette sottomettersi ai Savoia, salvo poi pentirsene negli anni successivi, quando cominciò a essere molto critico nei confronti della politica piemontese nel Meridione, dimettendosi poi da deputato del Regno, quando circolarono le prime notizie della repressione e dei trattamenti subiti dai briganti e dalle popolazioni del Sud. Il Compromesso Storico non fu così positivo per le sorti del nostro paese, se non per il consociativismo. L’accordo tra Moro e Berlinguer non impedì alle BR di far fuori l’ex presidente del consiglio democristiano, e chiuse definitivamente ogni prospettiva di un’alleanza di sinistra tra comunisti e socialisti. Tuttavia diede modo al PCI di partecipare alla spartizione partitica delle istituzioni della repubblica con risultati deleteri. Fu comunque il tentativo di non far cadere la Repubblica sotto derive autoritarie, ricordiamo infatti che già nel dopoguerra non mancarono tentativi di golpe anche nel nostro paese.

Non volendo paragonare Salvini, Di Maio o Grillo, ai grandi della storia del nostro paese, il momento storico nel quale viviamo è altrettanto importante, sebbene non sia ancora chiaro a tutti. Quando c’è da difendere la sopravvivenza di un paese e del suo popolo, gli steccati ideologici e i contrasti del passato vanno messi da parte. In questo i padri della nostra Patria e della nostra Repubblica possono insegnarci molto, perché proprio loro che vivevano in un’epoca di a grandi ideali, hanno saputo rinunciarvi in nome del bene comune.

Oggi l’Austria imperiale contro la quale si battevano i patrioti risorgimentali, i colpi di stato di stampo conservatore temuti da Berlinguer, sono rappresentati da quei poteri forti delle elitès finanziarie che hanno privato il nostro paese della sovranità popolare, usando le istituzioni europee e la moneta unica come strumenti di repressione economica e politica.

È per questo che riteniamo che, stante la situazione disastrosa del nostro paese e l’incapacità europea di cambiare rotta rispetto a certe ideologie fallimentari, un Compromesso “Populista”, ma lo chiamerei Popolare, fra le due forze che meglio in questi anni ha rappresentato il dissenso verso l’ideologia europeista, sia l’unica soluzione possibile, se si vuole tirare fuori la nostra amata Italia dal fallimento alla quale sembra condannata.

Perciò ci rivolgiamo a Salvini e Di Maio affinché mettano da parte i personalismi, la prospettiva deve essere quella di un Fronte di Liberazione Nazionale che unisca le forze democratiche contro la tirannia delle oligarchie europeiste. Via subito all'”Accordo di Pasqua” e programma minimo di governo da presentare già alle prime consultazioni dei partiti: abbattimento della pressione fiscale con politiche di spesa che incentivino la ripresa economica, welfare per chi perde il lavoro, unico paese europeo insieme ai greci a non avere questa forma di sussidio, resa dei conti con l’Europa: o cambia completamente o si esce.

Si rendano conto che non vi sono altre vie d’uscita e che calcoli vari sui consensi potrebbero risultare egualmente penalizzanti in un eventuale ritorno alle urne, non siamo in condizioni normali, né storiche, né sociali e la situazione non si normalizzerà perché nuovi partiti hanno sostituito i vecchi, c’è bisogno di ben altro. Fate presto…

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